Kazakistan - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Capo di stato: Nursultan Nazarbayev
Capo di governo: Bakytzhan Sagintayev

Dirigere un’organizzazione non registrata o farne parte ha continuato a essere reato. Sindacati e Ngo hanno subìto indebite limitazioni. Nelle strutture detentive è continuato il ricorso a tortura e altri maltrattamenti. Giornalisti sono stati oggetto di persecuzioni e aggressioni motivate politicamente. Le donne e le persone con disabilità hanno continuato a subire discriminazioni.

DIRITTI DEI LAVORATORI NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Sindacati indipendenti sono stati sottoposti a leggi restrittive oppure sono stati chiusi. I sindacalisti sono stati perseguiti con accuse inventate d’incitamento allo sciopero illegale o appropriazione indebita.
Il 4 gennaio 2017, un tribunale ha ordinato lo scioglimento della Confederazione dei sindacati indipendenti del Kazakistan (Confederation of Independent Trade Unions of the Republic of Kazakhstan – Knprk) e di due affiliate, l’Unione nazionale dei lavoratori sanitari e l’Unione nazionale dei lavoratori domestici, sulla base del fatto che non avevano rispettato una scadenza per la registrazione.

Il 5 gennaio, centinaia di lavoratori del settore petrolifero hanno iniziato lo sciopero della fame per protestare contro lo scioglimento e tre leader sindacali sono stati arrestati. Il 7 aprile, Nurbek Kushakbaev è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione. Il 16 maggio, Amin Yeleusinov è stato incriminato per appropriazione indebita di proprietà e condannato a due anni e mezzo di reclusione. Il 25 luglio, Larisa Kharkova è stata condannata per abuso di potere a quattro anni di libertà limitata, da un tribunale di Şımkent.

Nel periodo dal 19 al 24 gennaio, 63 lavoratori petroliferi sono stati perseguiti e multati per aver partecipato allo sciopero della fame. A giugno, il Comitato sull’applicazione degli standard dell’Ilo ha espresso preoccupazione per il “grave problema” dello scioglimento della Knprk e ha chiesto alle autorità di garantire che la Knprk e i suoi affiliati “siano in grado di esercitare pienamente i loro diritti sindacali”.

PRIGIONIERI DI COSCIENZA

Il 20 gennaio 2017, il tribunale regionale di Atyrau, nel Kazakistan occidentale, ha confermato le condanne dei difensori dei diritti umani e prigionieri di coscienza Maks Bokaev e Talgat Ayan a cinque anni di reclusione, per il loro coinvolgimento nell’organizzazione di manifestazioni pacifiche e per i loro commenti sui social network contro il codice di diritto fondiario.

A fine mese, sono stati trasferiti nella colonia penale di Petropavlovsk, nel Kazakistan settentrionale, a 1.500 chilometri di distanza dalla loro città di residenza. Maks Bokaev e Talgat Ayan non erano stati informati in anticipo del trasferimento e non avevano abiti adeguati per le condizioni meteorologiche invernali del Kazakistan settentrionale.

Il 13 aprile, la Corte suprema ha respinto i loro appelli. Il 22 agosto, in seguito all’approvazione di una richiesta presentata dal suo avvocato, Talgat Ayan è stato trasferito in una colonia penale di Aqtöbe, nel Kazakistan nordoccidentale, più vicina al luogo in cui vivono i suoi figli.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

In seguito alla presentazione del suo secondo rapporto periodico al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, ad aprile il Kazakistan ha riferito che, nel corso del 2016, l’ufficio della procura aveva ricevuto 700 denunce di tortura in strutture di detenzione e che nei cinque anni precedenti 158 funzionari erano stati condannati per tortura.

A giugno, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha stabilito che Aleksei Ushenin era stato sottoposto a tortura e altri maltrattamenti e che le autorità non avevano condotto un’indagine immediata, imparziale ed efficace in merito alla sua denuncia. Aleksei Ushenin aveva denunciato di essere stato picchiato per due giorni nell’agosto 2011, al fine di farlo confessasse di aver preso parte a una rapina.

Agenti di polizia gli avevano messo un sacchetto di plastica intorno alla testa finché non aveva perso conoscenza, avevano spento sigarette sul suo corpo e gli avevano ripetutamente inserito un manganello di gomma nell’ano.

IMPUNITÀ NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Le autorità non hanno indagato in modo completo ed efficace sulle denunce di violazioni dei diritti umani, commesse in connessione con i violenti scontri tra polizia e lavoratori petroliferi che manifestavano, avvenuti nel dicembre 2011 a Zhanaozen, durante i quali almeno 15 persone erano state uccise e oltre 100 erano rimaste gravemente ferite quando la polizia, secondo quanto riferito, aveva fatto uso eccessivo della forza contro i manifestanti.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Le Ngo hanno subìto limitazioni indebite e obblighi di rendicontazione più stringenti, ai sensi delle leggi introdotte alla fine del 2015, oltre a frequenti ispezioni fiscali. La mancata fornitura d’informazioni accurate per l’archivio centrale dei dati delle Ngo ha portato a multe o a divieti temporanei di svolgere le attività.

Le Ngo Iniziativa legale internazionale (International Legal Initiative – Ili) e Liberty Foundation sono incorse in ammende punitive per aver, secondo le accuse, omesso di versare le imposte. Il 6 aprile, il tribunale speciale economico interdistrettuale di Almaty ha confermato la decisione della direzione delle imposte, secondo cui Ili doveva versare un’imposta sul reddito aziendale per i fondi ricevuti da donatori stranieri, nonostante le organizzazioni no profit fossero esentate dal pagamento di tale tributo.

Il 31 maggio, il tribunale speciale economico interdistrettuale di Almaty ha respinto l’appello di Liberty Foundation contro la decisione della direzione delle imposte. Le organizzazioni hanno pagato rispettivamente multe di 1,3 milioni e tre milioni di tenge (4.000 e 8.300 euro).

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Giornalisti indipendenti critici verso le autorità sono stati sottoposti a persecuzioni e aggressioni motivate politicamente.

A settembre, Zhanbolat Mamai, direttore del quotidiano indipendente Sayasi Kalam Tribuna, voce critica nei confronti delle autorità, arrestato a febbraio, è stato condannato a tre anni di restrizioni della libertà per riciclaggio di denaro. L’uomo ha sostenuto che le accuse erano motivate politicamente.

Il 14 maggio, Ramazan Yesergepov, giornalista e presidente della Ngo Giornalisti in pericolo, è stato accoltellato mentre viaggiava in treno verso la capitale Astana, per parlare del caso di Zhanbolat Mamai con diplomatici stranieri ed esperti internazionali. Egli ritiene che l’aggressione fosse collegata ai suoi servizi giornalistici critici e al suo interesse per il caso di Zhanbolat Mamai.

LIBERTÀ DI RIUNIONE NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Organizzare o partecipare a una manifestazione pacifica senza l’autorizzazione preventiva delle autorità ha continuato a essere reato, ai sensi del codice dei reati amministrativi e del codice penale, punibile con pesanti multe o con la detenzione fino a 75 giorni.

Il 13 luglio, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che il diritto alla libertà di riunione pacifica di Andrei Sviridov era stato violato nel 2009, quando era stato perseguito per aver tenuto un picchetto solitario per protestare contro l’azione penale nei confronti del difensore dei diritti umani Yevgeny Zhovtis. Era stato ritenuto colpevole di aver guidato una manifestazione senza il preventivo consenso delle autorità e multato per 12.960 tenge (pari a 33 euro).

Il 1° agosto, i manifestanti pacifici Askhat Bersalimov e Khalilkhan Ybrahamuly sono stati arrestati e condannati rispettivamente a cinque e tre giorni di detenzione amministrativa per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata. Facevano parte di un gruppo di una decina di persone, che il 29 luglio si erano radunate nel parco Mahatma Gandhi, nella città di Almaty, avevano marciato fino all’ufficio postale centrale e avevano spedito appelli a governi stranieri e a organizzazioni internazionali in favore di Zhanbolat Mamai e di altri prigionieri.

DIRITTI DELLE DONNE NELLA REPUBBLICA DEL KAZAKISTAN

Il ministero dell’Interno ha dichiarato che, nella prima metà dell’anno, erano stati applicati 35.253 ordini di protezione in casi di violenza domestica. Tuttavia, le Ngo hanno riferito che le denunce di violenza contro le donne erano inferiori al numero dei casi reali e che la percentuale di azioni legali nei casi di violenza contro le donne e di molestie sessuali era bassa.

Le autorità hanno continuato a rifiutare di riconoscere che Anna Belousova era stata vittima di molestie sessuali, nonostante una sentenza del Comitato Cedaw del 2015 avesse raccomandato che il Kazakistan le fornisse adeguato risarcimento. A marzo, la Corte suprema ha confermato il verdetto di un tribunale di Kostanai, secondo il quale alla donna non era dovuto alcun risarcimento. A luglio, il tribunale distrettuale di Saryarkinsk ha respinto una richiesta d’indennizzo nei confronti del ministero delle Finanze.

Anna Belousova lavorava dal 1999 in una scuola elementare di Pertsevka. A gennaio 2011, il nuovo direttore della scuola aveva minacciato di licenziarla se non avesse accettato di avere rapporti sessuali con lui. Lei si era rifiutata e a marzo 2011 era stata licenziata.

VAGLIO INTERNAZIONALE

Ad aprile, la Ngo Coalizione per la difesa di difensori e attivisti dei diritti umani ha inviato una petizione al presidente, con cui chiedeva l’adozione di leggi che permettessero l’applicazione delle decisioni degli organi dei trattati delle Nazioni Unite relativi al Kazakistan. La Coalizione ha dichiarato che, delle 25 decisioni prese in favore di vari ricorrenti del Kazakistan a partire dal 2011, nessuna era stata applicata a causa dell’assenza delle leggi necessarie.

A settembre, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha visitato il paese e ha chiesto al Kazakistan di adeguare le sue leggi nazionali su capacità legale e salute mentale agli standard e al diritto internazionale dei diritti umani. Ha sottolineato il fatto che, secondo l’attuale legislazione, le persone con disabilità possono essere ricoverate in istituti e sottoposte a interventi medici senza il loro consenso libero e informato.

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