India - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DELL’INDIA

Capo di stato: Ram Nath Kovind (subentrato a Pranab Mukherjee a luglio)

Capo di governo: Narendra Modi

Le minoranze religiose, in particolare i musulmani, hanno subìto una crescente demonizzazione da parte di gruppi indù oltranzisti, organi d’informazione filogovernativi e alcuni funzionari statali. Le comunità adivasi hanno continuato a essere sfollate a causa di progetti di sviluppo industriale, mentre sono rimasti diffusi i crimini d’odio contro i dalit.

Le autorità hanno apertamente criticato attivisti e organizzazioni per i diritti umani, contribuendo a creare un clima di ostilità nei loro confronti. Sono aumentati gli episodi di violenza di massa, compresi quelli commessi da gruppi di vigilantes a protezione delle vacche.

La libertà di stampa e la libertà d’espressione nelle università sono state sotto attacco. L’India non è riuscita a rispettare gli impegni in materia di diritti umani assunti davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. La Corte suprema e le Alte corti hanno emesso varie sentenze in senso progressista ma alcuni pronunciamenti hanno danneggiato i diritti umani. È perdurata l’impunità per le violazioni dei diritti umani.

VIOLAZIONI DA PARTE DI GRUPPI ARMATI NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

A gennaio 2017, tre operai addetti alla costruzione di strade sono stati uccisi nel corso di un attacco in un campo militare da parte di presunti membri del gruppo armato Jamaat-ud-Dawa, ad Akhnoor, nello stato di Jammu e Kashmir. Il Fronte unito di liberazione di Asom (indipendente) ha rivendicato l’esplosione di sette ordigni nello stato di Assam il 26 gennaio; non ci sono state notizie di vittime. A luglio, presunti membri del gruppo armato Lashkar-e-Taiba hanno attaccato un autobus che trasportava pellegrini indù a Botengoo, nello stato di Jammu e Kashmir, uccidendo otto persone e ferendone 17.

Nello stato di Jammu e Kashmir, presunti membri di gruppi armati hanno minacciato e aggredito rappresentanti politici e hanno saccheggiato le case di agenti della polizia statale. Gruppi armati negli stati nordorientali sono stati sospettati di aver compiuto rapimenti e uccisioni illegali. Il gruppo armato Partito comunista d’India (maoista) era sospettato di aver ucciso vari presunti “informatori” della polizia in diversi stati.

DISCRIMINAZIONE E VIOLENZA BASATE SULLE CASTE NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Le statistiche ufficiali pubblicate a novembre hanno rilevato che nel 2016 sono stati denunciati oltre 40.000 reati contro le caste registrate. Sono stati riferiti numerosi episodi di aggressioni da parte di persone appartenenti alle caste dominanti contro dalit, perché erano entrati in spazi pubblici e sociali o perché ritenuti aver compiuto trasgressioni di casta.

A maggio, due uomini dalit sono stati uccisi, numerosi altri feriti e decine di case di dalit incendiate da uomini di una casta dominante a Saharanpur, Uttar Pradesh, dopo uno scontro tra membri delle comunità. Ad agosto, S. Anitha, una diciassettenne dalit che si era battuta contro l’introduzione di un esame nazionale uniforme per l’ammissione alle scuole di medicina, si è suicidata, scatenando proteste a Tamil Nadu. I manifestanti hanno dichiarato che l’esame avrebbe svantaggiato gli studenti che provenivano da contesti emarginati.

Attivisti hanno dichiarato che almeno 90 dalit impiegati come raccoglitori manuali di rifiuti [la pratica della pulizia di rifiuti organici umani, N.d.T.] sono morti nel corso dell’anno mentre pulivano le fognature, nonostante tale pratica fosse proibita. Molte delle persone uccise erano state assunte illegalmente da agenzie governative. Ad agosto, il governo dello stato di Delhi ha dichiarato che le persone che impiegavano raccoglitori manuali di rifiuti sarebbero state perseguite per omicidio colposo. A novembre, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari ha espresso il timore che l’enfasi posta dal governo sulla costruzione di nuovi servizi igienici come parte della Missione India pulita avrebbe potuto prolungare la pratica della raccolta manuale dei rifiuti.

DIRITTI DEI MINORI NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Le statistiche pubblicate a novembre hanno rilevato che nel 2016 sono stati denunciati oltre 106.000 casi di violenza contro i minori. A giugno, l’India ha ratificato due delle principali convenzioni dell’Ilo sul lavoro minorile. Gli attivisti hanno continuato a criticare gli emendamenti alle leggi sul lavoro minorile, che permettevano ai minori di lavorare nelle imprese familiari.

Secondo i dati di un sondaggio nazionale resi noti a marzo, circa il 36 per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni erano sottopeso e più del 38 per cento era più basso della media per la loro età. A settembre, 70 bambini sono morti in un ospedale a Gorakhpur, nell’Uttar Pradesh, presumibilmente a causa dell’interruzione della fornitura di ossigeno. La percentuale di spesa pubblica per la salute è rimasta bassa, all’1,2 per cento del Pil. I finanziamenti dei programmi governativi per fornire alimentazione e istruzione prescolare ai bambini al di sotto dei sei anni sono rimasti inadeguati.

VIOLENZA COMUNITARIA ED ETNICA NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

In tutto il paese si sono verificate decine di reati d’odio contro i musulmani. Almeno 10 uomini musulmani sono stati linciati e molti feriti da gruppi di vigilantes a protezione delle vacche, molti dei quali sembravano operare con il sostegno di membri del partito di governo Bharatiya Janata Party (Bjp). Sono stati effettuati alcuni arresti ma non risulta che siano seguite incriminazioni. A settembre, la polizia del Rajasthan ha scagionato sei uomini sospettati di aver ucciso Pehlu Khan, un allevatore che, prima di morire, aveva fatto il nome dei sospettati. Alcuni funzionari del Bjp hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali che sembravano giustificare le aggressioni. A settembre, la Corte suprema ha dichiarato che i governi dei diversi stati erano obbligati a compensare le vittime della violenza dei gruppi di vigilantes a protezione delle vacche.

Una speciale squadra investigativa, creata nel 2015 per indagare nuovamente su casi archiviati relativi al massacro dei sikh del 1984, ha chiuso 241 casi e avviato azioni giudiziarie per altri 12. Ad agosto, la Corte suprema ha istituito un comitato che comprendeva due ex giudici, incaricato di esaminare le decisioni che hanno portato alla chiusura dei casi.

A marzo, bande hanno compiuto nell’impunità una serie di aggressioni razziste contro studenti africani di colore a Greater Noida, nell’Uttar Pradesh. A giugno, tre persone sono state uccise a Darjeeling, nel Bengala Occidentale, nel corso di violenti scontri tra polizia e manifestanti che chiedevano l’istituzione di uno stato separato del Gorkhaland.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Giornalisti e libertà di stampa hanno subìto un numero sempre maggiore di attacchi. A settembre, la giornalista Gauri Lankesh, aperta oppositrice del nazionalismo indù e del sistema delle caste, è stata uccisa davanti alla sua abitazione a Bengaluru, da alcuni uomini non identificati. Nello stesso mese, il giornalista Shantanu Bhowmick è stato picchiato a morte vicino ad Agartala, mentre stava seguendo alcuni scontri violenti di natura politica.

A settembre, il fotogiornalista Kamran Yousuf è stato arrestato nello stato di Jummu e Kashmir, con l’accusa di aver istigato persone a tirare sassi contro le forze di sicurezza, ai sensi di una legge che non rispettava gli standard internazionali sui diritti umani. A novembre, il giornalista Sudip Datta Bhowmik è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco, a quanto pare sparati da un membro delle forze paramilitari presso un campo paramilitare vicino ad Agartala. A dicembre, un regista francese, che conduceva una ricerca per un documentario sul Kashmir, è rimasto detenuto per tre giorni nel Jummu e Kashmir, con l’accusa di aver violato i regolamenti sul visto.

Giornalisti hanno continuato a incorrere in casi penali per diffamazione da parte di politici e aziende. A giugno, l’assemblea legislativa dello stato di Karnataka ha condannato due giornalisti a un anno di reclusione ciascuno, con l’accusa di aver scritto articoli diffamatori su alcuni membri del parlamento dello stato.

Per limitare la libertà d’espressione sono state utilizzate leggi repressive. A giugno, 20 persone sono state arrestate con l’accusa di sedizione nel Madhya Pradesh e nel Rajasthan, dopo denunce secondo cui avevano festeggiato la vittoria della nazionale pakistana di cricket su quella indiana. A luglio, 31 attivisti dalit sono stati fermati e detenuti per un giorno a Lucknow, per aver organizzato una conferenza stampa sulla violenza basata sul sistema delle caste. Governi dei vari stati hanno vietato la diffusione di alcuni libri e il consiglio centrale per la certificazione cinematografica ha negato la proiezione di alcuni film nei cinema, adducendo ragioni vaghe ed eccessivamente generiche. A novembre, i governi di cinque stati hanno vietato la diffusione di Padmaavat, un film storico hindi, affermando che avrebbe “ferito i sentimenti della comunità”.

La libertà d’espressione nelle università ha continuato a essere minacciata. L’organo studentesco dell’organizzazione nazionalista indù Rashtriya Swayamsevak Sangh ha fatto ricorso a minacce e violenze per impedire eventi e dibattiti in alcune università. A giugno, otto studenti dell’università di Lucknow sono stati arrestati e trattenuti per 20 giorni, per aver protestato contro il primo ministro dell’Uttar Pradesh. A settembre, la polizia dell’Uttar Pradesh ha caricato con manganelli gli studenti, in gran parte donne, che protestavano contro le aggressioni di natura sessuale all’università indù di Banaras.

Ad agosto, la Corte suprema dell’India, con una sentenza storica, ha stabilito che il diritto alla riservatezza faceva parte del diritto costituzionale alla vita e alla libertà personale.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

A gennaio 2017, il ministero dell’Interno ha dichiarato di aver rifiutato il rinnovo del permesso di ricevere fondi stranieri alla Ngo nota come People’s Watch, perché riteneva che avesse messo in “cattiva luce” a livello internazionale la situazione dei diritti umani dell’India.

A marzo, GN Saibaba, attivista e professore universitario, è stato condannato con quattro altre persone all’ergastolo da un tribunale del Maharashtra, con l’accusa di essere membro e sostenitore di un gruppo maoista fuori legge. L’accusa si basava soprattutto su lettere, volantini e video e si rifaceva alle disposizioni della legge per la prevenzione delle attività illecite, che non è conforme agli standard internazionali sui diritti umani.

Sempre a marzo, Jailal Rathia, un attivista adivasi, è morto a Raigarh, nello stato del Chhattisgarh, dopo essere stato presumibilmente avvelenato da membri di un’organizzazione mafiosa rurale, contro la quale stava conducendo una campagna. Ad aprile, Varsha Dongre, una funzionaria della prigione centrale di Raipur, nel Chhattisgarh, è stata trasferita dopo aver pubblicato su Facebook un commento in cui dichiarava di aver visto la polizia torturare alcune ragazze adivasi.

A maggio, quattro uomini sono stati arrestati a Chennai e trattenuti in detenzione amministrativa per più di tre mesi per aver tentato di organizzare una commemorazione per i tamil uccisi nella guerra civile in Sri Lanka. Nello stesso mese, la polizia dello stato di Odisha ha arrestato Kuni Sikaka, un’attivista adivasi che si opponeva alle estrazioni di bauxite sulle colline di Niyamgiri, e l’ha rilasciata solo dopo averla presentata ai giornalisti come una maoista che si era arresa.

Ad agosto, l’attivista Medha Patkar e altre tre persone, che protestavano contro i risarcimenti inadeguati per le famiglie colpite dal progetto della diga Sardar Sarovar (vedi oltre), sono state arrestate con prove inventate e detenute per più di due settimane.

DIRITTI DEI POPOLI NATIVI NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Le statistiche rese pubbliche a novembre hanno rilevato che nel 2016 sono stati commessi più di 6.500 reati contro persone appartenenti alle tribù registrate. Le comunità native adivasi hanno continuato a essere sfollate a causa di progetti di sviluppo industriale. Il governo ha acquisito terreni per l’estrazione del carbone grazie a una legge speciale, senza aver cercato prima il consenso libero, anticipato e informato degli adivasi. A luglio, un comitato del ministero dell’Ambiente ha dichiarato che i proprietari delle miniere di carbone, che avrebbero aumentato la capacità produttiva fino al 40 per cento, non erano tenuti a consultare le comunità coinvolte.

A settembre, attivisti hanno protestato contro l’inaugurazione della diga Sardar Sarovar nel Gujarat, dichiarando che le circa 40.000 famiglie trasferite, comprese molte famiglie adivasi, non avevano ricevuto un adeguato risarcimento. A giugno, 98 adivasi a Raigarh, nel Chhattisgarh, hanno tentato di avviare cause penali ai sensi della legge sulle caste e le tribù registrate (prevenzione delle atrocità), sostenendo che erano stati costretti a vendere i loro terreni ad agenti di società private, a seguito di intimidazione e coercizione. La polizia ha accettato le loro denunce ma si è rifiutata di aprire casi penali.

JAMMU E KASHMIR

Ad aprile, in seguito alle proteste avvenute durante un’elezione suppletiva per un seggio parlamentare, le forze di sicurezza hanno ucciso otto persone, alcune a causa dell’uso eccessivo della forza. Un elettore, Farooq Ahmad Dar, è stato picchiato dai militari, legato alla parte anteriore di una jeep dell’esercito e portato in giro per più di cinque ore, a quanto pare come avvertimento per i manifestanti. A maggio, l’ufficiale sospettato di essere responsabile di tale fatto ha ottenuto un encomio dall’esercito per il lavoro svolto durante le operazioni di controllo delle rivolte. A luglio, la commissione dei diritti umani dello stato di Jammu e Kashmir ha ordinato al governo statale di pagare a Farooq Dar un indennizzo di 100.000 rupie indiane (circa 1.500 dollari Usa). A novembre, il governo dello stato ha rifiutato di pagare.

È perdurata l’impunità per le violazioni dei diritti umani. A giugno, due soldati, accusati di aver ucciso nel 2010 il sedicenne Zahid Farooq Sheikh, sono stati assolti da un tribunale militare istituito sotto l’egida della forza paramilitare per la sicurezza dei confini, che è riuscita a impedire che il caso venisse esaminato da un tribunale civile. A luglio, con la motivazione che era trascorso troppo tempo, la Corte suprema si è rifiutata di riaprire 215 casi relativi agli omicidi di oltre 700 membri della comunità dei pandit del Kashmir, uccisi nel 1989 nello stato di Jammu e Kashmir. Sempre a luglio, un tribunale militare d’appello ha sospeso l’ergastolo di cinque membri dell’esercito, condannati da una corte marziale per l’esecuzione extragiudiziale di tre uomini, avvenuta a Machil nel 2010. A novembre, la commissione dello stato sui diritti umani ha riproposto una direttiva, emanata nel 2011 dal governo dello stato, per indagare su oltre 2000 fosse comuni.

Le forze di sicurezza hanno continuato a impiegare fucili ad aria compressa, armi imprecise, durante le proteste, accecando e ferendo numerose persone. Le autorità hanno spesso interrotto la fornitura di servizi Internet, adducendo preoccupazioni per l’ordine pubblico.

POLIZIA E FORZE DI SICUREZZA NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

A gennaio 2017, quattro donne adivasi di Dhar, nel Madhya Pradesh, hanno dichiarato di essere state vittime di stupro di gruppo da parte di personale della polizia. A marzo, gli abitanti adivasi di Sukma, un villaggio del Chhattisgarh, hanno accusato personale delle forze di sicurezza dello stupro di gruppo di una ragazza adivasi di 14 anni. A settembre, due paramilitari sono stati arrestati perché sospettati di aver ucciso una donna e di aver stuprato e gettato acido addosso a un’altra sua amica, a Mizoram, nel mese di luglio.

Ad aprile, un ufficiale della forza paramilitare della riserva centrale di polizia ha denunciato per iscritto ai suoi superiori che varie agenzie di sicurezza avevano ucciso due presunti membri di un gruppo armato, nel corso di un’esecuzione extragiudiziale ad Assam. L’ufficiale è stato trasferito. A luglio, la Corte suprema ha ordinato all’ufficio investigativo centrale d’indagare su oltre 80 possibili esecuzioni extragiudiziali, compiute da polizia e forze di sicurezza a Manipur, tra il 1979 e il 2012. La corte ha stabilito che i casi non dovevano essere archiviati soltanto perché era passato del tempo.

A giugno, la polizia del Madhya Pradesh ha sparato e ucciso cinque agricoltori che manifestavano a Mandsaur, per chiedere prezzi migliori per i raccolti. Ad agosto, almeno 38 persone sono state uccise, alcune delle quali a causa dell’uso eccessivo della forza, quando la polizia ha aperto il fuoco nel corso delle proteste svoltesi a Haryana, dopo la condanna per stupro di un uomo che si autodefiniva “uomo divino” o guru.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Circa 40.000 rohingya presenti in India erano a rischio di espulsione di massa. Tra loro c’erano più di 16.000 persone che erano state riconosciute come rifugiati dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ad agosto, il ministero dell’Interno ha scritto ai governi degli stati, chiedendo loro di identificare gli “immigrati illegali”, compresi i rohingya. A settembre, il ministero ha dichiarato che tutti i rohingya in India erano “immigrati illegali” e ha sostenuto di avere le prove che alcuni di loro avevano legami con organizzazioni terroristiche. A ottobre, in seguito a un’istanza presentata da due rifugiati rohingya, la Corte suprema ha temporaneamente sospeso le espulsioni.

A settembre, il ministero dell’Interno ha dichiarato che avrebbe concesso la cittadinanza a circa 100.000 rifugiati chakma e hajong, fuggiti in India dal Bangladesh negli anni Sessanta.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Tra gennaio e agosto, sono stati registrati 894 decessi in custodia giudiziaria e 74 in custodia di polizia. A febbraio 2017, Uma Bharti, una ministra del governo centrale, ha dichiarato di aver ordinato la tortura di persone sospettate di stupro, quando era prima ministra del Madhya Pradesh. Ad agosto, Manjula Shetye, una donna reclusa nel carcere di Byculla, a Mumbai, è morta dopo essere stata, secondo le accuse, picchiata e aggredita sessualmente da alcuni agenti, perché si era lamentata del cibo della prigione. Una squadra di parlamentari che ha visitato il carcere di Byculla ha riferito che i prigionieri venivano picchiati abitualmente. A novembre, una commissione istituita dall’Alta corte di Delhi ha affermato che 18 prigionieri del carcere di Tihar, a Nuova Delhi, erano stati picchiati dopo che si erano lamentati perché erano state portate via le federe dei loro cuscini.

A settembre, durante l’Upr delle Nazioni Unite, per la terza volta il governo ha accettato la raccomandazione di ratificare la Convenzione contro la tortura, che l’India ha sottoscritto nel 1997. A ottobre, la commissione legale indiana ha diffuso un rapporto che chiedeva al governo di ratificare la Convenzione e d’introdurre una legge per rendere reato la tortura.

DIRITTI DELLE DONNE NELLA REPUBBLICA DELL’INDIA

Le statistiche rese pubbliche a novembre hanno rilevato che nel 2016 sono stati commessi oltre 338.000 reati contro le donne, compresi oltre 110.000 casi di violenze commesse da mariti e parenti. Nel rispondere alle istanze presentate in vari tribunali, che chiedevano di rendere reato lo stupro maritale, il governo centrale ha dichiarato che tale provvedimento avrebbe “destabilizzato l’istituto del matrimonio”.

A luglio, la Corte suprema ha vietato la pratica del triplo talaq (divorzio islamico istantaneo), dichiarando che era arbitrario e incostituzionale. Tuttavia, in altri casi, vari tribunali hanno emesso sentenze contrarie all’autonomia delle donne. Ad agosto, la Corte suprema ha indebolito una legge emanata per proteggere le donne dalla violenza all’interno del matrimonio, richiedendo che le denunce fossero valutate inizialmente da “comitati per il benessere della famiglia”, formati da rappresentanti della società civile. A ottobre, la Corte suprema ha proposto di rivedere la sua sentenza. Lo stesso mese, ha stabilito che i rapporti sessuali tra un uomo e sua moglie, se lei è minore di 18 anni, sarebbero equiparabili allo stupro.

Numerose donne e ragazze sopravvissute allo stupro hanno chiesto in tribunale il permesso di interrompere la gravidanza dopo la ventesima settimana di gestazione, come richiesto dalla legge indiana. I tribunali hanno approvato alcuni aborti ma in altri casi li hanno rifiutati. Ad agosto, il governo centrale ha imposto agli stati la creazione di consigli medici permanenti per decidere rapidamente su tali casi.

Continua a leggere

Ultime notizie sul paese