Senegal - Amnesty International Italia

Repubblica del Senegal

Capo di stato: Macky Sall

Capo di governo: Mohammed Dionne

I diritti alla libertà di riunione pacifica e d’espressione sono stati limitati. Le condizioni all’interno delle carceri sono rimaste dure. Minori sono stati costretti a mendicare per le strade. Non sono state intraprese iniziative per affrontare l’impunità per le violazioni dei diritti umani.

Processi iniqui nella Repubblica del Senegal

Khalifa Sall, leader d’opposizione e sindaco di Dakar, la capitale, è stato arrestato il 7 marzo, per accuse comprendenti tra l’altro associazione a delinquere, falsificazione di dati, appropriazione indebita di fondi pubblici, frode e riciclaggio di denaro. In varie occasioni gli è stato negato il rilascio su cauzione. A luglio, mentre era in detenzione, è stato eletto al parlamento. A novembre, l’assemblea nazionale gli ha revocato l’immunità parlamentare, su richiesta del pubblico ministero. I suoi avvocati e gruppi della società civile e dell’opposizione hanno espresso preoccupazione per il fatto che la magistratura si fosse dimostrata priva d’indipendenza nell’esaminare il suo caso. In relazione allo stesso caso sono state incriminate altre sette persone, cinque delle quali sono rimaste, assieme a Khalifa Sall, in detenzione senza processo, nel carcere di Rebeuss, a Dakar.

Libertà di riunione nella Repubblica del Senegal

Le autorità hanno vietato lo svolgimento di manifestazioni pacifiche e arrestato dimostranti, in particolare nel periodo che ha preceduto le elezioni di luglio.

A giugno, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco, ferendo due donne, e picchiato diverse altre persone durante una protesta organizzata nella città di Touba contro il maltrattamento di un ragazzo di 14 anni da parte di membri di un’associazione religiosa, spesso descritta come la “polizia religiosa”. Gli agenti hanno negato di avere aperto il fuoco sui manifestanti ma è stata comunque avviata un’indagine sull’episodio.

Circa 20 componenti del “collettivo dei 1.000 giovani per il rilascio di Khalifa Sall” sono stati arrestati a giugno e novembre per “disordine pubblico”, dopo che avevano manifestato pacificamente a Dakar chiedendo il rilascio di Khalifa Sall. Sono stati liberati tutti il giorno stesso tranne uno.

A luglio, le forze di sicurezza hanno impiegato gas lacrimogeni e manganelli per reprimere una manifestazione pacifica organizzata dall’ex presidente e leader d’opposizione Abdoulaye Wade. Le autorità hanno interrotto la protesta ai sensi di un decreto del 2011, che vietava tutti i raduni nelle aree centrali delle città.

Libertà d’espressione nella Repubblica del Senegal

Giornalisti, artisti, utenti dei social network e altri che avevano espresso il loro dissenso sono stati arbitrariamente arrestati.

Il 30 giugno, la giornalista Ouleye Mané e altri tre colleghi sono stati arrestati con l’accusa di “avere pubblicato fotografie che offendevano la morale” e “associazione a delinquere”, dopo aver condiviso su WhatsApp alcune fotografie del presidente. I quattro sono stati rilasciati su cauzione l’11 agosto.

Ami Collé Dieng, una cantante, è stata arrestata a Dakar l’8 agosto e accusata di “avere offeso il capo dello stato” e “divulgato notizie false”, per avere inviato tramite WhatApp una registrazione audio in cui criticava il capo dello stato. È stata rilasciata su cauzione il 14 agosto.

Ad agosto, il pubblico ministero ha emanato un’ingiunzione che vietava a tutti gli utenti, oltre che agli amministratori dei siti web, di postare su Internet commenti o immagini dal contenuto “offensivo”, avvisando che i trasgressori sarebbero stati perseguiti per reati informatici ai sensi del codice penale.

A giugno, l’assemblea nazionale ha adottato un nuovo codice della stampa, il cui testo era formulato in maniera vaga e prevedeva pene detentive per reati legati alla pubblicazione di notizie. Il codice conferiva ai ministri dell’Interno e della Comunicazione il potere di vietare quotidiani e periodici esteri e prevedeva pene carcerarie e ammende per chi avesse sfidato tale divieto. L’art. 192 conferiva, tra le altre cose, alle autorità amministrative il potere di ordinare la confisca di beni utilizzati per pubblicare o trasmettere informazioni; di sospendere o interrompere un programma radiofonico o televisivo; di chiudere in via temporanea un organo d’informazione per motivi legati alla sicurezza nazionale o a minacce all’integrità territoriale del paese.

Questo prevedeva inoltre pene carcerarie per reati come “offesa” al capo dello stato, diffamazione, insulti, trasmissione o distribuzione d’immagini contrarie alla morale e divulgazione di notizie false. Erano inoltre criminalizzate varie tecniche usate tipicamente dagli informatori, per le quali erano previste pene carcerarie. L’art. 227 consentiva alle autorità di limitare l’accesso ai contenuti online che fossero stati ritenuti “contrari alla moralità”, “denigrare l’onore” o essere “palesemente illegali”, per citare alcuni casi.

Detenzioni e decessi in custodia nella Repubblica del Senegal

Gli istituti di pena del paese sono rimasti caratterizzati da sovraffollamento e dure condizioni di detenzione. Almeno quattro persone sono morte in custodia, comprese due che si ritiene si siano tolte la vita impiccandosi.

Decine di detenuti sono rimasti in custodia cautelare per periodi prolungati per reati in materia di terrorismo. Imam Ndao è rimasto detenuto più di due anni per accuse come “atti di terrorismo” e “glorificazione del terrorismo”, prima di essere sottoposto a processo il 27 dicembre. Le autorità gli avevano anche negato cure mediche adeguate, necessarie per il deterioramento delle sue condizioni di salute.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate nella Repubblica del Senegal

Il codice penale continuava a considerare reato le relazioni omosessuali tra adulti consenzienti. Le persone Lgbti hanno dovuto affrontare discriminazioni, in particolare nell’accesso ai servizi sanitari e alla giustizia.

Diritti dei minori nella Repubblica del Senegal

A luglio, Human Rights Watch ha documentato che oltre un migliaio dei circa 1.500 minori che erano stati tolti dalla strada tra luglio 2016 e marzo 2017 avevano fatto ritorno alle loro scuole coraniche tradizionali. Erano stati tolti da queste scuole nel quadro di un programma avviato dal governo nel 2016 per sottrarli all’accattonaggio per le strade, cui erano spesso costretti, e ad altri abusi da parte dei loro insegnanti delle scuole coraniche. Nella maggior parte di questi istituti non erano mai state condotte ispezioni ufficiali e molti dei ragazzi erano stati nuovamente costretti a chiedere l’elemosina per le strade. Solo in pochi casi le autorità sono intervenute per svolgere indagini o perseguire i responsabili di questi abusi.

Impunità nella Repubblica del Senegal

Ad aprile, il Comitato delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate ha pubblicato le sue osservazioni conclusive sul Senegal. Ha raccomandato che il codice penale e le procedure investigative venissero messe in linea con la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata e che il mandato del comitato senegalese sui diritti umani venisse rafforzato secondo i Princìpi relativi allo status delle istituzioni nazionali sui diritti umani (Princìpi di Parigi).

Giustizia internazionale nella Repubblica del Senegal

Ad aprile, le Camere straordinarie africane del Senegal hanno confermato il verdetto di colpevolezza e la condanna all’ergastolo nei confronti dell’ex presidente ciadiano Hissène Habré, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e tortura, commessi in Ciad tra il 1982 e il 1990.

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