Repubblica Centrafricana - Amnesty International Italia

Repubblica Centrafricana


Rapporto annuale 2017-2018   Africa

Repubblica Centrafricana

Capo di stato: Faustin-Archange Touadéra

Capo di governo: Simplice Sarandji

Fuori dalla capitale Bangui, il controllo del governo era minimo. I gruppi armati hanno continuato a combattere per il controllo territoriale e a prendere di mira civili, operatori umanitari e peacekeeper. La dilagante impunità ha alimentato ulterior- mente l’instabilità e il conflitto. È aumentato il numero delle persone che cercavano rifugio nei paesi vicini o che erano sfollate internamente, in condizioni deplorevoli.

Almeno 2,4 milioni di persone dipendevano dagli aiuti umanitari e 1,4 milioni erano in condizioni d’insicurezza alimentare.

Contesto

Si è verificata un’escalation della violenza, soprattutto nelle prefetture (distretti) di Ouaka, Basse Kotto e Haute Kotto e nelle aree circostanti. Gruppi armati ex seleka e anti-balaka avevano il controllo su gran parte del paese.

Il mandato della Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale nella Re- pubblica Centrafricana delle Nazioni Unite (UN Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic – Minusca) è stato rinnovato fino al 15 novembre 2018. Il contingente è stato rafforzato, dopo le critiche sulla sua incapacità di proteggere la popolazione civile e di rispondere agli attacchi. A giugno, le Nazioni Unite hanno deciso una riduzione dei fondi alla Minusca, pari a 18,8 milioni di dollari Usa, e tagliato anche quelli di altre 14 missioni di peacekeeping.

Tra aprile e maggio, le truppe statunitensi e ugandesi, che erano state schierate sotto l’egida della task force regionale dell’Au per eliminare l’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army – Lra), sono state ritirate dal paese.

A maggio, l’assemblea nazionale ha presentato al governo un piano per la pace, che prevedeva tra l’altro un comitato nazionale delle vittime ed escludeva la possibilità di amnistie per i crimini di guerra.
A giugno, il governo e 13 dei 14 gruppi armati hanno sottoscritto un accordo di pace, che stabiliva tra l’altro un cessate il fuoco immediato, una rappresentanza politica per i gruppi armati e la creazione di una commissione di verità e riconciliazione. L’accordo inoltre prevedeva la possibilità di concedere provvedimenti di clemenza. A luglio, l’Au ha elaborato una roadmap per la pace e la riconciliazione nella Repubblica Centrafri- cana (Central African Republic – Car), che ha avviato una mediazione congiunta.

Violazioni da parte dei gruppi armati e crimini di diritto internazionale nella Repubblica Centrafricana

I gruppi armati si sono resi responsabili di uccisioni, tortura e altri maltrattamenti, aggressioni sessuali, rapimenti, arresti, estorsioni e saccheggi, reclutamento e sfruttamento di minori e attacchi contro operatori umanitari e loro strutture; hanno inoltre impedito l’accesso agli aiuti umanitari.

L’Ngo Organizzazione delle Ngo internazionali per la sicurezza ha riferito che oltre 390 attacchi alla sicurezza avevano preso di mira le agenzie umanitarie e almeno 15 operatori umanitari nazionali e internazionali erano stati uccisi.

Tra il 20 e il 21 marzo, almeno 20 persone, compresi civili, sono state uccise negli scontri tra truppe ex seleka e anti-balaka, nelle città di Bakouma e Nzako, nella prefettura di Mbomou.

Ad aprile, lungo la strada che collega Bangassou e Rafai, 11 civili sono stati uccisi negli scontri tra truppe anti-balaka e forze dell’Unione per la pace nelle Repubblica Centrafricana (Union for Peace in the Central African Republic – Upc), che aveva stretto un’alleanza di comodo con i pastori locali.
Il 2 maggio, il gruppo Ritorno, reclamo e riabilitazione, conosciuto come “3R”, ha ucciso 12 persone a Niem-Yelewa e occupato per 12 giorni la città.

Tra il 7 e il 25 maggio, gli attacchi sferrati dall’Upc hanno provocato centinaia di morti tra i civili e sfollato migliaia di persone nel sud-est del paese, comprese le città di Alindao, Nzangba e Mobaye. Ad Alindao sono morti almeno 130 civili e le donne sono state sistematicamente stuprate.
Tra il 12 e il 13 maggio, truppe anti-balaka hanno attaccato il quartiere a maggioranza musulmana di Tokoyo, a Bangassou, nella prefettura di Mbomou, e la base della Minusca. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nei combattimenti sono state uccise almeno 72 persone, 76 ferite e 4.400 sfollate, mentre la Croce Rossa centrafricana ha stimato almeno 115 morti.

Dal 16 al 18 maggio, truppe ex seleka e anti-balaka si sono combattute nella città di Bria, provocando la morte di almeno 17 civili e lo sfollamento di circa 15.000 persone. Il 6 giugno, almeno 18 civili sono rimasti uccisi quando elementi del Fronte popolare per la rinascita della Repubblica Centrafricana (Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique – Fprc) hanno sferrato i loro attacchi contro avamposti anti-balaka, a Nzako. Dal 20 al 23 giugno, oltre 80 civili sono morti durante gli scontri tra truppe anti-balaka e l’Fprc, a Bria.

Tra il 27 e il 30 giugno, almeno 22 persone sono morte quando forze anti-balaka hanno attaccato i quartieri a predominanza musulmana della città di Zemio e la popolazione locale ha risposto all’aggressione.

Il 1° luglio, almeno 10 persone sono state uccise nei combattimenti tra elementi del Movimento patriottico centrafricano (Mouvement patriotique pour la Centrafrique – Mpc) e forze anti-balaka a Kaga-Bandoro, nella provincia di Nana-Gribizi.

Tra il 29 luglio e il 1° agosto, forze ex seleka e anti-balaka si sono scontrate nella città di Batangafo, causando la morte di almeno 14 civili e lo sfollamento di oltre 24.000 persone.

Ad agosto, truppe anti-balaka e dell’Upc si sono combattute nella città di Gambo, vicino a Bangassou, provocando almeno 36 morti tra i civili, tra cui sei operatori della Croce Rossa centrafricana. A settembre, a Bria, negli scontri tra fazioni rivali dell’Fprc sono morte 10 persone. Centinaia di musulmani hanno fatto ritorno nelle loro case nel sud-ovest del paese ma hanno continuato a essere perseguitati; per paura degli attacchi sono stati costretti a limitare i loro spostamenti e, in alcuni casi, a non rivelare la loro fede religiosa.

Nel sud-est del paese, le Ngo internazionali hanno documentato 113 attacchi dell’Lra e almeno 12 vittime civili e 362 rapimenti.

Il 10 ottobre, almeno 25 persone sono state uccise in una moschea quando gli anti-balaka hanno attaccato la città di Kembe, nella provincia di Basse-Kotto. Il 18 ottobre, scontri tra anti-balaka e combattenti dell’Upc a Pombolo, nella provincia di Mbomou, hanno causato la morte di 26 persone.
A novembre, aggressori non identificati hanno lanciato una granata durante un con- certo a Bangui, uccidendo quattro persone.

Violazioni da parte delle forze di peacekeeping nella Repubblica Centrafricana

Sono stati segnalati nuovi casi di sfruttamento e abusi sessuali da parte delle truppe di peacekeeping. A gennaio, il segretariato generale delle Nazioni Unite ha annunciato la creazione di una nuova task force, incaricata di prevenire e punire questo tipo di abusi. Tuttavia, le Nazioni Unite hanno registrato 21 nuovi casi, anche ai danni di sei minori, in cui erano coinvolti peacekeeper. A giugno, la Repubblica del Congo ha ritirato circa 650 soldati in seguito alla denuncia di abusi sessuali ed episodi di cattiva condotta da parte delle sue truppe.

Il 30 settembre, almeno un peacekeeper mauritano è stato accusato di aver drogato e stuprato una donna, nella città di Bambari. La Minusca ha rapidamente dato incarico agli investigatori di seguire la questione.

Diverse querele per casi di sfruttamento e abusi sessuali in cui erano coinvolti peacekeeper francesi, schierati per l’operazione Sangaris, sono state archiviate a seguito delle indagini. A marzo, il procuratore di Parigi ha chiesto l’archiviazione di un fascicolo giudiziario per uno stupro, che si sarebbe verificato tra il 2013 e il 2014 presso l’insediamento per sfollati interni di M’Poko, a Bangui. Almeno 14 soldati dell’operazione Sangaris e cinque militari della Missione di supporto internazionale a guida africana nella Repubblica Centrafricana (Mission internationale de soutien à la Centrafrique – Misca), guidata dall’Au, oltre ad alcuni peacekeeper, sarebbero stati coinvolti nel caso. La decisione del procuratore di archiviare il fascicolo era basata sul fatto che le deposizioni rilasciate dai testimoni non erano sufficienti a dimostrare i fatti.

Rifugiati e sfollati interni nella Repubblica Centrafricana

L’escalation della violenza tra aprile e maggio ha fatto aumentare il numero delle persone che cercavano rifugio nei paesi vicini. A fine anno almeno 538.000 persone erano scappate dal paese nei vicini Ciad, Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo; mentre 601.000 erano sfollate internamente e vivevano in condizioni deplorevoli all’interno di campi improvvisati, senza accesso ad acqua, cibo, assistenza medica e servizi igienico-sanitari adeguati.

Impunità nella Repubblica Centrafricana

Molti di coloro che erano sospettati di aver commesso violazioni dei diritti umani e abusi, compresi membri di gruppi armati o delle forze di sicurezza, non sono stati indagati o processati. Un sistema di giustizia penale al collasso e la sua lenta ricostruzione hanno peggiorato il già alto livello d’impunità nel paese.

Il 26 febbraio, la Minusca ha arrestato sei membri dell’Fprc e dell’Mpc. Le autorità centrafricane li hanno presi in custodia dal 1° marzo e hanno aperto un’indagine nei loro confronti. A fine anno, i sospettati non erano stati ancora processati.

Tra novembre e dicembre, otto membri degli anti-balaka sono stati condannati in quattro diversi casi, in una corte della città occidentale di Bouar, a pene fino a 20 anni di carcere per reati tra cui associazione criminale, possesso illegale di armi di fabbricazione artigianale, omicidio e furto. Altri sono stati condannati in contumacia. Le autorità centrafricane non hanno provveduto a implementare un congelamento dei beni che, il 27 gennaio 2017, era stato esteso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, fino al 31 gennaio 2018, oltre a un embargo sulle armi e a un divieto di viaggio. Diversi destinatari di questi provvedimenti hanno continuato a percepire regolarmente i loro stipendi statali.

Tra aprile e dicembre, gli Usa hanno imposto sanzioni economiche, anche nei confronti di Abdoulaye Hissène, esponente di spicco dell’Fprc, e di Maxime Mokom, un leader anti-balaka. A giugno, il Ciad ha annunciato di aver congelato i beni di Abdouaye Hissène, vietandogli di varcare la frontiera con il Ciad.

Giustizia internazionale nella Repubblica Centrafricana

Sono stati compiuti progressi per rendere operativa la Corte penale speciale (Special Criminal Court – Scc), che avrebbe processato i sospetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini di diritto internazionale, compiuti a partire dal 2003.

A maggio, il procuratore speciale dell’Scc ha assunto l’incarico e in seguito sono stati nominati cinque magistrati centrafricani e due magistrati internazionali; è stato inoltre creato un comitato incaricato della selezione degli agenti di polizia giudiziaria. Le indagini dell’Icc sulla “situazione nella Repubblica Centrafricana II” sono continuate ma non sono stati spiccati mandati d’arresto. A marzo, l’Icc ha portato a 19 anni la precedente condanna a 18 anni di carcere di Jean-Pierre Bemba Gombo, dopo che l’imputato e il suo collegio di difesa erano stato ritenuti colpevoli di tentata corruzione dei testimoni nel 2016.

Risorse naturali nella Repubblica Centrafricana

Il 20 luglio, la Corte generale dell’Eu ha confermato il congelamento dei beni delle società di diamanti con sede in Belgio, Badica e Kardiam, che si erano procurate diamanti di provenienza centrafricana malgrado un precedente divieto.

Diritto a un adeguato standard di vita nella Repubblica Centrafricana

Le Nazioni Unite hanno documentato che circa la metà della popolazione (2,4 milioni di persone) necessitava di aiuti umanitari e che 1,4 milioni di persone versavano in condizioni d’insicurezza alimentare.

Il sistema sanitario era al collasso a causa del conflitto e, per i servizi di prima necessità, la popolazione dipendeva quasi esclusivamente dalle agenzie umanitarie. L’escalation della violenza ha spinto le organizzazioni umanitarie a ritirare temporaneamente il proprio staff da città e villaggi.
Secondo le Nazioni Unite, appena un terzo della popolazione aveva accesso all’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari adeguati.

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