Thailandia - Amnesty International Italia

REGNO DI THAILANDIA

Capo di stato: re Maha Vajiralongkorn Bodindradebayavarangkun Capo di governo: Prayut Chan-o-Cha

Attivisti, giornalisti, politici, avvocati per i diritti umani e difensori dei diritti umani sono stati arrestati, detenuti e perseguiti per aver espresso in modo pacifico opinioni sul governo e sulla monarchia. Il governo ha mantenuto restrizioni sistematiche e arbitrarie sui diritti umani, anche sui diritti alla libertà d’espressione, di riunione pacifica e di associazione. Non è stato in grado di mantenere la sua promessa di approvare una legge che vietasse la tortura e le sparizioni forzate.

Rifugiati e richiedenti asilo hanno continuato a vedersi negato lo status legale formale e sono stati esposti ad arresti, detenzioni ed espulsioni.

CONTESTO

Il paese è rimasto sotto l’autorità del Consiglio nazionale per la pace e l’ordine (National Council for Peace and Order – Ncpo). Ad aprile è entrata in vigore la nuova costituzione, redatta da un organo nominato dall’esercito e approvata ad agosto 2016 da un referendum nazionale.

Le autorità hanno perseguito ex funzionari di governo per un programma di sussidi governativi sul riso. L’ex prima ministra Yingluck Shinawatra ha lasciato segretamente il paese ad agosto; in seguito è stata processata in absentia per negligenza e condannata a cinque anni di reclusione. Il re Maha Vajiralongkorn Bodindradebayavarangkun è stato incoronato a dicembre.

SISTEMA GIUDIZIARIO NEL REGNO DI THAILANDIA

Durante l’anno, il capo dell’Ncpo ha continuato a usare poteri straordinari ai sensi dell’art. 44 della costituzione provvisoria, per limitare arbitrariamente attività politiche pacifiche e l’esercizio di altri diritti umani. Funzionari militari hanno goduto di ampi poteri nel mantenimento dell’ordine pubblico, inclusa la detenzione senza accuse di persone in luoghi di reclusione non ufficiali per una vasta gamma di attività.

Diverse persone sono state trattenute in incommunicado. Centinaia di civili hanno continuato a subire processi lunghi e iniqui dinanzi a tribunali militari, per violazioni degli ordini del Ncpo, reati contro la “sicurezza nazionale” e presunti oltraggi alla monarchia.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, RIUNIONE E ASSOCIAZIONE NEL REGNO DI THAILANDIA

Il governo ha continuato a limitare sistematicamente e arbitrariamente i diritti alla libertà d’espressione, di riunione pacifica e di associazione. Attivisti studenteschi, operatori dell’informazione, avvocati dei diritti umani, politici e altri sono stati perseguiti per aver esercitato questi diritti in modo pacifico, anche con processi iniqui davanti a tribunali militari.

Le autorità hanno avviato procedimenti penali contro i partecipanti a proteste pubbliche pacifiche, seminari accademici e attività della società civile, grazie a un decreto del 2015 che prevedeva pene per “riunioni politiche” di cinque o più persone. A novembre, le autorità hanno avviato un procedimento penale contro manifestanti che cercavano di presentare una petizione riguardo alla costruzione di una centrale elettrica a carbone a Sogkhia, nel sud della Thailandia.

Tre politici dell’opposizione e un giornalista sono stati tra le diverse persone accusate di sedizione secondo l’art. 116 del codice penale, per aver criticato il governo o espresso sostegno ai politici dell’opposizione, anche attraverso commenti pubblicati sui social network.

Attivisti, giornalisti e lavoratori hanno subìto cause penali per diffamazione da parte di funzionari del governo e aziende private, per aver reso pubbliche informazioni su violazioni dei diritti, problematiche ambientali e concussione di funzionari. A ottobre sono state formalmente ritirate le accuse mosse nel 2016 contro tre difensori dei diritti umani, Pornpen Khongkachonkiet, Somchai Homlaor e Anchana Heemmina, in relazione alle loro denunce di tortura da parte di funzionari dell’esercito. Ad aprile e luglio, in due cause separate, la Corte suprema ha ribaltato i verdetti dei tribunali di grado inferiore e ha condannato due politici dell’opposizione a un anno di reclusione per la diffamazione dell’ex primo ministro Abhisit Vejjajiva.

Le autorità hanno continuato a perseguire con tenacia casi ai sensi dell’art. 112 del codice penale (norma sulla lesa maestà) che punisce chi critica la monarchia. Nel corso dell’anno, ci sono stati casi di persone incriminate o perseguite ai sensi dell’art. 112, comprese alcune accusate di aver offeso i regnanti del passato. I processi per lesa maestà sono stati celebrati a porte chiuse.

A giugno, il tribunale militare di Bangkok ha condannato un uomo alla pena record di 35 anni di reclusione, metà dei 70 chiesti in precedenza, dopo che si era dichiarato colpevole di aver pubblicato una serie di commenti su Facebook, che presumibilmente riguardavano la monarchia*.

Ad agosto, l’attivista studentesco e difensore dei diritti umani Jatupat “Pai” Boonpattararaksa è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione per aver condiviso su Facebook un profilo del re di Thailandia, trovato sul sito della Bbc. Le autorità hanno accusato di lesa maestà un noto accademico per i suoi commenti su una battaglia combattuta nel XVI secolo da un re thailandese.

Le autorità hanno fatto pressione su Facebook, Google e YouTube affinché rimuovessero contenuti online, compresi materiali ritenuti critici verso la monarchia. Le autorità hanno anche minacciato di perseguire i fornitori di servizi Internet che non rimuovevano pagine web, nonché persone che comunicavano o condividevano i contenuti di persone critiche verso il governo in esilio.

Sei persone sono state successivamente arrestate per aver condiviso post di Facebook che riguardavano la rimozione di una targa commemorativa degli eventi del 1932, che avevano posto fine alla monarchia assoluta. A fine anno, queste erano ancora in carcere, con molteplici capi d’accusa, in violazione dell’art. 112.

Le autorità hanno proposto norme per la sicurezza informatica e altre misure che avrebbero permesso una maggiore sorveglianza e censura online, senza preventiva autorizzazione giudiziaria.

IMPUNITÀ NEL REGNO DI THAILANDIA

Ad agosto, la Corte suprema ha dichiarato il non luogo a procedere per le accuse di omicidio contro l’ex primo ministro Abhisit Vejjajiva e il vice primo ministro Suthep Thaugsuban. Le accuse si riferivano alla morte di almeno 90 persone negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza avvenuti nel 2010.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO NEL REGNO DI THAILANDIA

La Thailandia ha continuato a ospitare più di 100.000 rifugiati e richiedenti asilo, tra cui cittadini del Myanmar in campi lungo il confine tra Thailandia e Myanmar e rifugiati nella capitale Bangkok e in altre città. Rifugiati e richiedenti asilo non hanno ottenuto uno status legale formale in Thailandia, rimanendo esposti ad arresti, detenzioni ed espulsioni**.

A maggio, le autorità thailandesi hanno collaborato all’estradizione del cittadino turco Muhammet Furkan Sökmen, dal Myanmar alla Turchia attraverso Bangkok, nonostante le agenzie delle Nazioni Unite avessero avvisato che l’uomo era a rischio di violazione dei diritti umani se rimpatriato. A fine anno, centinaia di rifugiati e richiedenti asilo erano in centri di detenzione per migranti, molti trattenuti da anni.

A gennaio, il governo ha autorizzato lo sviluppo di un sistema di valutazione dei casi di rifugiati e migranti irregolari che, se applicato in modo equo e non discriminatorio, potrebbe rappresentare un importante passo avanti per l’avanzamento dei diritti dei rifugiati. A fine anno, lo sviluppo del sistema non era ancora stato finalizzato.

ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI E SPARIZIONI FORZATE NEL REGNO DI THAILANDIA

A marzo, Chaiyaphum Pasae, un diciassettenne nativo lahu e attivista giovanile, è stato ucciso a un posto di blocco gestito da soldati e agenti della sezione narcotici, che hanno dichiarato di aver agito per autodifesa. A fine anno, l’indagine ufficiale sulla sua morte aveva fatto pochi progressi; le autorità non hanno consegnato le registrazioni a circuito chiuso delle telecamere di cui era nota la presenza al momento dell’episodio***.

Il governo non ha fatto progressi per risolvere i casi di sparizione forzata ancora aperti. A marzo, una delegazione thailandese ha dichiarato al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite che stava considerando d’inoltrare al dipartimento per le indagini speciali i casi delle sparizioni forzate di Somchai Neelapaijit e Porlajee “Billy” Rakchongcharoen ma a fine anno non lo aveva ancora fatto****.

A marzo, l’assemblea legislativa nazionale ha approvato la ratifica della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata, che la Thailandia aveva sottoscritto nel 2012. Tuttavia, a fine anno, la Thailandia non aveva né ratificato il trattato né fornito una tempistica per la ratifica.

CONFLITTO ARMATO NEL REGNO DI THAILANDIA

Ci sono stati pochi progressi nei negoziati del governo per risolvere il conflitto armato con i separatisti di etnia malese nel sud del paese. Gli insorti hanno compiuto numerosi attacchi contro obiettivi militari e civili, tra cui omicidi equiparabili a esecuzioni e uso di ordigni esplosivi improvvisati.

Nelle province dell’estremo sud, la legge marziale e il decreto di emergenza del 2005 sono rimasti in vigore. Persone sono state arrestate e trattenute in luoghi di detenzione non ufficiali, senza supervisione giudiziaria.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI NEL REGNO DI THAILANDIA

Organizzazioni locali e membri di comunità hanno riferito che l’esercito ha arbitrariamente arrestato, torturato e altrimenti maltrattato uomini musulmani, dopo gli attacchi compiuti da militanti nella Thailandia meridionale. Difensori dei diritti umani che lavoravano con le vittime di tortura sono stati vessati dalle autorità militari e minacciati sui social network.

A febbraio, l’assemblea legislativa nazionale ha rimandato al governo per “ulteriori consultazioni” un progetto di legge sulla prevenzione e soppressione della tortura e della sparizione forzata*****. La bozza più recente affrontava le carenze nell’attuale quadro giuridico relative alla tortura e alle sparizioni forzate. Erano necessari ulteriori emendamenti per portare il disegno di legge in linea con gli obblighi della Thailandia secondo il diritto internazionale******.

TRATTA DI ESSERI UMANI NEL REGNO DI THAILANDIA

A luglio, un tribunale penale ha condannato 62 persone, compresi alcuni funzionari di alto grado di esercito, polizia e governo, per il loro coinvolgimento in operazioni di tratta di esseri umani. Questi sono stati condannati a periodi di reclusione variabili dai quattro ai 94 anni. Gruppi per i diritti umani hanno espresso preoccupazione perché testimoni, traduttori e investigatori della polizia sono stati minacciati durante le indagini e il processo e perché le indagini erano state concluse prematuramente.

*Thailand: Continuing crackdown on free online expression (ASA 39/6480/2017).
**Between a rock and a hard place: Thailand’s refugee policies and violations of the principle of non-refoulement (ASA 39/7031/2017).
***Thailand: Ensure accountability for killing of 17-year-old Lahu activist (ASA 39/5915/2017).
****Thailand: Joint statement on the International Day of the Victims of Enforced Disappearances (ASA 39/7015/2017).
*****Thailand: Prioritize the amendment and passage of legislation on torture and enforced disappearances (ASA 39/5846/2017).
******Thailand must follow through on commitments to prevent torture and ill-treatment (ASA 39/6589/2017).

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