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REPUBBLICA TUNISINA

Le autorità hanno intensificato il giro di vite sulla libertà d’espressione, di riunione pacifica e su tutte le forme di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani sono state prese di mira attraverso l’apertura d’indagini o il congelamento di beni, con persone impegnate nella difesa dei diritti umani e personale di Ong perseguiti e detenuti per il loro lavoro sui diritti umani. L’utilizzo delle norme antiterrorismo e sui reati informatici per celebrare processi di massa ed emettere pesanti condanne contro membri dell’opposizione ha ulteriormente contribuito alla crisi dello stato di diritto. La Tunisia ha mantenuto la sua sospensione dell’accesso all’asilo e ha commesso diffuse violazioni dei diritti umani contro persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. Queste hanno comportato tra l’altro espulsioni collettive equiparabili a refoulement, detenzione arbitraria, tortura e maltrattamento, oltre a imprudenti intercettazioni in mare.

 

CONTESTO

Il 20 marzo, il primo ministro Sarra Zaafarani ha formato un nuovo consiglio di gabinetto, il sesto sotto il presidente Kais Saied. Giorni dopo, il governo del primo ministro Zaafarani ha comunicato alla Commissione dell’Ua la decisione di ritirare la sua dichiarazione ai sensi dell’art. 34 (6) del protocollo alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli. Quando il ritiro entrerà in vigore, a marzo 2026, impedirà ai singoli individui e alle Ong di presentare ricorsi contro la Tunisia davanti alla Corte africana dei diritti umani dei popoli.

 

REPRESSIONE DEL DISSENSO

Le autorità hanno intensificato la loro presa di mira di leader d’opposizione politica e di attiviste e attivisti con l’apertura di nuovi processi penali e lunghe pene detentive confermate in appello.

Ne sono un esempio i due processi collettivi celebrati contro figure politiche d’opposizione e dissidenti. Ad aprile, il tribunale di primo grado di Tunisi ha giudicato 37 membri dell’opposizione di diversi affiliazioni politiche e difensori di diritti umani colpevoli di accuse in materia di sicurezza di stato e terrorismo, emettendo condanne comprese tra quattro e 66 anni di carcere, in quello che era conosciuto come il “caso del complotto”. A novembre, la corte d’appello di Tunisi ha convalidato i verdetti di colpevolezza di 34 persone imputate e le ha condannate a pene comprese tra cinque e 45 anni di carcere. Pochi giorni dopo il verdetto, l’avvocato e il difensore dei diritti umani Ayachi Hammami e gli attivisti d’opposizione politica Chaima Issa e Ahmed Nejib Chebbi sono stati arrestati a seguito delle loro condanne rispettivamente a cinque, 20 e 12 anni di carcere.

A giugno, la corte d’appello di Tunisi ha confermato la condanna a 10 anni di carcere contro il leader storico di Ennahda ed ex ministro della giustizia Noureddine Bhiri, per “avere tentato di cambiare la forma di governo e istigato le persone ad armarsi le une contro le altre”. L’accusa era basata su un post sui social media attribuito a lui, ma che egli negava di avere scritto.

Sempre a giugno, il tribunale di primo grado di Tunisi ha condannato Abir Moussi, leader del partito d’opposizione Parti destourien libre (Pdl), a due anni di reclusione per aver criticato la commissione elettorale. Il 30 dicembre, la corte d’appello di Tunisi ha confermato la condanna e la pena. A novembre, in un caso separato, Abir Moussi è stata condannata a 12 anni di carcere per accuse infondate di “avere tentato di cambiare la forma di governo e istigato le persone ad armarsi le une contro le altre”.

A luglio, il tribunale di primo grado di Tunisi ha giudicato 21 membri di spicco del partito d’opposizione Ennahda colpevoli in relazione ad accuse infondate e vaghe in materia di terrorismo e sicurezza dello stato, in un caso separato conosciuto come il “caso del complotto due”, condannandoli a pene variabili dai 12 ai 35 anni di carcere.

A novembre è iniziato il processo della difensora dei diritti umani ed ex presidente della commissione verità e dignità (Instance vérité et dignité – Ivd), Sihem Bensedrine, per accuse di “falso e contraffazione” e “abuso d’ufficio”, in relazione alla presunta falsificazione del rapporto finale dell’Ivd che denunciava la corruzione nel settore bancario. Era stata posta in libertà provvisoria a gennaio, dopo cinque mesi di detenzione arbitraria e sottoposta a un divieto di viaggio.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Le autorità giudiziarie hanno continuato a utilizzare il decreto-legge 54 del 2022 sui reati informatici (decreto-legge 54) per mettere a tacere persone come giornalisti, utenti dei social media, avvocati, artisti e attivisti a causa del loro dissenso verso le autorità. A settembre, secondo il sindacato nazionale dei giornalisti, erano 29 le giornaliste e i giornalisti indagati o perseguiti ai sensi del decreto-legge 54.

A settembre, il tribunale di primo grado di Nabeul ha condannato a morte Saber Chouchane, in relazione ai post che aveva pubblicato su Facebook, nei quali aveva tra l’altro criticato il presidente Saied e invocato proteste pubbliche e un cambiamento politico. È stato graziato dal presidente Saied e scarcerato pochi giorni dopo.

Il 6 ottobre, il tribunale di primo grado di Jendouba ha condannato Moncef el-Houaidi ai sensi dell’art. 24 del decreto-legge 54, sulla base di post sui social media in cui aveva criticato il presidente Saied. È stato condannato a due anni di reclusione e multato per 1.000 dinari tunisini (circa 339 dollari Usa).

Il 17 ottobre ha preso il via con la prima udienza il processo a carico dell’avvocata Dalila Ben Mbarek Msaddak, per accuse di “diffusione di notizie false” collegate ai commenti che aveva rilasciato alla televisione a novembre 2023 in difesa di clienti in detenzione per il “caso del complotto”. Aveva detto al conduttore televisivo Borhene Bsaies, insieme al quale è stata incriminata, che le accuse avanzate erano infondate e che il caso era stato creato ad arte. Il processo è stato rinviato a gennaio 2026. A novembre, la nota giornalista Sonia Dahmani è stata posta in libertà provvisoria dopo avere trascorso 18 mesi in detenzione arbitraria. Era stata condannata a un totale di quattro anni e quattro mesi di reclusione in tre casi giudiziari basati sul decreto-legge 54. Continuava a dover rispondere di accuse formulate ai sensi dello stesso decreto in altri due casi separati.

 

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE

Persone impegnate nella difesa dei diritti umani e personale delle Ong sono andati incontro a detenzione arbitraria, procedimenti giudiziari e/o vessazioni tramite indagini penali in relazione al loro legittimo lavoro.1 Durante l’anno rimanevano sotto indagine o erano stati rinviati a giudizio almeno 40 individui, e altri otto sono andati a processo. Le banche hanno iniziato a ritardare regolarmente gli accrediti di denaro provenienti dall’estero, in alcuni casi anche fino a 10 settimane, in attesa della presentazione di una nuova documentazione che dimostrasse la conformità con le norme stabilite dal governo sulle associazioni.

Il 24 novembre, il tribunale di primo grado di Tunisi ha emesso verdetti di colpevolezza nei confronti dei difensori dei diritti umani Mustapha Djemali e Abderrazak Krimi, dell’Ong Consiglio tunisino per i rifugiati. Il tribunale li ha condannati a due anni di reclusione con l’accusa di “avere facilitato l’ingresso irregolare” di persone straniere e “avere fornito loro ospitalità”, in relazione al loro lavoro come partner sul campo dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.2 Sono stati scarcerati dopo che il tribunale aveva sospeso la loro pena residua, avendo già scontato oltre 18 mesi in custodia cautelare.

Il 15 dicembre è iniziato il procedimento giudiziario contro sei difensori e difensore dei diritti umani e personale di Ong della sezione tunisina dell’organizzazione umanitaria francese Terre d’asile. Il processo riguardava il loro lavoro, consistente nel fornire assistenza d’emergenza a persone migranti e rifugiate, ed è stato aggiornato al 5 gennaio 2026.

Altre organizzazioni sono state prese di mira dalle autorità, tra cui l’associazione antirazzista Mnemty, che aveva nove persone del personale e partner sotto indagine per crimini finanziari da maggio 2024, e l’Ong per i diritti dell’infanzia Association Les Enfants de la Lune Medenine.

L’unità investigativa e preventiva antievasione fiscale ha intensificato la sua indagine nei confronti di almeno 18 Ong, tra cui l’ufficio regionale del Segretariato internazionale di Amnesty International nella capitale Tunisi. A novembre, la sezione crimini finanziari della polizia di Gorjani ha aperto un’indagine penale sull’ufficio di Amnesty International e convocato il revisore contabile e la rappresentante legale dell’organizzazione, affinché si presentassero per un interrogatorio.

A luglio, la sezione per le indagini finanziarie ha aperto una nuova inchiesta sul Forum tunisino per i diritti economici e sociali. La complessa sezione della polizia per i reati finanziari ha avviato indagini su decine di Ong, tra cui la piattaforma digitale per il giornalismo indipendente Nawaat e l’Ong anticorruzione IWatch. L’Ong di monitoraggio delle elezioni Mourakiboun è rimasta soggetta al congelamento dei beni.

Tra luglio e novembre, le autorità hanno emesso almeno 17 provvedimenti di sospensione nei confronti di altrettante associazioni. A luglio, il tribunale di primo grado di Tunisi ha ordinato la sospensione delle attività di IWatch per 30 giorni. Ad agosto, lo stesso tribunale ha sospeso arbitrariamente le attività dell’organizzazione per i diritti delle donne Aswat Nissa (Voci delle donne). Questa ha confermato di non avere ricevuto una notifica anticipata del provvedimento e che pertanto la procedura prevista per la sospensione non era stata rispettata. Entrambe le organizzazioni hanno presentato ricorso contro la decisione.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE PACIFICA

Le autorità hanno continuato a utilizzare accuse di “ostruzione”, una disposizione priva di chiarezza legale, per detenere arbitrariamente, perseguire e condannare individui semplicemente per avere esercitato i loro diritti alla libertà di riunione pacifica e associazione, compresi i diritti di formare e aderire a un sindacato e di organizzare e partecipare a uno sciopero.3 Le autorità hanno preso di mira in particolare individui appartenenti a comunità marginalizzate e impoverite, per avere tentato di richiamare l’attenzione verso problematiche socioeconomiche e ambientali, come ad esempio pessime condizioni di lavoro, inquinamento e accesso all’acqua, attraverso azioni di protesta, sciopero e commenti sui media.

Ad aprile, le forze di polizia di Tunisi hanno impedito che avesse luogo un finto processo presso la Rio Hall, organizzato da gruppi della società civile. L’evento mirava a gettare luce sulle violazioni commesse in Tunisia contro persone detenute per motivi politici e prigioniere di coscienza, oltre a difendere il diritto a un equo processo.

 

DIRITTO A UN PROCESSO EQUO

I processi a esponenti dell’opposizione e persone critiche verso il governo sono stati segnati da gravi violazioni delle procedure dovute e da mancanza di trasparenza. Per la maggior parte dell’anno, i processi legati ad accuse di terrorismo sono stati celebrati senza permettere alle persone imputate di essere fisicamente presenti alle udienze, con il tribunale di primo grado di Tunisi che citava non ben specificati “pericoli reali”. Queste erano costrette a partecipare in videoconferenza, una condizione che limitava seriamente la loro capacità di comunicare con il consiglio legale di difesa e d’interagire con la corte. In processi di alto profilo, giudici hanno frequentemente impedito a persone come giornalisti, familiari e osservatori internazionali, compresi diplomatici, di partecipare ai dibattimenti, compromettendo fortemente la trasparenza dei processi.

Avvocate e avvocati che rappresentavano membri di gruppi d’opposizione politica e vittime di violazioni sono stati presi di mira con indagini penali in base ad accuse pretestuose come “offesa a terze persone” e “diffusione d’informazioni false”. Ad aprile, l’avvocato Ahmed Souab è stato arrestato dalla brigata antiterrorismo dopo avere criticato il processo del “caso del complotto”, evidenziando le violazioni procedurali e la mancanza di trasparenza della corte in una conferenza stampa successiva al processo. È stato incriminato ai sensi della legislazione antiterrorismo e del decreto-legge 54. Il 31 ottobre, il tribunale di primo grado di Tunisi lo ha giudicato colpevole delle accuse e lo ha condannato a cinque anni di carcere più altri tre anni di sorveglianza amministrativa, al termine di un processo che era durato appena sette minuti.

Indipendenza della magistratura

L’Associazione dei magistrati tunisini (Association des magistrats tunisiens – Amt) ha documentato la continua interferenza diretta dell’esecutivo nella nomina e nella carriera di giudici, che comprometteva l’indipendenza della magistratura. Questa si manifestava tra l’altro, secondo l’Amt, con la nomina di giudici attraverso ordini impartiti direttamente dalla ministra della Giustizia e il trasferimento o la sospensione di giudici e pubblici ministeri attraverso centinaia di protocolli esecutivi al di fuori delle procedure dovute. L’Amt ha inoltre riportato che i protocolli esecutivi erano utilizzati per punire giudici di vario rango, che hanno avuto trasferimenti arbitrari in tribunali localizzati lontano dalle loro abitazioni, senza alcuna procedura disciplinare equa e trasparente.

Giudici e pubblici ministeri che avevano subìto destituzioni sommarie tramite decreto presidenziale a giugno 2022 hanno continuato a vedersi negare una riparazione e ad avere ricadute negative in termini professionali, economici e di reputazione. Non era stata ancora intrapresa alcuna azione giudiziaria in seguito alle denunce individuali sporte il 23 gennaio 2023 da 37 giudici con provvedimento di destituzione contro il ministro della Giustizia, per contestare la mancata implementazione da parte del ministro di un’ordinanza emessa da un tribunale, che aveva disposto il reintegro di 49 di 57 giudici e pubblici ministeri licenziati.

 

DIRITTI DELLE PERSONE RIFUGIATE E MIGRANTI

Le politiche e le procedure in materia di migrazione e asilo hanno continuato a essere caratterizzate da diffuse violazioni dei diritti umani, principalmente dirette contro le persone rifugiate e migranti nere.4 Le autorità hanno continuato a effettuare espulsioni collettive altamente rischiose verso l’Algeria e la Libia su base regolare, in violazione del principio di non refoulement, mettendo anche in pericolo vite umane in seguito a intercettazioni in mare spesso imprudenti o arresti razzialmente mirati, di frequente accompagnati da tortura e maltrattamento, compresa una violenza sessuale disumanizzante. La sospensione decisa dal governo a giugno 2024 della registrazione e delle attività di determinazione dello status dei rifugiati dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite peri rifugiati, ha continuato a privare le persone del diritto di chiedere asilo.

A partire da febbraio in poi, i commenti rilasciati in pubblico da figure parlamentari e governative hanno contribuito a un’impennata della violenza razzista contro persone migranti nere, con utenti dei social media che hanno condiviso video in cui si erano auto filmati mentre “davano la caccia ai [neri] africani” e minacciavano violenze e altri abusi contro di loro. Ad aprile, le autorità hanno annunciato “un’operazione di smantellamento” nella regione orientale di Sfax e dato esecuzione a sgomberi forzati di campi improvvisati allestiti da persone rifugiate e migranti nei due anni precedenti.

Ad aprile, una proposta di legge sull’espulsione di migranti irregolari è stata presentata alle rilevanti commissioni parlamentari per essere esaminata. Il documento non prevedeva alcuna misura per proteggere persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti dal rischio di espulsioni sommarie e refoulement.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

I gruppi lgbti hanno riferito un aumento dei procedimenti giudiziari per comportamenti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso, ai sensi dell’art. 230 del codice penale e di altri articoli relativi a moralità e indecenza.

Secondo l’organizzazione lgbti Damj, tra luglio e novembre, 79 persone, in maggioranza donne transgender, sono state arrestate ai sensi degli artt. 230, 226, 226 bis e 231 del codice penale tunisino, unicamente sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere. A fine anno, 37 erano state condannate a pene variabili da sei mesi a tre anni di carcere nella Tunisi metropolitana e in altri governatorati, tra cui Medenine, Sousse e Sfax.

 

DIRITTO A UN AMBIENTE SALUBRE

Tra fine settembre e ottobre, migliaia di residenti hanno invaso le strade della città orientale di Gabès per protestare contro il grave inquinamento causato dai fumi tossici generati dalle fabbriche dell’azienda statale Tunisian Chemical Group. La polizia ha fatto ricorso all’uso eccessivo di gas lacrimogeni contro manifestanti. Nonostante le proteste e le richieste della popolazione residente, le fabbriche sono rimaste in funzione. A ottobre e novembre, i media locali e le associazioni della società civile hanno segnalato che a Gabès, centinaia di persone, in particolare minori, erano finite al pronto soccorso per problemi respiratori e altre complicazioni. La regione viveva da tempo una situazione di degrado ambientale derivante dall’attività industriale e chimica. La popolazione residente sosteneva che le emissioni contribuivano all’aumento delle percentuali di cancro, delle malattie respiratorie e dei danni ecologici.

 

Note:
1 Tunisia: Escalating crackdown on human rights organizations reaches critical levels, 14 novembre.
2 Tunisia: Conviction of human rights defenders confirms criminalization of civil society work, 25 novembre.
3 Tunisia: We Were Only Asking for Our Rights and Dignity”: Obstruction Charges Used To Punish Peaceful Assembly, 17 giugno.
4 Tunisia: Rampant violations against refugees and migrants expose EU’s complicity risk, 6 novembre.

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