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REPUBBLICA DELL’IRAQ

Le condizioni delle persone sfollate internamente sono peggiorate nel contesto del prolungato sfollamento. Le forze di sicurezza, le milizie armate e le figure politiche hanno continuato a commettere gravi violazioni dei diritti umani nella pressoché totale impunità. Il malfunzionamento del sistema giudiziario ha lasciato le vittime di violazioni senza giustizia o forme di riparazione. Il degrado ambientale ha aggravato le problematiche umanitarie. Il governo ha rafforzato l’utilizzo di pratiche autoritarie, reprimendo il dissenso, prendendo di mira il giornalismo, l’attivismo e la società civile, limitando al contempo la libertà d’espressione e di riunione
pacifica. Una legge minacciava i diritti delle donne nel contesto di un peggioramento degli atteggiamenti
socioculturali verso il tema della violenza di genere. La pena di morte è stata applicata
al termine di processi condizionati da gravi irregolarità procedurali, con informazioni rimaste
poco trasparenti sulle esecuzioni.

 

CONTESTO

L’Iraq ha tenuto le elezioni parlamentari l’11 novembre. Decine di candidati, tra cui rappresentanti indipendenti e donne, sono stati dichiarati ineleggibili, una mossa che è stata criticata dalla società civile. A metà ottobre, un candidato è stato ucciso da un ordigno esplosivo artigianale che era stato piazzato sotto la sua auto. Per il suo omicidio, a fine anno, almeno due persone sono state portate di fronte a un giudice inquirente ed erano in attesa di processo. I risultati delle elezioni sono stati contestati da numerose persone candidate, che hanno denunciato irregolarità procedurali e nelle votazioni, ma il 14 dicembre la Corte suprema federale dell’Iraq ha ratificato i risultati. A fine anno, il nuovo governo non era stato ancora formato.

Un accordo di pace tra la Turchia e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan – Pkk) ha visto quest’ultimo deporre le armi in una cerimonia che ha avuto luogo a luglio. Tuttavia, migliaia di abitanti dei villaggi della regione del Kurdistan iracheno (Kurdistan Region of Iraq – Kr-I) non sono riusciti a ritornare alle loro case a causa della continua presenza delle forze turche.

La corruzione nel settore pubblico e tra funzionari pubblici e politici ha continuato a influenzare tutti gli aspetti della vita. Negligenze nell’applicazione delle norme di sicurezza a causa della corruzione delle autorità locali hanno dato origine a incendi negli ospedali e nei centri commerciali, in cui sono morte decine di persone, e tra queste anche infanti.

La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Iraq (UN Assistance Mission to Iraq – Unami) ha cessato le sue operazioni ufficialmente il 31 dicembre 2025, in seguito a una richiesta presentata dalle autorità irachene a maggio 2024.

 

DIRITTI DELLE PERSONE SFOLLATE INTERNAMENTE

In Iraq rimanevano sfollate internamente circa più di un milione di persone. Tra queste, almeno 101.000 persone continuavano a vivere in 20 campi nella Kr-I, mentre le altre risiedevano in sistemazioni private, come case in affitto e insediamenti informali nei diversi governatorati della Kr-I e dell’Iraq.

Le condizioni di vita e gli standard igienici hanno continuato a deteriorarsi nei campi per sfollati interni della Kr-I. Ad aprile, luglio e settembre, sono scoppiati incendi che hanno distrutto decine di rifugi e ferito almeno due persone. Gli incendi tendevano a ripetersi secondo un modello già visto negli anni precedenti e attribuito in larga parte al deterioramento degli standard di sicurezza.

Le organizzazioni umanitarie hanno segnalato che era diventato sempre più complicato trovare soluzioni durature per le persone sfollate a lungo termine, citando limitati finanziamenti, continua insicurezza, costanti barriere nell’accesso alla documentazione civile e persistenti ostacoli nel ripristinare i mezzi di sussistenza e gli alloggi.

Persone ritornate nelle aree d’origine

A fine anno le autorità avevano facilitato il ritorno di circa centinaia di persone irachene dal campo di al-Hol, in Siria, nel quadro dei continui sforzi per il loro rimpatrio e reintegro portati avanti dal governo. Le persone ritornate dovevano comunque passare ancora per il centro di riabilitazione di al-Amal, a Ninewa, prima di ritornare alle loro aree d’origine. Le preoccupazioni in termini di diritti umani e protezione non si esaurivano dopo il loro ritorno e queste persone continuavano ad andare incontro a notevoli difficoltà a ottenere i documenti di stato civile, aspetto che limitava il loro accesso ai servizi pubblici, alla libera circolazione e al lavoro. Lo stigma sociale rimaneva pervasivo, con alcune comunità che si rifiutavano di accettare le persone ritornate percepite come affiliate al gruppo armato Stato islamico, costringendo le famiglie, specialmente i nuclei familiari con capofamiglia una donna, a nascondere la propria identità o a trasferirsi in aree a loro estranee per evitare la discriminazione. Permanevano inoltre difficoltà economiche, in quanto la maggior parte delle persone ritornate non aveva un reddito stabile o una casa, con donne e minori maggiormente vulnerabili a forme di sfruttamento e violenza, tra cui matrimoni infantili, violenza domestica e molestie sessuali.

Ad agosto, un’iniziativa congiunta Nazioni Unite-Iraq ha rilevato che soltanto il 27 per cento delle famiglie ritornate registrate aveva ricevuto il supporto finanziario di cui aveva diritto dal 2019, citando come causa varie problematiche legate alla raccolta dei dati e ritardi procedurali.

Sfollamento indotto dal clima

L’Iraq ha toccato il minimo storico delle sue riserve d’acqua in oltre 80 anni, una situazione che ha accentuato la crisi ambientale del paese. Secondo l’Organizzazione internazionale per la migrazione (International Organization for Migration – Iom), a settembre erano 186.000 le persone sfollate a causa della siccità, della scarsità d’acqua e dei relativi impatti climatici, con un numero esiguo che riferiva di avere intenzione di ritornare nelle proprie aree d’origine.

Lo sfollamento interessava principalmente le popolazioni dei governatorati meridionali di Thi Qar, Missan e al-Diwaniya. Tra le persone sfollate, almeno 1.800 famiglie vivevano in rifugi, temporanei o improvvisati, al di sotto degli standard, mentre molte costrette alla migrazione dal clima facevano affidamento su sistemazioni abitative irregolari e non avevano il permesso formale di occupare la terra. Le autorità irachene non hanno fornito alcun aiuto economico o di altro tipo alla popolazione sfollata, che è stata abbandonata a se stessa.

La Iom ha riportato che le persone irachene sfollate a causa del clima incontravano gravi difficoltà nell’accedere a cibo, acqua e altri beni essenziali, che sommate a povertà e a un’assistenza inadeguata ne aggravavano la vulnerabilità. Inoltre, le comunità dislocate nelle varie parti del paese dovevano anche confrontarsi con il calo della produttività agricola e le limitate opportunità di sostentamento, che aumentavano la loro probabilità di essere costrette a spostarsi di continuo.

 

IMPUNITÀ

Le autorità irachene non hanno compiuto progressi significativi per un accertamento delle responsabilità delle gravi violazioni dei diritti umani compiute anche nel contesto del perdurante conflitto armato con lo Stato islamico e delle proteste nazionali di ottobre 2019, conosciute anche come Tishreen, o del periodo che ne è seguito. Non sono stati resi pubblici eventuali risultati delle numerose indagini annunciate dai governi che si erano succeduti nel frattempo. In tribunale, i procedimenti penali per le violazioni dei diritti umani sono rimasti limitati e qualora celebrati si concludevano con un nulla di fatto, in quanto persone sospettate essere responsabili spesso venivano assolte per mancanza di prove. Gli attori della società civile hanno denunciato interferenze politiche, corruzione e intimidazioni nei confronti di persone come testimoni e membri della magistratura, che nell’insieme hanno ulteriormente compromesso l’indipendenza e la credibilità del processo giudiziario.

Le persone sopravvissute e le famiglie delle vittime della violenza di stato commessa nel contesto e all’indomani delle proteste Tishreen hanno continuato a incontrare gravi ostacoli nell’accedere alle misere forme di risarcimento per le quali non sono state rese disponibili cifre ufficiali.

In quella che la società civile ha descritto come una “campagna di vendetta” per le proteste Tishreen, le autorità hanno preso di mira decine di attiviste, attivisti e manifestanti, utilizzando mandati d’arresto emessi nei cinque anni precedenti per accuse che prevedevano pesanti sanzioni ai sensi del codice penale, inclusa la pena di morte. Agendo sulla base di questi mandati d’arresto, per tutto l’anno le forze di sicurezza della città di Nassirya hanno fatto irruzione nelle abitazioni di persone impegnate nell’attivismo e, in alcuni casi, hanno aggredito e arrestato al posto loro anche familiari, per fare pressione su chi era entrato in clandestinità, affinché si consegnasse.

Non era stata fatta ancora luce sulla sorte di migliaia di uomini e ragazzi, sottoposti inizialmente a detenzione arbitraria e successivamente a sparizione forzata dal 2014 per mano delle forze di sicurezza irachene e delle fazioni delle Unità di mobilitazione popolare (Popular Mobilization Units – Pmu).

L’Iraq non ha compiuto progressi tangibili verso l’adozione di una bozza di legge, attesa da tempo, che avrebbe criminalizzato le sparizioni forzate, nonostante fosse parte della Convenzione internazionale contro la sparizione forzata. L’assenza di una legislazione in materia e la persistente impunità per le violazioni del presente e del passato hanno accentuato la sfiducia dell’opinione pubblica verso le istituzioni.

 

DIRITTO A UN AMBIENTE SALUBRE

Come negli anni precedenti, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua ha contribuito all’insorgenza di malattie respiratorie, cardiovascolari e gastrointestinali come riportato dal ministero dell’Ambiente iracheno e dall’Oms.

La qualità dell’aria nella capitale Baghdad è peggiorata a causa dell’utilizzo di olio combustibile pesante in attività industriali, generatori privati, inceneritori di rifiuti e raffinerie, in combinazione con condizioni meteorologiche avverse come tempeste di sabbia e polvere.

A Bassora e in altri governatorati meridionali, l’aumento della salinità e dell’inquinamento aggravato da una cattiva gestione ha innescato una crisi idrica, che ha lasciato la popolazione residente con scarso o limitato accesso all’acqua potabile.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E ASSOCIAZIONE

Le autorità irachene, figure politiche e membri delle Pmu hanno continuato a vessare, arrestare o perseguire giornalisti, operatori dei media e organi di stampa.

Le autorità hanno intensificato la loro repressione sulla libertà d’espressione attraverso una campagna che utilizzava vaghe disposizioni legislative che criminalizzano il “contenuto indecente” e le violazioni della “moralità pubblica” per prendere di mira persone critiche, attiviste e media indipendenti. Le operazioni condotte dal ministero dell’Interno per far rispettare la legge hanno portato durante l’anno a decine di arresti. A settembre, la campagna è stata ridefinita al fine di coprire i “contenuti che violano la decenza e la morale pubblica”, pur continuando a non definire nello specifico tali contenuti.

Alcune proposte di legge in discussione durante l’anno, tra cui una legge sul diritto all’informazione, rischiavano di limitare ulteriormente la libertà dei media e l’accesso pubblico all’informazione.

Gli organismi governativi hanno continuato a imporre alle organizzazioni della società civile regolamenti gravosi, a effettuare controlli retroattivi e a interferire nella programmazione, costringendole a operare sotto crescenti restrizioni. Il ritiro dei finanziamenti internazionali, incluso lo smantellamento dell’agenzia statunitense Usaid, ha aggravato ulteriormente l’impatto dell’interferenza del governo sulle Ong locali.

Arresti e detenzioni arbitrari

Per tutto l’anno, le autorità locali che operavano a fianco delle fazioni delle Pmu hanno continuato ad arrestare e detenere arbitrariamente persone come attivisti, creatori di contenuti per i social media e noti esponenti dei movimenti di protesta e organizzatori di manifestazioni, per avere criticato la mancanza di giustizia e di accertamento delle responsabilità per le violazioni compiute nel contesto delle proteste Tishreen; l’impatto della corruzione del governo e del nepotismo sui diritti umani e l’ambiente; l’inadeguatezza dei servizi pubblici; e la mancanza di opportunità d’impiego.

Regione del Kurdistan iracheno

Persone impegnate nel giornalismo nella Kr-I, in particolare coloro che si occupavano di questioni riguardanti i diritti umani e la corruzione del governo, sono incorse in detenzioni, vessazioni, aggressioni e minacce per mano delle autorità e di singoli individui che si identificavano come affiliati a figure politiche, e che raramente venivano puniti. Tra gennaio e luglio, le organizzazioni della società civile e i media della Kr-I hanno riportato decine di arresti di persone impiegate nell’informazione, spesso accompagnati da aggressioni e irruzioni. Le autorità hanno introdotto una legislazione che avrebbe reso reato riportare notizie riguardanti un crimine in determinate circostanze, contribuendo a creare un clima di autocensura.

Le forze di sicurezza della Kr-I hanno ripetutamente arrestato e aggredito lavoratori e lavoratrici dell’informazione nel loro posto di lavoro o mentre coprivano proteste pacifiche o episodi relativi alla sicurezza.

La magistratura della Kr-I ha spesso prolungato la detenzione di persone come giornalisti, attivisti
e critici attraverso l’apertura di nuovi fascicoli penali aggiuntivi a loro carico. Ad agosto, un
tribunale ha condannato il noto giornalista Sherwan Sherwani a un nuovo periodo di carcerazione
di quattro anni e sei mesi per accuse inventate pochi giorni prima della prevista scarcerazione.
Una corte d’appello di Erbil, capitale della regione, ha confermato la sua condanna a ottobre, ma
ha ridotto la sentenza a tre anni e cinque mesi di reclusione, una pena in ogni caso più pesante
dei due anni massimi previsti dalla legge. Sherwan Sherwani era in carcere dal 2020 ed era stato
precedentemente giudicato colpevole al termine di un processo iniquo nel 2021.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE

Le forze di sicurezza hanno fatto ripetutamente ricorso alla forza illegale, utilizzando proiettili veri, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni per disperdere proteste pacifiche nell’area di Baghdad e nei governatorati dell’Iraq centrale e meridionale. Le manifestazioni, spesso innescate da malcontento economico, dalla corruzione e dall’impunità, hanno portato all’arresto arbitrario di decine di persone, a detenzioni prolungate senza accusa e alla vessazione di persone attiviste e manifestanti. Le autorità raramente hanno chiamato a rispondere il personale di sicurezza per questi abusi.

Le proteste che si sono svolte a Nassirya e a Basra ad aprile e ottobre sono state disperse con particolare violenza, utilizzando gas lacrimogeni, proiettili veri e con pestaggi di manifestanti. Nei governatorati meridionali, manifestanti che chiedevano acqua pulita e miglioramenti nella fornitura dell’elettricità hanno bruciato pneumatici e bloccato strade, mentre le unità antisommossa della polizia reagivano utilizzando gas lacrimogeni e picchiando le persone presenti.

Regione del Kurdistan iracheno

Le forze di sicurezza hanno disperso raduni pacifici in varie parti della Kr-I, in particolare gli eventi di protesta contro il mancato pagamento degli stipendi e la corruzione, utilizzando gas lacrimogeni e arresti e detenzioni arbitrari.

A febbraio, le forze di sicurezza di Erbil hanno sbarrato l’ingresso in città a insegnanti che volevano manifestare, intervenendo con tattiche violente e gas lacrimogeni. In seguito, lo stesso mese, varie forze di sicurezza hanno aggredito manifestanti che protestavano pacificamente nel sottodistretto di Arbat di Sulaymaniyah e hanno arrestato corrispondenti per impedire la copertura delle loro azioni. Le forze asayish (le principali forze di sicurezza e intelligence del Governo regionale del Kurdistan) hanno sparato gas lacrimogeni e aggredito reporter che coprivano la manifestazione di Arbat, arrestato diversi corrispondenti e fatto irruzione nei locali di un’emittente televisiva locale.

A giugno, unità della sicurezza hanno represso molteplici manifestazioni che si svolgevano a Sulaymaniyah ed Erbil, effettuando altri arresti e molestando attivisti e manifestanti.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

A gennaio, il parlamento ha adottato un emendamento alla legge sullo status personale che ha garantito a un gruppo religioso una maggiore autorità sul codice di famiglia, anche in materia di matrimonio e divorzio, mettendo ulteriormente a repentaglio i diritti delle donne e accentuando le divisioni settarie. Contemporaneamente, il parlamento non è riuscito a codificare il reato di violenza domestica né ad abrogare alcuni articoli controversi e discriminatori del codice penale, come quelli che prevedono attenuanti per i cosiddetti “delitti d’onore” e che permettono le punizioni corporali inflitte dal marito alla propria moglie o dai genitori alla prole.

La violenza domestica e la violenza di genere sono rimasti fenomeni pervasivi, con le autorità che non hanno saputo assicurare che i responsabili fossero chiamati a risponderne né fornire servizi adeguati incentrati sulle persone sopravvissute o sulle vittime. A fine anno, le autorità della Kr-I avevano registrato almeno 53 uccisioni di donne e ragazze, prevalentemente per mano di parenti maschi. Non esistevano dati centralizzati per il resto dell’Iraq. I tribunali non hanno saputo perseguire i responsabili, suscitando l’indignazione della società civile. Figure politiche e membri del parlamento si sono espressi con dichiarazioni e commenti denigratori che minimizzavano la gravità del problema, facendo apparire la violenza di genere come qualcosa di normale, compreso il fatto di uccidere parenti femmine.

 

PENA DI MORTE

Nonostante le continue e profondamente radicate violazioni del diritto a un processo equo, i tribunali hanno emesso condanne a morte, soprattutto di persone giudicate colpevoli per reati in materia di droga o terrorismo. Ci sono state esecuzioni, ma le informazioni riguardanti i numeri rimanevano scarse.

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