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REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

Capo di stato: Mamnoon Hussain
Capo di governo: Shahid Khaqan Abbasi (subentrato a Muhammad Nawaz Sharif ad agosto)

Si è intensificata la repressione della libertà d’espressione. La legge per la prevenzione dei reati informatici del 2016 è stata impiegata per intimidire, vessare e detenere arbitrariamente difensori dei diritti umani per commenti espressi online. Le sparizioni forzate sono state diffuse; l’impunità ha prevalso. Le violenze collegate alla blasfemia hanno causato la morte di uno studente, suscitando un’inusuale condanna da parte del governo.

Si sono svolte grandi manifestazioni a sostegno delle leggi sulla blasfemia, che sono state utilizzate per condannare persone che avevano espresso la propria opinione online. Giornalisti sono stati aggrediti da persone non identificate. Le minoranze hanno continuato a essere discriminate nel godimento dei diritti economici e sociali. I tentativi di limitare i matrimoni precoci sono stati bloccati dal parlamento. Gli omicidi di donne nei cosiddetti “delitti d’onore” sono continuati, nonostante fossero stati vietati dalla legge del 2016.

CONTESTO

A luglio, la Corte suprema ha interdetto il primo ministro Nawaz Sharif per non aver rivelato una sua fonte di reddito all’estero. In seguito alle sue dimissioni, l’autorevolezza del governo è stata gravemente indebolita quando membri della famiglia Sharif e ministri del governo sono divenuti oggetto di nuove indagini per corruzione. Il ministro per la Legge e la giustizia si è dimesso a novembre dopo settimane di proteste, durante le quali è stato accusato di blasfemia. L’esercito ha assunto sempre più il controllo su politica estera, sicurezza nazionale e amministrazione quotidiana, in attesa delle elezioni fissate per agosto 2018.

Sono continuate le tensioni tra India e Pakistan, in un contesto di attacchi con armi da fuoco da entrambi i lati della linea di controllo che divide il territorio conteso del Kashmir. Le relazioni tra Pakistan e Afghanistan si sono deteriorate perché i due paesi si sono reciprocamente accusati di utilizzare il proprio territorio come base di lancio per attacchi armati. La nuova politica degli Stati Uniti verso l’Asia meridionale ha identificato il Pakistan come fonte d’instabilità in Afghanistan facendo sorgere il timore di una futura interruzione delle relazioni. Allontanandosi dall’Occidente, il Pakistan si è avvicinato alla Cina grazie all’espansione del corridoio economico Cina-Pakistan, un progetto per infrastrutture del valore di vari miliardi di dollari.

A ottobre, il Pakistan è stato eletto nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Nel corso dell’anno, la situazione dei diritti umani in Pakistan è stata esaminata da vari organi delle Nazioni Unite: dal Comitato sui diritti economici, sociali e culturali, dal Comitato per i diritti umani e nell’ambito dell’Upr.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

Sono proseguiti gli attacchi alla libertà d’espressione, in particolare contro chi pubblicava commenti online. A gennaio 2017, cinque blogger, che avevano pubblicato commenti anonimi online ritenuti critici verso l’esercito, sono stati vittime di sparizione forzata. Quattro sono stati in seguito rilasciati; due di loro hanno dichiarato di essere stati torturati mentre erano sotto la custodia dell’intelligence militare; il quinto rimaneva scomparso.

La legge draconiana per la prevenzione dei reati informatici del 2016 è stata utilizzata durante l’anno per effettuare diversi arresti, incluso quello, avvenuto a giugno, del giornalista Zafarullah Achakzai, reporter per il quotidiano Daily Qudrat. Nelle settimane successive, sostenitori di vari partiti politici sono stati arrestati per commenti che criticavano l’operato delle autorità, pubblicati sui social network. Non sono state adottate misure di alcun genere nei confronti di account di social network appartenenti a gruppi armati che incitavano alla discriminazione e alla violenza.

Persone sono state perseguite dopo essere state accusate, in particolare riguardo ad attività sui social network, ai sensi di leggi sulla blasfemia vaghe e ampie che vietavano l’espressione pacifica del pensiero, quando era ritenuta offendere la sensibilità religiosa. A giugno, Taimoor Raza è stato condannato a morte da un tribunale antiterrorismo nella provincia meridionale del Punjab per commenti blasfemi pubblicati su Facebook. A settembre, il cristiano Nadeem James è stato condannato a morte da un tribunale nella città di Gujrat, per aver condiviso su WhatsApp una poesia considerata blasfema.

Accuse di blasfemia hanno portato all’omicidio, compiuto con le modalità di un’esecuzione, di Mashal Khan, uno studente universitario della città di Mardan. Ad aprile, una folla di studenti è entrata nell’ostello in cui viveva, lo ha spogliato e lo ha picchiato ripetutamente prima di sparargli. In seguito, il primo ministro Nawaz Sharif ha promesso che avrebbe intrapreso azioni contro coloro che “abusavano” delle leggi sulla blasfemia. Sei giorni più tardi, un “guaritore” accusato di blasfemia è stato ucciso in modo simile da tre assalitori nella sua casa a Sialkot. Due giorni dopo il fatto, una folla nella città di Chitral ha aggredito un uomo accusato di blasfemia e ferito gli agenti di polizia che cercavano di proteggerlo.

A maggio, un bambino di 10 anni è stato ucciso e altre cinque persone sono state ferite, quando una folla nella città di Hub, in Belucistan, ha cercato di aggredire l’indù Prakash Kumar, per aver pubblicato online un’immagine offensiva.

Alti funzionari del governo hanno esacerbato le tensioni riguardo ai reati di blasfemia. A marzo, l’allora ministro dell’Interno Nisar Ali Khan ha apostrofato i cosiddetti blasfemi come “nemici dell’umanità”. A febbraio e marzo, l’Alta corte di Islamabad ha disposto la cancellazione di materiale online ritenuto blasfemo e ha ordinato al governo di avviare procedimenti contro le persone responsabili della pubblicazione. Difensori dei diritti umani hanno riferito di aver ricevuto gravi minacce online, che non sono state prese in considerazione dalle autorità.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Blogger, giornalisti, avvocati, attivisti e altri difensori dei diritti umani hanno subìto molestie, intimidazioni, minacce, violenze e sparizioni forzate. I cinque blogger che erano stati fatti sparire forzatamente e gli attivisti che hanno fatto campagna per il loro rilascio sono stati vittime di una campagna diffamatoria, che li accusava di essere “blasfemi”, “anti-Pakistan”, “anti-esercito” e “anti-Islam”.

I difensori dei diritti umani criticati alla televisione e sui social network hanno subìto minacce di morte, che hanno costretto alcuni di loro ad autocensurarsi e a cercare protezione per la loro incolumità.

A maggio, Rana Tanveer, un giornalista che si occupa degli abusi contro le minoranze religiose, ha trovato minacce di morte dipinte con bombolette spray sulla sua casa a Lahore. Poche settimane dopo è stato fatto cadere dalla motocicletta ed è stato gravemente ferito da un’automobile che lo ha deliberatamente investito. A settembre, Matiullah Jan, un giornalista che aveva regolarmente criticato l’interferenza dell’esercito nella politica, è stato aggredito da uomini in motocicletta che hanno lanciato un grande blocco di cemento sulla vettura in cui egli stava viaggiando con i suoi figli, sfasciando il parabrezza.

A ottobre, Ahmad Noorani, un giornalista politico che si esprimeva liberamente, è stato aggredito da uomini in motocicletta che hanno fermato la sua automobile e lo hanno picchiato, anche con mazze di ferro. A fine anno, nessuno era stato chiamato a rispondere per queste aggressioni.

I difensori hanno continuato a essere vittime di sparizioni forzate, sebbene qualcuno sia anche riapparso. A dicembre, Raza Khan, un pacifista di Lahore, è stato vittima di sparzione forzata. Punhal Sario, un attivista contro le sparizioni forzate della provincia di Sindh, è scomparso ad agosto ed è ritornato a casa a ottobre. Zeenat Shahzadi, la prima giornalista donna a essere sottoposta a sparizione forzata, è stata ritrovata il 20 ottobre vicino al confine con l’Afghanistan, 26 mesi dopo essere scomparsa a Lahore.

È scomparsa nuovamente a novembre e a fine anno non si avevano sue notizie. A ottobre e novembre, decine di attivisti sindhi e beluci sono stati sottoposti a sparizione forzata dalle forze di sicurezza pakistane. Alcuni sono tornati a casa qualche giorno dopo ma di altri, a fine anno, non si avevano ancora notizie.

Lo spazio per la società civile ha continuato a restringersi, poiché il ministero dell’Interno ha utilizzato i suoi ampi poteri per diminuire la possibilità per i difensori dei diritti umani e le Ngo di lavorare in modo indipendente. A novembre, il ministro dell’Interno ha ordinato a 29 Ngo internazionali di sospendere le loro attività e di lasciare entro pochi giorni il paese.

DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

Circa il 58 per cento delle famiglie erano considerate prive di sicurezza alimentare, secondo il sondaggio nazionale sulla nutrizione, e all’incirca il 44 per cento dei bambini erano sottosviluppati o più bassi della media per la loro età. La percentuale era significativamente più alta nelle Aree tribali ad amministrazione federale (Federally Administered Tribal Areas – Fata) e nel Belucistan.

Il governo non ha intrapreso azioni contro chi teneva le persone in schiavitù per debiti nelle aree rurali. La legge per l’abolizione del sistema di schiavitù per debito, approvata nel 1992, non è ancora stata adeguatamente applicata, per ragioni che comprendevano la mancanza di chiarezza in merito alla legge da parte dei giudici delle corti di grado più basso e l’assenza d’intervento da parte della polizia in seguito alle denunce.

Nella revisione per l’anno 2017, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali ha rilevato che più del 73 per cento dei lavoratori facevano parte dell’economia informale, per lo più donne, senza protezione sindacale o sociale. Il Comitato ha chiesto al Pakistan di affrontare il problema della diversità salariale basata sul genere, che dal 34 per cento del 2008 era salita al 39 per cento nel 2015.

Il Comitato ha anche rilevato l’urgente necessità di aumentare la spesa nel settore sociale, in particolar modo per sanità e istruzione. Ha inoltre dichiarato che dovevano essere adottate misure per ridurre il divario tra ragazze e ragazzi nell’iscrizione a scuola.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

In una svolta storica per i diritti Lgbti, il governo ha riconosciuto a coloro che lo desideravano la possibilità di registrarsi come “terzo genere” sulle carte d’identità nazionali. Per la prima volta le persone transgender sono state riconosciute nel censimento nazionale, su ordine dell’Alta corte di Lahore.

Nonostante questa vittoria simbolica, le persone transgender hanno continuato a essere vittime di molestie e aggressioni violente. Ad agosto, una donna transgender di 25 anni di nome Chanda è stata uccisa a Karachi a colpi di arma da fuoco. A settembre, cinque uomini hanno fatto irruzione in una casa affittata da un gruppo di donne transgender a Karachi e le hanno sottoposte a violenza sessuale, compreso lo stupro di gruppo di due di loro.

DIRITTI DELLE DONNE NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

Non sono state approvate norme fondamentali per la protezione dei diritti delle donne e la legislazione esistente non è stata applicata. La bozza di legge penale (protezione delle minoranze) della provincia di Sindh, che rendeva reato le conversioni forzate delle donne appartenenti a gruppi religiosi minoritari, non è stata ratificata. La camera alta del parlamento ha bloccato un disegno di legge, che avrebbe equiparato l’età per sposarsi delle donne a quella degli uomini, aumentando l’età minima delle ragazze da 16 a 18 anni.

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

La violenza contro donne e ragazze è continuata, anche attraverso gli omicidi compiuti da parenti in nome dell’“onore”. Nella provincia nordoccidentale di Khyber Pakhtunkhwa, 94 donne sono state uccise da parenti stretti. In numerosi casi, le autorità non hanno avviato indagini né hanno chiamato a rispondere i responsabili.
Sistemi di giustizia paralleli e informali hanno continuato a indebolire lo stato di diritto e a emettere “verdetti” ingiusti che punivano donne e ragazze.

A luglio, un consiglio di villaggio nel distretto di Multan ha ordinato ed eseguito lo stupro di una ragazza adolescente, come “vendetta” per un reato presumibilmente commesso dal fratello. Ad agosto, a Karachi sono stati esumati i corpi di una coppia di adolescenti che hanno rivelato segni di scosse elettriche. I due erano stati condannati a morte da un consiglio di tribù (jirga). A settembre, un uomo a Peshawar ha ucciso le sue due figlie perché sospettava che avessero un fidanzato.

La legge del 2016, che ha introdotto punizioni per i cosiddetti “delitti d’onore”, equiparandoli all’omicidio, si è dimostrata inefficace. La legge, che prevede la pena di morte, autorizzava il giudice a decidere se il crimine era “basato sull’onore”. In alcuni casi, nel corso del 2017, l’accusato è riuscito a convincere che il motivo fosse un altro ed è stato perdonato dalla famiglia della vittima, secondo le norme qisas e diyat, che consentono di “pagare il sangue” e comprare il perdono invece di essere puniti.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

Sono continuate le espulsioni di rifugiati afgani, anche se a ritmo meno serrato. Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, 59.020 rifugiati afgani registrati sono tornati volontariamente in Afghanistan, a fronte degli oltre 380.000 del 2016 (un’espulsione di massa scatenata dalle tensioni tra i governi di Afghanistan e Pakistan). Più di due milioni di afgani rimanevano a rischio di rimpatrio forzato, poiché il loro status legale di residenza decadeva a fine anno.

POLIZIA E FORZE DI SICUREZZA NELLA REPUBBLICA ISLAMICA DEL PAKISTAN

Il mandato dei tribunali militari per processare civili sospettati di “terrorismo” è stato esteso per altri due anni. Sono continuate le segnalazioni di forze di sicurezza coinvolte in violazioni dei diritti umani, tra cui tortura e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. In assenza di meccanismi indipendenti e imparziali per indagare e portare i responsabili dinanzi alla giustizia, l’impunità è rimasta la norma. Anche se il numero degli attacchi dei gruppi armati è diminuito nel 2017, decine di persone sono morte sotto bombardamenti che avevano come obiettivi le forze di sicurezza, le minoranze religiose e altri.

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