Bangladesh - Amnesty International Italia

Repubblica popolare del Bangladesh

Capo di stato: Abdul Hamid
Capo di governo: Sheikh Hasina

Il Bangladesh ha ricevuto oltre 655.000 rifugiati rohingya costretti a fuggire dallo stato del Rakhine in Myanmar. Membri del partito d’opposizione Associazione islamica bengalese (Jamaat-e-Islami) sono stati arrestati arbitrariamente. Difensori dei diritti umani sono stati vessati e intimiditi. I diritti alla libertà di riunione pacifica e associazione sono rimasti limitati. Sono perdurate le sparizioni forzate.

La strategia per combattere la violenza dei gruppi armati ha continuato a essere segnata da violazioni dei diritti umani. Le persone Lgbti hanno ancora subìto vessazioni e arresti. Nell’area delle Chittagong Hill Tracts, le forze di sicurezza non hanno protetto le persone native dalle violenze. Un aspetto positivo è stato il fatto che un decennio di costante crescita economica ha aiutato a ridurre la povertà estrema.

Libertà d’espressione nella Repubblica popolare del Bangladesh

Sono continuati gli attacchi nei confronti dei giornalisti, con denunce di molte aggressioni fisiche, tra cui l’uccisione di Abdul Hakim Shimul.

Il governo ha continuato a impiegare leggi repressive per limitare indebitamente il diritto alla libertà d’espressione e per prendere di mira e vessare i giornalisti e i difensori dei diritti umani. Le disposizioni punitive della legge sull’informazione e la tecnologia delle comunicazioni sono state modificate, malgrado le numerose richieste dei meccanismi per i diritti umani di abolire le norme inaccettabili della legge. Il governo ha ribadito l’intenzione d’introdurre la legge per la sicurezza digitale, che avrebbe ulteriormente limitato il diritto alla libertà d’espressione online.

Erano ancora in corso le indagini sugli omicidi di attivisti laici commessi nel 2015 e 2016, rivendicati dal gruppo armato Ansar al-Islam. Il gruppo è stato messo al bando a marzo 2017 ma i continui ritardi dei procedimenti penali hanno ancora alimentato la frustrazione nella società civile.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate nella Repubblica popolare del Bangladesh

Gli attivisti Lgbti hanno continuato a essere abitualmente molestati e soggetti a detenzione arbitraria per mano di attori statali e non statali. Gli omicidi di alcuni attivisti nel 2016 da parte del gruppo armato Ansar al-Islam hanno intensificato i timori già presenti all’interno della comunità Lgbti; molti attivisti sono rimasti nascosti.

A maggio, 28 uomini, che si ritiene siano stati presi di mira per il loro percepito orientamento sessuale, sono stati arrestati a Keraniganj, un quartiere della capitale Dhaka, e accusati di violazione della legge del 1990 sul controllo dei narcotici. Gli arresti sono stati effettuati durante un’assemblea che si teneva regolarmente, nota per essere frequentata da uomini gay.
Nessuno è stato portato davanti alla giustizia per gli omicidi, risalenti al 2016, degli attivisti Lgbti Xulhaz Mannan, Mahbub Rabbi Tanoy, Avijit Roy e Niladry Niloy, sebbene durante l’anno ci sia stato almeno un arresto in relazione alle uccisioni.

Libertà di riunione nella Repubblica popolare del Bangladesh

Il diritto alla libertà di riunione pacifica ha continuato a essere fortemente limitato. Agli oppositori politici è stato negato il diritto di organizzare incontri per le loro campagne e raduni politici. La legge sulla regolamentazione delle donazioni dall’estero (attività volontarie) ha continuato a limitare il lavoro delle Ngo.

Sparizioni forzate nella Repubblica popolare del Bangladesh

Le forze di sicurezza hanno regolarmente eseguito sparizioni forzate, in particolare nei confronti dei sostenitori dell’opposizione. Alcune delle persone scomparse in seguito sono state ritrovate morte. In una dichiarazione rivolta alle autorità a febbraio, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie ha dichiarato che il numero di sparizioni forzate era aumentato in modo considerevole negli ultimi anni. Secondo le notizie ricevute, 80 persone sono state vittime di sparizione forzata nel corso dell’anno.

A marzo, Hummam Quader Chowdhury, figlio di un leader del partito d’opposizione Partito nazionalista del Bangladesh (Bangladesh Nationalist Party – Bnp) messo a morte, è stato rilasciato dopo sei mesi di detenzione in incommunicado. Sono aumentate le preoccupazioni per la sicurezza di Mir Ahmad Bin Quasem e Abdullahil Amaan Azmi, due figli di altri membri dell’opposizione messi a morte, scomparsi ad agosto 2016, la cui ubicazione a fine 2017 era ancora sconosciuta.

Ad aprile, Radio Svezia ha trasmesso un’intervista, registrata sotto copertura, in cui un esponente d’alto livello del battaglione d’intervento rapido descriveva come la sua unità eseguiva sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali. A ottobre, secondo le accuse, l’accademico Mubashar Hasan è stato rapito da membri del servizio d’intelligence dell’esercito; è tornato a casa dopo 44 giorni.

Sistema giudiziario nella Repubblica popolare del Bangladesh

Sono aumentate le preoccupazioni per la crescente interferenza del governo sulla magistratura. A luglio, il giudice capo della Corte suprema ha presieduto l’udienza relativa a una sentenza con cui è stata ribaltata una controversa modifica costituzionale (16° emendamento), che aveva autorizzato il parlamento a mettere in stato d’accusa i giudici se fossero state confermate nei loro confronti accuse di negligenza o incapacità.

Dopo la sentenza, la prima ministra ha criticato il giudice capo. In seguito, a novembre, il giudice capo Sinha ha rassegnato le sue dimissioni e ha lasciato il paese in circostanze che hanno fatto pensare a un’interferenza dell’esecutivo in seguito alla decisione sull’emendamento.

Rifugiati e richiedenti asilo nella Repubblica popolare del Bangladesh

Ad agosto è iniziata una grave crisi umanitaria quando oltre 655.000 rohingya, prevalentemente musulmani del Myanmar, sono giunti nel distretto di Cox’s Bazar in fuga dalle violenze da parte dell’esercito del Myanmar, nello stato di Rakhine. La campagna di pulizia etnica dell’esercito del Myanmar si è configurata come crimine contro l’umanità secondo il diritto internazionale (cfr. Myanmar).

Il distretto di Cox’s Bazar ospitava già circa 400.000 rifugiati rohingya, che erano fuggiti da precedenti episodi di violenza e persecuzione, di cui era responsabile l’esercito del Myanmar.

Il Bangladesh ha continuato a rifiutarsi di riconoscere formalmente i rohingya come rifugiati. Le segnalazioni di grave malnutrizione erano assai diffuse; i bambini rappresentavano il 61 per cento dei nuovi arrivati e ne sono stati colpiti in modo particolare.

Le donne e le ragazze rohingya erano ad altissimo rischio di violenza sessuale e di genere e di tratta di esseri umani, sia da parte della popolazione locale, sia di altri rifugiati. I fattori di rischio comprendevano inadeguati meccanismi di protezione o di gestione dei campi, pessime condizioni di vita, assenza di un’amministrazione civile e della polizia, nonché il mancato accesso al sistema giudiziario formale e ad altri servizi. I rohingya arrivati vivevano in condizioni squallide e non avevano il permesso di lasciare il campo.

A novembre, i governi di Bangladesh e Myanmar hanno sottoscritto un accordo di rimpatrio per facilitare il ritorno in Myanmar dei rohingya appena arrivati. Le condizioni dell’accordo potevano violare gli standard internazionali sul rimpatrio volontario e il principio giuridico internazionale del non-refoulement, aprendo la strada al rimpatrio forzato di centinaia di migliaia di rohingya in Myanmar, dove erano a grave rischio di violazioni dei diritti umani.

Tortura e altri maltrattamenti nella Repubblica popolare del Bangladesh

La tortura e altri maltrattamenti in custodia sono rimasti molto diffusi e raramente le denunce sono state oggetto d’indagine. La legge del 2013 sulla prevenzione della tortura e delle morti in custodia ha continuato a essere applicata in modo inadeguato, a causa della mancanza di volontà politica e di consapevolezza da parte della polizia e delle forze di sicurezza.

Pena di morte nella Repubblica popolare del Bangladesh

Decine di persone sono state condannate a morte e ci sono state esecuzioni.
Ad aprile, due persone sono state condannate a morte dopo essere state riconosciute colpevoli di crimini contro l’umanità dal tribunale per i crimini internazionali (International Crimes Tribunal – Ict), una corte bengalese istituita per indagare sui fatti risalenti alla guerra d’indipendenza del 1971.

Il tribunale ha anche concluso le udienze di dibattimento per il processo di sei presunti criminali di guerra di Gaibandha, per omicidi di massa, rapimenti, saccheggi e incendi durante la guerra del 1971.

Il processo era ancora in corso. Sono stati espressi gravi timori riguardo all’equità processuale dei procedimenti del tribunale, ad esempio per il diniego di tempi adeguati concessi agli avvocati per preparare la difesa e per le limitazioni arbitrarie al numero dei testimoni ammessi.

Chittagong Hill Tracts

A giugno, almeno una persona è stata uccisa e centinaia di case sono state incendiate nel corso dell’attacco di una folla contro nativi nella città di Langadu, nel distretto di Rangamati Hill. Secondo quanto riferito, agenti di polizia e soldati non sono stati in grado di proteggere i nativi dei villaggi. A fine anno, alle persone lasciate senza casa non era stato ancora assegnato un alloggio. Un video, pubblicato sui social network, sembrava mostrare soldati che facevano uso eccessivo della forza contro studenti che protestavano in modo pacifico per la violenza subita dall’attivista per i diritti dei nativi Kalpana Chakma e per la sua sparizione, risalenti al 1996. Mithun Chakma, un sostentitore dei diritti dei nativi, ha denunciato una “situazione di soffocamento”, nella quale era costretto ad andare in tribunale fino a otto volte al mese per rispondere di accuse penali in relazione a 11 casi separati, alcuni dei quali ai sensi della legge sull’informazione e la tecnologia delle comunicazioni e collegati ad articoli che aveva pubblicato sui social network su violazioni dei diritti umani, essendogli di fatto impedito di continuare il suo lavoro di difensore dei diritti umani.

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