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REPUBBLICA D’INDONESIA

Capo di stato e di governo: Joko Widodo

L’Indonesia non ha affrontato le violazioni dei diritti umani commesse in passato. I diritti alla libertà d’espressione, di riunione pacifica e di associazione hanno continuato a essere arbitrariamente limitati. Le norme sulla blasfemia sono state utilizzate per imprigionare chi esercitava in modo pacifico il diritto alla libertà di religione e credo.

Almeno 28 prigionieri di coscienza sono rimasti in carcere per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà d’espressione o di religione e credo. Le forze di sicurezza hanno commesso uccisioni illegali e hanno fatto uso eccessivo della forza durante le manifestazioni e in operazioni di sicurezza. Due uomini sono stati fustigati in pubblico ad Aceh, dopo essere stati condannati da un tribunale locale della sharia per relazioni omosessuali consensuali.

CONTESTO

A maggio, la situazione dei diritti umani in Indonesia è stata oggetto dell’Upr. Sebbene l’Indonesia abbia accettato 167 delle 225 raccomandazioni, ha respinto, tra le altre, le richieste d’indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse in passato e di cancellare le norme sulla blasfemia da leggi e regolamenti. Queste comprendevano diverse norme del codice penale e la legge n. 1/PNPS/1965, che imponevano limitazioni alla libertà d’espressione e alla libertà di religione e credo*.

IMPUNITÀ NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Nonostante gli impegni assunti dal presidente, l’Indonesia non ha affrontato le violazioni dei diritti umani commesse in passato. A febbraio, il tribunale amministrativo della capitale Giacarta ha ribaltato una decisione assunta dalla commissione per l’informazione pubblica, che aveva ordinato al governo di pubblicare una relazione sull’omicidio, avvenuto nel 2004, del difensore dei diritti umani Munir Said Thalib che, a quanto pare, implicava funzionari di alto grado dell’intelligence.

Il tribunale ha assunto tale decisione sulla base del fatto che l’attuale governo non aveva ricevuto la relazione dal governo precedente. Ad agosto, la Corte suprema ha confermato la decisione del tribunale amministrativo.

Durante l’Upr, l’Indonesia ha promesso che il procuratore generale avrebbe ultimato un’indagine penale sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse nel 2001 a Wasior e nel 2003 a Wamena, nella regione di Papua, e inoltrato il caso alla corte dei diritti umani istituita con la legge n. 26/2000. Tuttavia, a fine anno ciò non era ancora avvenuto.

LIBERTÀ DI RIUNIONE, ASSOCIAZIONE ED ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Le autorità hanno continuato a perseguire chi prendeva parte ad attività politiche pacifiche, soprattutto nelle aree con precedenti di movimenti filo-indipendentisti come Papua. Il prigioniero di coscienza Oktovianus Warnares è rimasto in detenzione perché si è rifiutato di firmare un documento che dichiarava la sua lealtà allo stato dell’Indonesia, nonostante avesse già scontato due terzi della condanna e potesse ottenere il rilascio con la condizionale.

Oktovianus Warnares era stato condannato per “ribellione” (makar) nel 2013, per aver partecipato ad attività pacifiche per celebrare il 50º anniversario del trasferimento di Papua al governo indonesiano da parte dell’Autorità esecutiva temporanea delle Nazioni Unite.

Ad agosto, Novel Baswedan, un investigatore della commissione per lo sradicamento della corruzione, è stato denunciato alla polizia dal direttore delle indagini della commissione, ai sensi dell’art. 27 (3) della legge sulle informazioni e le transazioni elettroniche (Electronic Information and Translations Law – Eit), che riguarda la diffamazione online.

La denuncia di diffamazione si riferiva a un messaggio di posta elettronica inviato da Novel Baswedan nel suo ruolo di rappresentante del sindacato della commissione, in cui criticava la leadership del direttore. L’11 aprile, aveva subìto un’aggressione con l’acido a Giacarta, che gli aveva gravemente danneggiato le cornee. All’epoca dell’aggressione, stava conducendo un’indagine sull’appropriazione indebita, da parte di alti funzionari del governo di fondi destinati a un progetto di carte d’identità elettroniche.

Il 10 luglio, il presidente Widodo ha firmato il regolamento governativo in luogo di legge (Perppu) n. 2/2017, che ha modificato la legge del 2013 sulle organizzazioni di massa, per rimuovere le tutele giudiziarie sul procedimento di messa al bando di Ngo e altre organizzazioni. La nuova legge, emanata dal parlamento a ottobre, avrebbe imposto limitazioni ai diritti alla libertà d’associazione, espressione, religione e credo, ancora più estesi di quelli della legge sulle organizzazioni di massa, che aveva già represso le attività dei difensori dei diritti umani e rispecchiava atteggiamenti discriminatori nei confronti di alcuni gruppi**.

Forze di sicurezza e gruppi di vigilantes hanno interrotto dibattiti a porte chiuse ed eventi pubblici, relativi alle gravi violazioni dei diritti umani commesse nel 1965. Il 1° agosto, la polizia locale e l’esercito di Giacarta Orientale hanno interrotto un seminario a Giacarta sui risultati del Tribunale internazionale dei popoli del 1965, un’iniziativa della società civile per aumentare la consapevolezza internazionale sulle violazioni dei diritti umani di massa avvenute in quell’anno.

Il 16 settembre, la polizia ha vietato un seminario a porte chiuse nell’ufficio dell’Istituto di assistenza legale indonesiano e di Giacarta, che prevedeva un dibattito con i sopravvissuti alle violazioni del 1965. Nella notte del 17 settembre, una folla di circa 1.000 persone definitesi “anticomuniste” ha circondato l’ufficio, intrappolando centinaia di artisti e attivisti che stavano partecipando a un evento sul recente giro di vite sui diritti alla libertà d’espressione e di riunione pacifica. Nelle prime ore del mattino successivo, la folla ha lanciato pietre verso l’ufficio e ha distrutto la recinzione che circondava l’edificio. Centinaia di agenti di polizia hanno impiegato gas lacrimogeni per disperdere la folla***.

LIBERTÀ DI RELIGIONE E CREDO NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Le norme sulla blasfemia, contenute negli artt. 156 e 156 (a) del codice penale e nell’art. 28 (2) della legge n. 19/2016 sulle informazioni e le transazioni elettroniche, sono state utilizzate per imprigionare coloro che esercitavano in modo pacifico i loro diritti alla libertà di religione e credo. Almeno 11 persone sono state condannate ai sensi delle norme contro la blasfemia.

Persone appartenenti a religioni o fedi minoritarie o di credenze minoritarie sono state spesso perseguitate. Il 9 maggio, il governatore di Giacarta Basuki Tjahaja Purnama, un cristiano di etnia cinese conosciuto come Ahok, è stato condannato a due anni di reclusione per aver “insultato l’Islam” in un video pubblicato su Internet. Ahok è stato il primo funzionario governativo di alto livello a essere condannato per blasfemia****.

Il 7 marzo, Ahmad Mushaddeq, Mahful Muis Tumanurung e Andry Cahya, capi del movimento religioso messo al bando Fajar Nusantara, noto come Gafatar, sono stati condannati per blasfemia dal tribunale distrettuale di Giacarta Orientale. Il 3 luglio, l’Alta corte di Giacarta ha confermato la condanna.
A fine anno, almeno 28 prigionieri di coscienza erano in detenzione per aver esercitato il proprio diritto alla libertà d’espressione o di religione e credo.

Il 4 giugno, il governo locale di Depok, nel Giava Occidentale, ha sigillato una moschea appartenente alla minoranza religiosa ahmadiyya, considerata da molti gruppi islamici come “deviata e al di fuori dell’Islam”. Le autorità hanno impedito alla comunità ahmadiyya di usare la moschea durante il Ramadan.

Il sindaco di Depok ha argomentato che le basi legali per la chiusura della moschea erano un decreto ministeriale e un regolamento provinciale, che proibivano ai membri della comunità ahmadiyya di promuovere le loro attività e di diffondere i loro insegnamenti religiosi. Il sindaco ha anche dichiarato che era necessario proteggere la comunità ahmadiyya di Depok dalle aggressioni violente di altri gruppi della zona.

POLIZIA E FORZE DI SICUREZZA NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato uccisioni illegali e altre gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza, in particolare nel contesto dell’uso eccessivo della forza durante proteste di massa e operazioni di sicurezza. Non risulta che alcun responsabile sia stato chiamato a rispondere, in particolare per i numerosi episodi occorsi a Papua.

Uso eccessivo della forza

Tra settembre 2016 e gennaio 2017, forze congiunte di polizia ed esercito hanno condotto operazioni di sicurezza a Dogiyai, nella provincia di Papua, nel periodo precedente alle elezioni locali del 2017. Il 10 gennaio, agenti di polizia hanno arrestato arbitrariamente Otis Pekei, perché si era rifiutato di consegnare un coltello a un posto di blocco della polizia e lo hanno detenuto nella stazione di polizia del sottodistretto di Moanemani.

Più tardi, lo stesso giorno, la polizia ha consegnato il corpo di Otis Pekei presso l’abitazione della sua famiglia; i parenti hanno accusato la polizia di averlo torturato durante la detenzione. Non risulta che siano state effettuate indagini in merito.

Il 1° agosto a Deiyai, nella provincia di Papua, agenti di polizia hanno arbitrariamente aperto il fuoco su una folla di manifestanti senza alcun preavviso, ferendo almeno 10 persone, inclusi alcuni bambini. Nove agenti di polizia sono stati sottoposti ad azione disciplinare; non risulta che siano stati aperti procedimenti penali.

Uccisioni illegali

Il numero di omicidi di presunti spacciatori di droga commessi dalla polizia è aumentato bruscamente, da 18 nel 2016 ad almeno 98 nel 2017. Alcuni degli agenti coinvolti in questi episodi erano distaccati all’agenzia nazionale antinarcotici. La polizia ha sostenuto che tutte le uccisioni erano avvenute per legittima difesa o perché i sospettati avevano cercato di scappare dalla scena del crimine.

Non risulta che siano state effettuate indagini indipendenti in merito a tali uccisioni. Il numero delle morti è salito, dopo che numerosi funzionari pubblici di alto grado, compreso il presidente, nel corso dell’anno avevano chiesto misure più forti per affrontare la criminalità legata alla droga, inclusa la richiesta di applicare la forza letale senza restrizioni contro i presunti trafficanti.

Decessi in custodia

Organizzazioni per i diritti umani hanno riferito di decessi in custodia e di tortura per mano della polizia. Il 27 agosto, Rifzal Riandi Siregar è stato arrestato nel distretto di Batang Toru, nella provincia di Sumatra Settentrionale, perché coinvolto in una rissa con un agente di polizia. Quando i suoi parenti lo hanno visitato alla stazione di polizia di Batang Toru, egli ha detto loro di essere stato pesantemente picchiato da quattro agenti, tra cui quello con cui aveva litigato.

Il 3 settembre, Rifzal Riandi Siregar è stato trovato morto nella stazione di polizia. Su richiesta della famiglia, il corpo è stato trasferito in un ospedale della polizia a Medan, dove è stata effettuata l’autopsia. La polizia ha promesso di consegnare il rapporto dell’esame autoptico alla famiglia entro una settimana ma a fine anno non lo avevano ancora ricevuto.

PENE CRUDELI, DISUMANE O DEGRADANTI NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Nel corso dell’anno, almeno 317 persone sono state fustigate ad Aceh per reati quali adulterio, gioco d’azzardo e assunzione di alcool, nonché per rapporti sessuali consenzienti con persone dello stesso sesso.

A maggio, due uomini sono stati fustigati pubblicamente per 83 volte, dopo essere stati condannati dal tribunale della sharia di Banda Aceh per rapporti omosessuali consenzienti (liwath), ai sensi del codice penale islamico di Aceh. Sebbene i regolamenti della sharia siano entrati in vigore ad Aceh fin dal varo della legge per l’autonomia speciale della provincia nel 2001 e siano applicati dalle corti islamiche, era la prima volta che uomini gay venivano fustigati nella provincia secondo le norme della sharia*****.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Il 25 maggio, 141 uomini sono stati arrestati a Giacarta Settentrionale dalla polizia locale per aver partecipato a quello che gli agenti hanno descritto come un’“orgia gay”. Il giorno successivo, la polizia ha rilasciato 126 uomini ma ha accusato 10 di loro di aver fornito “servizi pornografici”, ai sensi della legge n. 44/2008 sulla pornografia. Il 6 ottobre, 51 persone, tra cui sette cittadini stranieri, sono stati arrestati in una sauna a Giacarta Centrale. La maggior parte dei clienti è stata rilasciata il giorno successivo; a fine anno, cinque impiegati erano ancora detenuti. La polizia ha incriminato sei persone per fornitura di pornografia e servizi di prostituzione******.

Ad eccezione della provincia di Aceh, i rapporti omosessuali consenzienti non sono considerati reato dal codice penale indonesiano.

DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI NELLA REPUBBLICA D’INDONESIA

Il 10 ottobre, la Corte suprema ha ordinato al governo di porre fine a un progetto di privatizzazione dell’acqua a Giacarta. La Corte ha accolto l’appello presentato dalla Coalizione di residenti di Giacarta contrari alla privatizzazione dell’acqua, secondo cui il fornitore privato “non aveva tutelato il diritto all’acqua” dei residenti. La Corte ha ordinato al governo di rescindere immediatamente i contratti con due aziende fornitrici private.

*Indonesia: Human Rights Council must ensure strong recommendations at human rights review (ASA 21/6156/2017).
**Indonesia: Amendments to the mass organizations law expand threats to freedom of association (ASA 21/6722/2017).
***Indonesia: Offices of human rights defenders attacked (ASA 21/7113/2017).
****Indonesia: Blasphemy conviction demonstrates intolerance – Basuki Tjhaja Purnama (Ahok) (ASA 21/6213/2017).
*****Indonesia: Revoke conviction and caning sentence for gay men in Aceh (ASA 21/6279/2017).
******Indonesia: Arrest of 51 people fuels hostile environment for LGBTI people (ASA 21/7289/2017).

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