Foto di Noah Bettio
Le condizioni e il trattamento delle persone detenute, sia nelle carceri sia nei centri di detenzione per migranti, hanno destato preoccupazioni circa il ricorso a tortura e maltrattamento. I livelli di violenza contro donne e ragazze sono rimasti elevati. È stata promulgata una legge draconiana che ha indebitamente limitato la libertà di riunione pacifica. Giornalisti e giornaliste hanno subìto minacce, attacchi e sorveglianza. Persistevano gli ostacoli per accedere all’aborto. I tentativi del governo di esaminare le richieste di asilo extra territorialmente in Albania sono stati bloccati dai tribunali. La cooperazione in tema di migrazione con Libia e Tunisia è proseguita nonostante le prove di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia non ha consegnato all’Icc un cittadino libico arrestato in base a un mandato dell’Icc stessa. Quasi sei milioni di persone vivevano in povertà. I cambiamenti climatici indotti dalle attività umane hanno causato migliaia di morti.
Le persone detenute hanno dovuto sopportare condizioni di sovraffollamento in strutture al di sotto degli standard. Il numero di decessi in custodia è rimasto elevato.
Nei centri di rimpatrio per migranti, le persone hanno continuato a essere trattenute in celle spoglie, senza accesso ad attività rilevanti. A luglio, la Corte costituzionale ha stabilito che la detenzione di migranti violava i principi costituzionali, citando la persistente incapacità del parlamento di stabilire dei quadri normativi.
È proseguita un’indagine su tortura e maltrattamento di 33 ragazzi in un carcere minorile di Milano, tra il 2021 e il 2024. Ad agosto è emerso che erano indagate 42 persone, tra cui dirigenti e personale sanitario.
A giugno, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l’Italia aveva violato il divieto di trattamenti disumani o degradanti in un caso di maltrattamenti in custodia di polizia, risalente al 2001, e che l’indagine era stata inadeguata. Sebbene siano state avanzate accuse contro 31 agenti, molti procedimenti sono stati interrotti per prescrizione.
I livelli di violenza contro donne e ragazze sono rimasti elevati. Durante l’anno, 85 donne sono state uccise in episodi di violenza domestica, di cui 62 per mano dei loro partner o ex partner. A novembre, il parlamento non è riuscito ad approvare un disegno di legge che avrebbe introdotto una definizione di stupro basata sul consenso.
La legislazione approvata a giugno ha introdotto nuovi reati e pene più severe che limitano in modo sproporzionato la disobbedienza civile e le proteste, tra cui la “resistenza passiva” nelle carceri e nei centri di detenzione per migrazione.1 Relatori e relatrici speciali delle Nazioni Unite hanno criticato la decisione del governo di aggirare le procedure parlamentari per evitare il controllo di disposizioni non in linea con il diritto internazionale.
Sono perdurate le preoccupazioni circa l’uso eccessivo e non necessario della forza da parte della polizia contro manifestanti che protestavano in modo pacifico. Le autorità hanno continuato a utilizzare in modo strumentale le restrizioni amministrative del diritto alla libertà di movimento per punire persone che manifestavano in modo pacifico. A ottobre, a Udine, a partecipanti di una protesta pacifica che avevano manifestato contro il genocidio a Gaza è stato vietato l’ingresso in città per lunghi periodi.
Giornaliste e giornalisti hanno continuato a subire intimidazioni, minacce e attacchi. A ottobre, una bomba è esplosa sotto l’auto di un giornalista, senza causare feriti. A fine anno era in corso un’indagine.
Le querele temerarie contro giornalisti e giornaliste da parte di figure istituzionali e politiche, anche per presunta diffamazione, hanno continuato a essere motivo di preoccupazione. La diffamazione è rimasta reato.
Lo spyware Graphite di Paragon è stato utilizzato illegalmente per spiare persone impegnate nella difesa dei diritti umani e almeno due giornalisti. A giugno, una commissione parlamentare ha confermato che i servizi segreti italiani lo hanno utilizzato per spiare attivisti e attiviste per presunte ragioni di sicurezza nazionale. Tuttavia, il governo non ha risposto alle accuse credibili secondo cui anche giornalisti sarebbero stati spiati illegalmente.
Le autorità hanno continuato a non garantire l’accesso a servizi di aborto legale, in un contesto in cui un numero elevato del personale sanitario è ricorso all’obiezione di coscienza, rifiutandosi di fornire tali servizi.2
Almeno 1.195 persone sono morte in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel tentativo di raggiungere l’Italia. Si sono verificati diversi naufragi appena al di fuori delle acque territoriali italiane. Le Ong di soccorso hanno criticato la risposta tardiva delle autorità italiane alle segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà, che ha messo a rischio la vita delle persone.
A luglio, sei agenti della polizia doganale e della guardia costiera sono stati incriminati per non aver impedito un naufragio nei pressi di Steccato di Cutro, in Calabria, nel febbraio 2023, quando almeno 94 persone, per lo più provenienti dall’Afghanistan, sono annegate nelle acque territoriali italiane.
A marzo, la Corte di cassazione ha stabilito che il governo avrebbe dovuto risarcire le persone soccorse in mare e trattenute illegalmente a bordo della nave della guardia costiera italiana Diciotti per 10 giorni nel 2018, dopo che l’allora ministro dell’Interno ne aveva bloccato lo sbarco in Sicilia.
Il governo ha continuato a ostacolare gli sforzi di difensori dei diritti umani per salvare le persone in mare. Ha assegnato porti di sbarco lontani alle navi delle Ong e ha sequestrato imbarcazioni e velivoli delle Ong, aumentando così il rischio di annegamento nel tentativo di raggiungere l’Italia.
A ottobre, sei esponenti della Ong Mediterranea Saving Humans hanno affrontato un processo nella città siciliana di Ragusa con l’accusa di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione irregolare, per aver trasferito 27 persone sopravvissute a un naufragio a bordo della loro nave e averle poi sbarcate in Sicilia nel 2020. Le persone sopravvissute, di cui una minorenne e una donna incinta, erano state salvate da una petroliera danese dietro ordine delle autorità maltesi, che hanno poi negato loro lo sbarco per quasi sei settimane.
Cooperazione con l’Albania
A marzo, l’Italia ha ampliato l’uso dei centri di detenzione per persone migranti in Albania, includendovi anche coloro cui era stato notificato un provvedimento di espulsione e che si trovavano già in detenzione per migrazione in Italia. Lo scopo originario dei centri in Albania, cioè trattenere persone richiedenti asilo intercettate in acque internazionali e ritenute provenienti da paesi designati come “sicuri” dall’Italia, ha continuato a essere contestato nei tribunali. Ad agosto, la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che i tribunali competenti devono poter esercitare un controllo giurisdizionale sull’applicazione del concetto di “paese di origine sicuro”, intaccando in tal modo il quadro giuridico italiano per l’elaborazione di tali richieste.
Sempre ad agosto, un tribunale di Roma ha ordinato il rilascio urgente di un uomo detenuto in Albania poiché le condizioni in vigore non garantivano il diritto alla salute.
Alcuni cittadini egiziani sono stati rimpatriati forzatamente in Egitto dall’Albania da funzionari italiani, senza che tale procedura fosse prevista dall’accordo tra Italia e Albania o da altre normative.
A seguito di visite di monitoraggio, varie figure, tra cui avvocati, parlamentari e garanti delle persone private della libertà della Regione Lazio e di Roma hanno criticato l’accesso inadeguato delle persone detenute nei centri in Albania al servizio sanitario, all’assistenza legale e ad altri diritti. Il ministero dell’Interno ha negato l’accesso ai centri ad Amnesty International, adducendo “motivi di ordine pubblico e sicurezza”.
Cooperazione con la Libia
L’Italia ha continuato a supportare le autorità libiche nell’impedire alle persone di raggiungere l’Europa, anche rinnovando il memorandum d’intesa con la Libia a novembre, nonostante le prove di diffuse e gravi violazioni dei diritti umani contro persone rifugiate e migranti in Libia e la perdurante incapacità delle autorità libiche di garantire operazioni di ricerca e soccorso in linea con il diritto internazionale.
In due episodi, ad agosto e settembre, la guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro navi di soccorso di Ong in acque internazionali, mettendo a repentaglio la vita dell’equipaggio e delle persone soccorse. Gli attacchi sono partiti da imbarcazioni trasferite dall’Italia in Libia nell’ambito di programmi finanziati dall’Ue.
Cooperazione con la Tunisia
L’Italia ha inoltre continuato a collaborare con la Tunisia per intercettare e sbarcare persone rifugiate e migranti, nonostante le prove che sarebbero state a rischio di violazioni dei diritti umani.
A gennaio, l’Italia non ha consegnato all’Icc Osama Elmasry Njeem, un funzionario libico accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Sebbene la polizia italiana lo avesse fermato in base a un mandato di arresto dell’Icc, egli è stato poi rilasciato e rimpatriato in Libia dall’Italia. A ottobre, l’Icc ha ritenuto l’Italia inadempiente ai suoi obblighi ai sensi dello Statuto di Roma, ma ha rinviato la decisione su ulteriori azioni.
Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha criticato l’Italia per non aver creato un’istituzione nazionale per i diritti umani, nonostante gli impegni presi in passato in tal senso.3
A ottobre, l’Istituto nazionale di statistica ha riferito che, nel 2024, 5,7 milioni di persone avevano vissuto in povertà assoluta. Oltre il 30 per cento delle famiglie con almeno una persona di nazionalità straniera rientrava in questa categoria.
A settembre, scienziati del Regno Unito hanno annunciato che il cambiamento climatico aveva causato 4.597 dei decessi correlati al caldo in Italia, tra giugno e agosto.
L’Italia è scesa di tre posizioni piazzandosi al 46° posto nel Climate Change Performance Index, perché il suo piano nazionale per l’energia e il clima mancava di ambizione ed era “incoerente con gli impegni dell’Italia con l’Ue e l’Accordo di Parigi”.
L’Italia ha continuato a trasferire armi in Israele con licenze rilasciate prima del 7 ottobre 2023. Ha anche fallito nell’impedire che trasferimenti provenienti da altri paesi, la cui destinazione finale sarebbe stata Israele, transitassero in Italia, compreso il caso di un carico di esplosivi che è partito a giugno dal porto di Ravenna.
Note:
1 Italia, la nuova legge che criminalizza la protesta pacifica, 31 maggio.
2 Aborto in Europa: allarmanti tentativi di fare passi indietro, 6 novembre.
3 Italy: Oral Statement: Item 6: Consideration of UPR reports: UN Human Rights Council 59th session 16 June – 9 July, 30 giugno.