Per tutto il 2025, voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali, come mostruosi cacciatori che fanno razzia di trofei d’ingiustizia. Leader politici come Trump, Putin e Netanyahu, tra molti altri, hanno portato avanti le loro conquiste per un dominio economico e politico attraverso distruzione, repressione e violenza su larga scala. Amnesty International aveva già avvertito che da tempo si stavano creando le condizioni per un ambiente globale in cui una ferocia primitiva avrebbe potuto prosperare. Ma nel 2025, è stata versata sconsideratamente benzina sul fuoco, mentre brusche inversioni di marcia ci allontanavano dall’ordine internazionale che era stato immaginato dalle ceneri dell’Olocausto e dalla distruzione totale di due guerre mondiali, e che è stato costruito lentamente e dolorosamente, anche se in modo insufficiente, negli ultimi 80 anni.
Invece di affrontare i predatori, nel 2025 gran parte dei governi ha optato per l’acquiescenza, inclusa la maggior parte dei paesi europei. Alcuni hanno cercato perfino di imitare il predatore. Altri hanno abbassato la testa nascondendosi sotto la loro ombra. Pochissimi quelli che hanno scelto di opporsi. Una dopo l’altra, le barriere antincendio sono state sfondate: attraverso la complicità, o il silenzio, rispetto al consumarsi del genocidio e di crimini contro l’umanità; oltre che attraverso l’imposizione di sanzioni paralizzanti contro coloro che lavoravano per far prevalere la giustizia. Ecco come sarà ricordato il 2025: per i suoi bulli e i predatori; per il flusso di politiche di acquiescenza versato sui brucianti tradimenti degli obblighi internazionali; per l’autosabotaggio; per gli stati che giocano con un fuoco che minaccia ora di bruciarci tutti e di incenerire anche il futuro delle generazioni a venire.
C’è chi potrebbe suggerire che alla fine del 2025 da rovinare era rimasto ben poco, dato che l’ormai fallimentare sistema globale aveva poco da offrire se non un potere maggiore al già potente mondo occidentale. Alcune persone sostengono che il 2025 ha semplicemente svelato una comoda illusione.
Queste narrazioni distorcono la storia dell’ordine successivo alla seconda guerra mondiale. Cancellano il magistrale lavoro di generazioni di diplomatici e di attivisti della società civile di tutto il mondo che, spesso contro la volontà di attori di gran lunga più potenti, hanno contribuito a immaginare, plasmare e lottare per quell’ordine basato sulle regole, senza mai smettere di esigere che fosse all’altezza del suo scopo prefissato.
L’adozione nel 1948 della Dichiarazione universale dei diritti umani e della Convenzione sul genocidio, e molti altri strumenti normativi dibattuti e adottati nei successivi 80 anni, non sono un’illusione. Sono manifestazioni tangibili di un ordine nato dopo la guerra mondiale, fondato su un sistema multilaterale di uguaglianza tra stati, radicato nei diritti umani fondamentali e pensato per la non ripetizione delle atrocità. Sappiamo tutti che la promessa del sistema rimane irrealizzata, ma non spetta a chi la infrange dichiarare quella promessa una fantasia.
Inoltre, quel sistema non è mai stato solo nelle mani dei potenti. Ai suoi esordi, le nazioni più piccole hanno dimostrato maggiori abilità di quelle grandi. Sono state loro a fare in modo che la Dichiarazione universale promettesse diritti umani a tutte le persone universalmente, senza distinzione, ed equamente tra uomini e donne. Negli anni successivi, ondate di lotte anticoloniali e movimenti di emancipazione hanno tratto nutrimento e ulteriore legittimità da queste stesse affermazioni, spesso contro la volontà dell’Europa. Sono stati i nuovi stati dell’Africa, dei Caraibi, dell’America Latina e dell’Asia che, a fianco della società civile di tutto il mondo, hanno portato allo sviluppo della Convenzione sui diritti economici, sociali e culturali, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e della Convenzione per l’eliminazione della discriminazione razziale, contro la volontà degli Stati Uniti d’America.
Sotto l’influenza degli strumenti internazionali sui diritti umani, questi ultimi 80 anni hanno visto una profonda trasformazione in meglio del nostro mondo. La direzione del viaggio ha virato verso una maggiore giustizia, verso la volontà di affrontare gli squilibri di potere tra gli stati, verso il riconoscimento e la tutela dei diritti dei popoli razzializzati e nativi, delle donne, delle persone lgbti, sancendo nelle leggi interne impegni universali basati su un’uguaglianza sostanziale, sui diritti sessuali e riproduttivi, sui diritti di lavoratori e lavoratrici, per citarne solo alcuni.
Non facciamoci ingannare: le notizie della morte dell’ordine internazionale basato sulle regole sono ampiamente esagerate. Ma gli avvisi sulla sua morte non arrivano perché il sistema è inefficace, inefficiente o troppo lento, ma perché non serve gli interessi di coloro che sono politicamente ed economicamente potenti e di quelli che li assecondano. Ora vogliono che crediamo che non era nient’altro che una chimera, una piacevole finzione che è sopravvissuta al suo stesso scopo. Una posizione cui si deve opporre resistenza, difendendo le barriere di protezione normative, interrompendo i peggiori attacchi contro l’ordine basato sulle regole del 1948 e trasformandolo per una maggiore realizzazione e una portata più ampia delle sue promesse.
Una resistenza che però non significa coprire i clamorosi doppi standard che hanno afflitto la sua implementazione o sminuire la sua inefficacia o paralisi. Né significa ignorare le molteplici violazioni della sua promessa universale, con milioni di persone cui sono negate le sue tutele, come quelle palestinesi vittime del genocidio, dell’apartheid e dell’occupazione di Israele; le donne afgane il cui paese è diventato una prigione a cielo aperto; o manifestanti che in Iran, agli inizi del 2026, hanno subìto quello che è stato il più grande massacro della storia recente nel paese. Ma resistere agli attacchi di Donald Trump o Vladimir Putin all’ordine basato sulle regole non significa accettare la visione della Cina. Quest’ultima non è un’alternativa, poiché anche la Cina ha costantemente rifiutato i diritti umani universali e il monitoraggio del rispetto delle convenzioni globali. La corsa cinese per l’egemonia potrebbe assumere una forma diversa ed essere realizzata con strumenti diversi, ma ha lo stesso risultato: iniquità e repressione.
Quale alternativa all’imperfetto sistema globale iniziato nel 1948 ci viene offerta? L’indebolimento del diritto internazionale, gli attacchi all’Icc, il ritiro dalle convenzioni internazionali, l’abbandono delle agenzie delle Nazioni Unite. Dopo avere paralizzato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite attraverso un inconcepibile abuso dei loro poteri di veto, i predatori ora asseriscono che i meccanismi di pace e sicurezza non funzionano e cercano di sostituirli con alternative che sono a loro vantaggio.
L’ordine mondiale predatorio abbandona la giustizia razziale e di genere, deride i diritti delle donne, dichiara la società civile un nemico comune e rifiuta la solidarietà internazionale. Va verso un aumento senza precedenti degli investimenti militari, permette trasferimenti illegali di armi e impone drastici tagli di bilancio agli aiuti internazionali, rischiando milioni di perdite di vite umane evitabili e decimando migliaia di organizzazioni che lavorano per i diritti umani, i diritti sessuali e riproduttivi o la libertà di stampa. Questo ordine mondiale predatorio alternativo soffoca il dissenso e reprime le proteste, utilizza una retorica disumanizzante e facilita i crimini d’odio e l’uso strumentale della legge. È fondato non sul rispetto per la nostra umanità comune, ma sulla supremazia commerciale e l’egemonia tecnologica. Agli inizi del 2026, la visione che fa riferimento a tale nuovo ordine è stata presentata dal segretario di stato americano Marco Rubio come un’alleanza occidentale di persone cristiane sotto la guida degli Usa, radicata sfrontatamente e orgogliosamente in un’eredità comune, descritta con toni romantici durante il suo discorso. Ma le parole non possono nascondere i fatti: questa è una storia anche di dominazione, colonialismo, schiavitù e genocidio.
In quel sistema “nuovo” ma fin troppo familiare, i predatori e chi li asseconda rimproverano, scoraggiano e perseguitano coloro che cercano l’uguaglianza interna agli stati e tra un paese e l’altro. L’espiazione per le ingiustizie passate viene derisa. La guerra domina, non la diplomazia: il genocidio israeliano contro la popolazione palestinese di Gaza continua nonostante il cosiddetto cessate il fuoco; i crimini contro l’umanità della Russia in Ucraina aumentano; gli Usa compiono esecuzioni extragiudiziali e attacchi illegali in Venezuela e Iran, e minacciano di impossessarsi della Groenlandia; i molteplici crimini compiuti in Myanmar, Repubblica Democratica del Congo e Sudan rimangono fuori controllo; e le persone della regione del Medio Oriente sono di nuovo precipitate in un caos che minaccia di inghiottire sempre più paesi. Questa è una visione basata su un’egemonia palese, per un mondo senza una bussola morale.
Pochi stati hanno trovato il coraggio di levare la voce contro il fragore dei cannoni sulla diplomazia. Alcuni hanno formato il Gruppo dell’Aia, un blocco di stati impegnati in “misure diplomatiche coordinate e legali” in difesa del diritto internazionale e solidarietà con il popolo della Palestina. Altri hanno contribuito alla causa intentata contro Israele dal Sudafrica per genocidio. Il Canada ha invitato le “potenze medie” a unirsi e a investire nella resilienza collettiva. Alcuni, come la Spagna, hanno costantemente denunciato lo smantellamento delle barriere di protezione normative. Agli inizi del 2026, alcuni stati europei sono sembrati avere compreso meglio la portata dei rischi, rifiutandosi di unirsi agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e impegnandosi a proteggere la sovranità strategica, ma insieme all’Ue non sono riusciti a riaffermare il primato del diritto internazionale e dei diritti universali.
La paura di ritorsioni per avere alzato la voce contro i potenti è palpabile in tutto il mondo. Ma ci sono state anche molte prove nel 2025 di governi che hanno continuato a posare i mattoni del presunto “illusorio” ordine internazionale basato sulle regole e di una diffusa determinazione della società civile a difendere e migliorare le norme globali.
Il Consiglio d’Europa ha istituito il Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. L’Icc ha emesso mandati d’arresto contro due leader talebani per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere e ha desecretato i mandati contro cittadini libici accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un tribunale penale ibrido nella Repubblica Centrafricana ha condannato sei ex membri di un gruppo armato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito un meccanismo investigativo indipendente per l’Afghanistan. Rodrigo Duterte, ex presidente delle Filippine, è stato consegnato all’Icc in base a un mandato per il crimine contro l’umanità di omicidio. Nel Primo comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 156 stati hanno votato a favore di negoziati per l’adozione di uno strumento internazionale sui sistemi d’arma autonomi. A luglio, l’Ue ha esteso l’ambito dei beni coperti dal suo innovativo Regolamento anti-tortura. Progressi significativi sono stati compiuti nel 2025 verso l’adozione di una convenzione fiscale vincolante delle Nazioni Unite. Alla Cop30, la pressione della società civile e dei sindacati ha favorito l’adozione di un Meccanismo di transizione giusta per la protezione dei lavoratori e le comunità, mentre i paesi si spostano verso le energie pulite e un futuro resiliente al clima. La Corte internazionale di giustizia e la Corte interamericana dei diritti umani hanno emanato opinioni consultive che affermano gli obblighi in materia di diritti umani degli stati di rispondere ai danni climatici. Colombia e Paesi Bassi hanno concordato di coospitare ad aprile 2026 la prima Conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili. Gli scioperi e le azioni di protesta a livello nazionale dei lavoratori portuali moltiplicatisi in Francia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Svezia hanno interrotto il transito e l’esportazione di armi verso Israele. I governi di Belgio, Bolivia, Canada, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Slovenia, Sudafrica e Spagna si sono impegnati nel 2025 a modificare o interrompere il commercio di armi con Israele. Le donne hanno ottenuto un ampliamento dei diritti d’aborto in paesi come Danimarca, Isole Faroe, Norvegia, Lussemburgo e Malawi. In Nepal, una rivolta guidata dai giovani contro la corruzione ha fatto cadere il governo.
Questo non è solo un altro “periodo difficile”. È “il” momento difficile, che minaccia di distruggere tutto quello che è stato costruito negli ultimi 80 anni. Noi, gente comune, saremo all’altezza di questo momento storico. Avremo l’ambizione che questi tempi richiedono e il coraggio anche di cambiare con loro. Dobbiamo farlo come politici e diplomatici; come attivisti e consumatori; come lavoratori e produttori; come elettori e investitori; come persone di fede e persone con il coraggio delle nostre convinzioni. Insieme, dobbiamo costruire solide coalizioni di attori diversi e incoraggiare gli stati a fare lo stesso.
Oggi “e ancora ci rialziamo” significa concentrarci su ciò che deve essere difeso in via prioritaria e a tutti i costi, non solo per il bene dei nostri diritti umani, ma anche per quelli delle generazioni future. Nella nostra resistenza, dobbiamo anche identificare chiaramente ciò che deve essere interrotto come questione di assoluta priorità, in mezzo allo tsunami di leggi, politiche e pratiche scatenato da attori statali e non statali con atteggiamenti predatori. Resistenza significa anche fare chiarezza su quello che deve essere trasformato. Dato il ritmo e la quantità di cambiamenti senza precedenti in corso, dovremo rivolgerci ancora una volta al potere della nostra fantasia e all’audacia della nostra creatività. Dobbiamo immaginare una visione trasformata e trasformativa dei diritti umani per il mondo che stiamo diventando, non semplicemente difendere i diritti umani nei termini del mondo che eravamo una volta. Insieme, dobbiamo allora guidare la nascita di questa trasformazione, con tutta la nostra creatività, determinazione e resilienza. La storia non è solo qualcosa che viene fatto a noi. È anche qualcosa di nostro da realizzare. E per il bene dell’umanità, è tempo di fare la storia dei diritti umani.
di Agnès Callamard
Segretaria generale di Amnesty International