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REPUBBLICA ITALIANA

Capo di stato: Sergio Mattarella
Capo di governo: Paolo Gentiloni

L’Italia ha collaborato con autorità e attori non statali libici per limitare la migrazione irregolare attraverso il Mediterraneo centrale. Di conseguenza, rifugiati e migranti sono stati sbarcati e sono rimasti intrappolati in Libia, dove hanno subìto violazioni dei diritti umani e abusi.

I rom hanno continuato a essere sgomberati con la forza e segregati in campi dove le condizioni di vita erano al di sotto degli standard minimi. La Commissione europea non è riuscita a intraprendere azioni decisive contro l’Italia per la discriminazione contro i rom nell’accesso a un alloggio adeguato.

È stato introdotto il reato di tortura ma la nuova legge non ha soddisfatto tutti i requisiti richiesti dalla Convenzione contro la tortura.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI NELLA REPUBBLICA ITALIANA

Secondo le stime, oltre 2.800 rifugiati e migranti sono morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Italia dalla Libia su imbarcazioni inadatte alla navigazione e sovraffollate. Il numero è diminuito rispetto ai 4.500 decessi registrati nel 2016. Oltre 119.000 persone sono riuscite ad attraversare il mare e a raggiungere l’Italia, a fronte dei 181.000 arrivi del 2016.

A maggio, il settimanale italiano L’Espresso ha pubblicato nuove informazioni sul naufragio dell’11 ottobre 2013 nell’area di ricerca e salvataggio di competenza maltese nel Mediterraneo centrale. Nel naufragio morirono più di 260 persone, in gran parte rifugiati siriani, tra cui circa 60 minori. Secondo alcune conversazioni telefoniche registrate ottenute dal settimanale, nel periodo precedente al rovesciamento dell’imbarcazione dei rifugiati, ufficiali della marina e della guardia costiera italiana sono stati riluttanti a impiegare la nave militare Libra, che era la più vicina all’imbarcazione in difficoltà, nonostante le ripetute richieste delle autorità maltesi in tal senso.

A novembre, un giudice del tribunale di Roma ha ordinato l’incriminazione di due alti ufficiali della marina e della guardia costiera italiana e lo svolgimento di ulteriori indagini sulla condotta della comandante della Libra. Le accuse contro altri quattro ufficiali della marina e della guardia costiera sono state archiviate. A fine anno il processo era ancora in corso.

Il governo ha continuato a non adottare i decreti necessari all’abolizione del reato d’“ingresso e soggiorno illegale”, nonostante avesse ricevuto specifico mandato dal parlamento nell’aprile 2014.

Cooperazione con la Libia per il controllo dell’immigrazione

A febbraio, allo scopo di ridurre il numero degli arrivi, l’Italia ha sottoscritto un memorandum d’intesa con la Libia, con il quale s’impegnava a fornire supporto alle autorità libiche responsabili dei centri ufficiali di detenzione per migranti.

Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti diffusi in questi centri. L’Italia ha continuato ad applicare misure per migliorare le capacità della guardia costiera libica d’intercettare rifugiati e migranti e di riportarli in Libia. Ciò è stato fatto in un contesto in cui aumentavano le prove del comportamento violento e sconsiderato della guardia costiera libica durante le intercettazioni delle imbarcazioni e del suo coinvolgimento in violazioni dei diritti umani.

A maggio, l’Italia ha fornito alla guardia costiera libica quattro motoscafi pattugliatori. Ha inoltre continuato ad addestrare ufficiali della guardia costiera e della marina libica, nell’ambito delle operazioni della Forza navale del Mediterraneo dell’Eu (European Union Naval Force Mediterranean – Eunavfor Med). A luglio, in seguito a una richiesta del governo libico, l’Italia ha disposto una missione navale nelle acque territoriali della Libia per combattere l’immigrazione irregolare e il traffico di rifugiati e migranti.

A novembre, un vascello della guardia costiera libica ha interferito in un’operazione di salvataggio in corso nelle acque internazionali. Numerose persone sono affogate. L’imbarcazione della guardia costiera libica, una di quelle donate dall’Italia, è stata ripresa mentre si allontanava ad alta velocità, ignorando le persone in acqua e con un uomo ancora aggrappato alle funi che i marinai libici avevano lanciato dall’imbarcazione.

Tra agosto e dicembre, la collaborazione dell’Italia con le autorità libiche è stata criticata da vari esperti e organi delle Nazioni Unite, tra cui l’Alto commissario sui diritti umani delle Nazioni Unite e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Il Comitato contro la tortura ha espresso preoccupazione per la mancanza di assicurazioni che la cooperazione con la guardia costiera libica o con altri attori della sicurezza libici potesse essere rivista alla luce delle violazioni dei diritti umani.

Operazioni di ricerca e salvataggio da parte di Ngo

Molte delle persone giunte in Italia via mare (oltre 45.400) sono state salvate da Ngo. A luglio, con l’appoggio dell’Eu, l’Italia ha imposto un codice di condotta alle Ngo che operavano in mare, limitando la loro capacità di soccorrere le persone e farle sbarcare in Italia.

Nel corso dell’anno, le Ngo che effettuavano soccorso in mare sono state al centro di accuse da parte di alcuni funzionari, che sostenevano che esse incoraggiassero le partenze dalla Libia. Sono state aperte indagini penali, che a fine anno erano ancora in corso, contro alcune Ngo accusate di favorire la migrazione irregolare.

Procedure d’asilo

A fine anno, circa 130.000 persone avevano chiesto asilo in Italia, con un aumento del sei per cento rispetto alle circa 122.000 del 2016. Nel corso dell’anno, oltre il 40 per cento dei richiedenti ha ottenuto qualche forma di protezione in prima istanza.

Ad aprile è stata approvata una nuova normativa per accelerare le procedure d’asilo e per contrastare la migrazione irregolare, anche attraverso la riduzione delle tutele procedurali nei ricorsi in appello contro il respingimento delle richieste d’asilo.

La nuova legge non ha chiarito in modo adeguato la natura e la funzione degli hotspot, istituiti dall’Eu e dal governo a seguito degli accordi del 2015. Gli hotspot sono strutture per la prima accoglienza, l’identificazione e la registrazione di richiedenti asilo e migranti giunti nell’Eu via mare.

Nel rapporto pubblicato a maggio, il meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura ha messo in evidenza la continua mancanza di una base giuridica e di norme applicabili che regolino la detenzione delle persone negli hotspot.

Sempre a maggio, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha criticato la prolungata detenzione di rifugiati e migranti negli hotspot, la mancanza di salvaguardie contro l’errata classificazione di richiedenti asilo come migranti economici e l’assenza d’indagini sulle segnalazioni di uso eccessivo della forza durante le procedure d’identificazione.

A dicembre, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha espresso preoccupazione per la mancanza di tutele contro il rimpatrio forzato di persone in paesi in cui potrebbero essere a rischio di violazioni dei diritti umani.

A settembre è iniziato a Perugia il processo penale contro sette funzionari coinvolti nell’espulsione illegale in Kazakistan di Alma Shalabayeva e Alua Ablyazova, moglie e figlia del politico d’opposizione kazako Mukhtar Ablyazov, avvenuta nel 2013. Tra gli accusati, incriminati per rapimento, false dichiarazioni e abuso di potere, c’erano tre alti funzionari di polizia e il giudice che aveva convalidato l’espulsione.

Minori non accompagnati

All’incirca 16.000 minori non accompagnati sono giunti in Italia via mare. Ad aprile è stata introdotta una nuova legge per rafforzare la loro protezione. Questa prevedeva l’accesso ai servizi e introduceva tutele contro l’espulsione. Tuttavia, le autorità hanno continuato a incontrare ostacoli nel garantire che i minori non accompagnati fossero accolti in conformità con gli standard internazionali.

Programmi di ricollocazione e reinsediamento

Dei circa 35.000 richiedenti asilo che dovevano essere trasferiti in altri paesi dell’Eu secondo il programma di ricollocazione dell’Eu, a fine anno soltanto 11.464 avevano lasciato l’Italia, mentre altri 698 dovevano essere trasferiti in tempi brevi.

L’Italia ha continuato ad accordare accesso umanitario alle persone trasferite attraverso un programma finanziato dalle associazioni di volontariato religiose Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e Tavola valdese. Dall’avvio di questo programma nel 2016, sono state accolte oltre 1.000 persone.

A fine dicembre, l’Italia ha anche garantito l’accesso a 162 rifugiati vulnerabili, evacuati dalla Libia all’Italia dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

DIRITTO ALL’ALLOGGIO E SGOMBERI FORZATI NELLA REPUBBLICA ITALIANA

I rom hanno continuato a subire una discriminazione sistemica nell’accesso a un alloggio adeguato. La Commissione europea non è ancora riuscita a intraprendere azioni decisive contro l’Italia per la violazione delle leggi comunitarie contro la discriminazione, per aver negato il diritto all’alloggio, tra l’altro per la mancanza di tutele contro gli sgomberi forzati e la continua segregazione dei rom nei campi.

Ad aprile, centinaia di rom che vivevano nell’insediamento informale di Gianturco, a Napoli, sono stati sgomberati con la forza, dopo che le autorità non erano state in grado di effettuare consultazioni significative con le famiglie interessate.

L’unica alternativa offerta dalle autorità è stata la ricollocazione di 130 persone in un nuovo campo autorizzato segregato. I restanti adulti e minori sono rimasti senza tetto. Circa 200 di loro si sono spostati nell’area di un ex mercato a Napoli e sono rimasti a rischio di sgombero forzato.

Ad agosto, le autorità hanno sgomberato con la forza centinaia di persone, tra cui molti minori, da un edificio nel centro di Roma. Molti erano rifugiati riconosciuti che vivevano e lavoravano nella zona da diversi anni. Le autorità non hanno fornito alternative di alloggio adeguato, lasciando decine di persone a dormire all’aperto per giorni, prima di essere allontanate con la violenza dalla polizia in tenuta antisommossa.

Diverse persone sono state ferite dalla polizia, che ha usato cannoni ad acqua e manganelli. Alcune famiglie sono state infine temporaneamente rialloggiate fuori Roma.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI NELLA REPUBBLICA ITALIANA

A luglio, l’Italia ha finalmente approvato una legge che ha introdotto il reato di tortura, dopo che aveva ratificato la Convenzione contro la tortura nel 1989. Tuttavia, a dicembre, il Comitato contro la tortura ha evidenziato che la definizione di tortura contenuta nella nuova legge non era conforme alla Convenzione.

Inoltre la nuova legge non prevedeva l’applicazione di altre norme fondamentali, tra cui la revisione dei metodi d’interrogatorio della polizia e le misure per il risarcimento delle vittime.

A settembre, il Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa ha reso pubblico il rapporto della sua visita compiuta in Italia ad aprile 2016. Il Cpt ha raccolto denunce di maltrattamenti, tra cui l’uso non necessario ed eccessivo di forza da parte di agenti di polizia e di custodia, in praticamente tutte le strutture detentive visitate. Il Cpt ha rilevato la persistenza del sovraffollamento, nonostante le recenti riforme.

A ottobre, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che il trattamento di 59 persone da parte della polizia e del personale medico durante la detenzione, a seguito delle proteste contro il summit del G8 di Genova nel 2001, si configurava come tortura.

Sempre a ottobre, 37 agenti di polizia in servizio nella zona della Lunigiana, nella Toscana settentrionale, sono stati accusati per numerosi casi di lesioni personali e altri abusi. Le vittime erano in molti casi cittadini stranieri; in due episodi erano stati utilizzati bastoni elettrici. A fine anno, il processo era ancora in corso.

DECESSI IN CUSTODIA NELLA REPUBBLICA ITALIANA

A luglio, in seguito a una seconda indagine della polizia iniziata nel 2016, cinque agenti di polizia sono stati incriminati per il decesso in custodia di Stefano Cucchi, avvenuto nel 2009. Tre agenti sono stati accusati di omicidio colposo e due di diffamazione e false dichiarazioni. A fine anno, il processo era ancora in corso.

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