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REPUBBLICA DI POLONIA

Capo di stato: Andrzej Duda
Capo di governo: Mateusz Morawiecki (subentrato a Beata Szydło a dicembre)

Il governo ha proseguito nei suoi sforzi per esercitare un controllo politico su magistratura, Ngo e organi d’informazione.

Centinaia di manifestanti hanno subìto sanzioni penali per aver preso parte a raduni pacifici. Donne e ragazze hanno continuato a incontrare ostacoli sistemici nell’accesso all’aborto sicuro e legale.

SVILUPPI LEGISLATIVI, COSTITUZIONALI O ISTITUZIONALI

A luglio, la Commissione europea ha dichiarato che l’indipendenza del Tribunale costituzionale era stata “gravemente compromessa” e ha espresso il timore che la costituzionalità delle leggi polacche “non potesse essere garantita a tutti gli effetti”.

Il governo ha anche tentato di estendere la propria influenza su altri organi della magistratura, tra cui la Corte suprema, il consiglio nazionale della magistratura e i tribunali comuni.

Tra maggio e luglio, il parlamento ha adottato quattro leggi di riforma della magistratura, provocando una forte reazione da parte dell’opinione pubblica, di organizzazioni intergovernative e di Ngo, che hanno lanciato un allarme sull’indipendenza della magistratura e sullo stato di diritto.

Le modifiche avrebbero conferito al ministro della Giustizia il controllo sulla Corte suprema e avrebbero anche minato l’indipendenza del consiglio nazionale della magistratura, un organismo di autoregolamentazione dei giudici. Il 24 luglio, il presidente ha posto il veto su due delle leggi adottate, la riforma della legge sul consiglio nazionale della magistratura e la legge sulla Corte suprema.

Il presidente, tuttavia, ha firmato la modifica alla legge sui tribunali comuni, che è entrata in vigore ad agosto. Questa ha conferito al ministro della Giustizia il potere di nominare e licenziare i presidenti e i vice presidenti dei tribunali.

In risposta, la Commissione europea ha iniziato una procedura d’infrazione contro la Polonia, per aver violato le leggi comunitarie con una norma che, avendo introdotto differenti età di pensionamento per giudici uomini e giudici donne, era discriminatoria. A fine anno, la procedura era pendente. La Commissione ha dichiarato che avrebbe anche attivato procedure ai sensi dell’art. 7 (1), che potrebbero dare origine a sanzioni se fossero adottate leggi che conferissero il controllo della Corte suprema al ministro della Giustizia.

A ottobre, il quotidiano Gazeta Wyborcza ha riferito che sei pubblici ministeri avevano subìto procedimenti disciplinari per aver criticato una riforma del 2016, che univa le funzioni del procuratore generale nazionale e del ministro della Giustizia, conferendo al ministro un’indebita influenza sui procedimenti giudiziari.

A dicembre, il parlamento ha adottato alcuni emendamenti alla legge sul Consiglio nazionale della magistratura e alla legge sulla Corte suprema, che mettevano la magistratura sotto il controllo del governo.

Il 20 dicembre, la Commissione europea, con una mossa senza precedenti, è ricorsa all’ar. 7.1 del Trattato dell’Eu contro la Polonia. Il processo potrebbe portare a sanzioni per aver minacciato i diritti umani e lo stato di diritto in Polonia.

LIBERTÀ DI RIUNIONE NELLA REPUBBLICA DI POLONIA

Per tutto il 2017 sono continuate le proteste pubbliche contro le politiche e le leggi del governo sulla magistratura, il diritto di riunione pacifica, il funzionamento delle Ngo, la libertà di stampa, i diritti sessuali e riproduttivi e il diritto all’alloggio.

Le manifestazioni più imponenti sono avvenute a luglio, quando migliaia di persone, in più di 100 città, sono scese in strada per protestare contro la riforma della magistratura.

Gli agenti di polizia hanno risposto con pesanti misure di sicurezza nella zona intorno al parlamento e al palazzo presidenziale, impedendo ai dimostranti di manifestare.

La polizia ha arginato gruppi di manifestanti pacifici, ha utilizzato di continuo forme diverse di monitoraggio e sorveglianza durante le proteste, attraverso squadre di sorveglianza che chiedevano i documenti ai manifestanti, ha minacciato sanzioni e, in alcuni casi, è ricorsa a incriminazioni penali e azioni giudiziarie.

Decine di manifestanti hanno subìto processi in tribunale ai sensi del codice dei reati minori e, in alcuni casi, anche del codice penale; a fine anno, alcuni procedimenti erano ancora pendenti.

Centinaia di altre persone sono state convocate in stazioni di polizia, in relazione alla loro partecipazione alle proteste.

Ad aprile è entrata in vigore una modifica alla legge sulle riunioni, che ha dato priorità alle riunioni “cicliche” nel centro di Varsavia. La legge era stata usata per vietare manifestazioni alternative o contromanifestazioni, in favore dei raduni mensili filogovernativi e per garantire a un gruppo filogovernativo accesso regolare agli spazi pubblici vicino al palazzo presidenziale.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA DI POLONIA

Utilizzando i nuovi poteri conferitigli dalla legge sull’informazione del 2015, il ministro del Tesoro ha licenziato vari direttori e consigli di supervisione delle stazioni radio e televisive pubbliche.

Il ministro ha nominato nuovi direttori senza consultare il consiglio nazionale delle telecomunicazioni, un organo indipendente, mettendo sotto il controllo del governo tutti i mezzi d’informazione pubblici. A ottobre, più di 234 giornalisti che lavoravano nelle trasmissioni pubbliche, inclusi leader dei sindacati, erano stati retrocessi, licenziati o costretti a dimettersi.

Il giornalista investigativo Tomasz Piątek ha rischiato di essere incriminato penalmente per il suo libro, pubblicato a giugno, in cui denunciava un legame tra il ministro della Difesa nazionale e i servizi d’intelligence russi.

A fine giugno, il ministro ha sporto denuncia penale contro Tomasz Piątek, sostenendo che aveva violato le leggi per “aver usato violenza o minacce illecite [che] colpi[vano] un’autorità di governo nell’esercizio del suo dovere” e per “aver insultato un pubblico ufficiale nel corso e in connessione con l’esercizio dei [suoi] doveri”. Il 26 giugno, la denuncia è stata inoltrata all’ufficio della procura regionale di Varsavia.

A ottobre, il ministro ha accusato pubblicamente il giornalista di mirare a impedire la riforma dell’esercito polacco e ha dichiarato che le accuse presentate nel libro erano “parte integrante della guerra ibrida contro la Polonia”. A fine anno, nei confronti di Tomasz Piątek non era stata sporta una denuncia formale.

DIRITTI SESSUALI E RIPRODUTTIVI NELLA REPUBBLICA DI POLONIA

A ottobre, il presidente ha espresso il proprio sostegno a una proposta di legge redatta da gruppi antiabortisti, che avrebbe proibito l’aborto in caso di gravi o fatali menomazioni del feto.

A giugno, il parlamento ha adottato una modifica alla legge sui servizi sanitari finanziati dallo stato, in base alla quale la contraccezione d’emergenza è divenuta accessibile solo dietro prescrizione medica, in violazione delle raccomandazioni internazionali sulla contraccezione d’emergenza.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE NELLA REPUBBLICA DI POLONIA

Il 4 ottobre, il giorno successivo alla protesta nazionale contro le politiche restrittive sull’aborto, la polizia ha fatto irruzione contemporaneamente in quattro uffici, in città differenti, di Ngo per i diritti delle donne che avevano appoggiato la manifestazione.

La polizia ha confiscato hard disk e i dati dei computer, compresi gli archivi con informazioni sulle persone e i referti medici di vittime di violenza domestica. Le autorità hanno dichiarato che l’azione faceva parte di un’indagine su ex membri del personale del ministero della Giustizia, per presunta cattiva gestione di fondi.

A ottobre, il parlamento ha adottato la legge sull’istituto nazionale per la libertà, un organo che deciderà sui finanziamenti statali alle Ngo. Gruppi della società civile hanno espresso il grave timore che la legge ponga l’istituto sotto l’effettivo controllo del governo, circostanza che potenzialmente limiterebbe la capacità di accedere a tali fondi per le organizzazioni critiche verso il governo.

CONTROTERRORISMO E SICUREZZA NELLA REPUBBLICA DI POLONIA

Il Commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani e alcune Ngo hanno espresso preoccupazione per la mancanza di un idoneo procedimento nei casi di espulsioni effettuate per ragioni di sicurezza nazionale.
Ad aprile, uno studente iracheno è stato espulso in Iraq, dopo che il consiglio per i rifugiati aveva respinto la sua richiesta di asilo, sostenendo che rappresentava una “minaccia alla sicurezza nazionale”.

Le prove a suo carico, raccolte dall’agenzia interna di sicurezza, non sono state messe a disposizione dei suoi rappresentanti legali. La Ngo Fondazione Helsinki per i diritti umani ha sostenuto che il diniego di accesso ai documenti relativi al caso, aveva a tutti gli effetti impedito al richiedente di conoscere i motivi dettagliati del rifiuto della sua richiesta di asilo. Ad agosto, la Fondazione ha fatto appello contro tale decisione.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO NELLA REPUBBLICA DI POLONIA

Sono pervenute continue segnalazioni di respingimenti di richiedenti asilo ai valichi di frontiera con la Bielorussia.

La Corte europea dei diritti umani ha chiesto informazioni alla Polonia in merito a quattro casi, in cui i ricorrenti sostenevano che era stato loro ripetutamente negato l’ingresso nel paese per ottenere protezione internazionale e che ciò li aveva posti a rischio di refoulement, cioè di ritorno forzato in un paese in cui erano a rischio reale di persecuzione.

Verso la fine di agosto, la Ngo Human Constanta, con sede in Bielorussia, ha presentato un altro caso contro la Polonia dinanzi al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, per violazione del principio di non-refoulement. A fine anno il caso era ancora pendente.

A giugno, la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione contro la Polonia, così come contro la Repubblica Ceca e l’Ungheria, perché avevano rifiutato di partecipare al programma di ricollocazione dei rifugiati da paesi dell’Eu come Grecia e Italia. A dicembre, la Commissione ha deciso d’intraprendere un’azione contro i tre paesi e deferirli alla Corte di giustizia dell’Eu.

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