Ungheria - Amnesty International Italia

UNGHERIA

Capo di stato: János Áder
Capo di governo: Viktor Orbán

È proseguita la repressione sistematica dei diritti di rifugiati e migranti. Università e Ngo finanziate con fondi esteri hanno subìto limitazioni ai sensi di una nuova legislazione.

CONTESTO

Il governo ha dovuto affrontare proteste all’interno del paese e un più intenso vaglio da parte della comunità internazionale per i suoi continui passi indietro sui diritti umani e per l’inosservanza delle leggi comunitarie.

La Commissione europea ha avviato e portato avanti quattro procedure formali d’infrazione, a seguito dell’introduzione di norme ritenute incompatibili con le libertà dell’Eu e, a maggio, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione globale in cui esprimeva allarme per la situazione dei diritti umani nel paese.

Più di un quarto della popolazione è rimasta a rischio di povertà ed esclusione sociale e il 16 per cento era in condizioni di grave deprivazione materiale.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO IN UNGHERIA

L’Ungheria ha continuato a limitare pesantemente l’accesso di rifugiati e richiedenti asilo, restringendo la possibilità di ammissione alle sue due “zone di transito” operative di confine, dove per ogni giorno lavorativo potevano essere presentate solo 10 nuove richieste di asilo.

Di conseguenza, circa 6.000-8.000 persone sono rimaste in condizioni inadeguate in Serbia, in campi al di sotto degli standard e a rischio di rimanere senza casa e di essere vittima di refoulement verso sud, in Macedonia e Bulgaria.

A marzo, nel caso Ilias e Ahmed vs. Ungheria, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che il confinamento dei richiedenti asilo in “zone di transito”, sostanzialmente campi di container fortemente sorvegliati in terreni vicini al confine esterno dell’Ungheria, si configurava come privazione arbitraria della libertà.

La Corte ha anche giudicato che, a causa delle cattive condizioni in cui i richiedenti asilo erano stati trattenuti per settimane e della mancanza di rimedi giudiziari disponibili per contrastare questa forma di detenzione, l’Ungheria non era stata in grado di fornire protezione adeguata contro un rischio reale di trattamento disumano e degradante.

Sempre a marzo, l’assemblea nazionale ha approvato un pacchetto di modifiche a cinque leggi sulla migrazione e l’asilo, permettendo la detenzione automatica, senza revisione giudiziaria, di tutti i richiedenti asilo nelle “zone di transito” al confine, compresi i minori non accompagnati dai 14 ai 18 anni.

Questi emendamenti hanno anche autorizzato la detenzione dei richiedenti asilo per l’intera durata del procedimento di valutazione delle loro richieste, compresi gli appelli, e l’espulsione sommaria di tutti i migranti irregolari trovati in territorio ungherese, al di là delle estese recinzioni di confine.

Di conseguenza, la maggior parte dei richiedenti asilo in Ungheria o si dava alla latitanza per non essere sottoposta alla procedura oppure era detenuta a tempo indeterminato nelle “zone di transito” al confine.

A fine anno, circa 500 richiedenti asilo erano illegalmente detenuti al confine. Le autorità ungheresi hanno negato o hanno consentito un accesso estremamente limitato a osservatori dei diritti umani e Ngo che fornivano assistenza legale.

Queste misure draconiane erano state originariamente concepite per essere applicate in una “situazione di crisi causata da immigrazione di massa”. Tuttavia, la “situazione di crisi” è stata invocata continuamente dal settembre 2015 in poi e, ad agosto, è stata estesa fino a marzo 2018, nonostante la mancanza di una base concreta o legale per il suo prolungamento.

L’Ungheria ha ulteriormente aumentato le recinzioni di confine e la presenza della polizia alla frontiera meridionale. Oltre 20.000 persone sono state sommariamente rimandate in Serbia, talvolta con il ricorso alla violenza, o è stato loro impedito in altro modo di entrare in Ungheria, senza poter accedere a procedure di asilo eque ed efficaci e all’esame delle loro necessità di protezione.

A marzo, il quotidiano Magyar Nemzet ha rivelato che, contrariamente alle dichiarazioni del governo che respingevano le accuse di abusi, erano state aperte più di 40 indagini su episodi di uso eccessivo della forza da parte della polizia al confine nell’arco di 18 mesi; la maggior parte delle indagini era stata chiusa senza ulteriori azioni.

A settembre, l’Ungheria ha perso una causa dinanzi alla Corte di giustizia dell’Eu, che ha sancito che il paese non poteva esimersi dal partecipare al progetto di ricollocazione d’emergenza di richiedenti asilo da Grecia e Italia in altri stati membri dell’Eu.

L’Ungheria ha continuato a rifiutarsi di ricollocare anche un solo richiedente asilo dei 1.294 previsti dalla quota minima assegnatale o di partecipare ad altri meccanismi regionali di solidarietà. A fine anno non aveva reinsediato o ricollocato nessuno.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE IN UNGHERIA

Ad aprile, l’adozione con procedura d’emergenza di modifiche alla legge nazionale sull’educazione superiore ha scatenato ampie proteste e critiche da parte di esperti accademici e dell’opinione pubblica.

La legge, ampiamente interpretata come volta a colpire le attività di una specifica istituzione educativa, l’Università centrale europea (Central European University – Ceu), ha introdotto nuovi requisiti per le università straniere che operano in Ungheria, imponendo termini estremamente rigidi, incluso il requisito di un accordo bilaterale a livello statale, e mettendo a rischio la continuità del servizio fornito da tali istituti.

Nello stesso mese, la Commissione europea ha intrapreso un’azione legale contro l’Ungheria, con l’apertura di una procedura d’infrazione. Secondo la valutazione della Commissione, la legge non era compatibile con le libertà fondamentali dell’Eu, compresa la libertà di prestazione di servizi, la libertà di stabilimento e la libertà accademica.

A ottobre, l’assemblea nazionale ha votato per estendere di un anno solare la data di scadenza entro cui i nuovi requisiti dovevano essere rispettati. A fine anno, il governo non era riuscito a concludere un accordo con lo stato di New York, che avrebbe permesso il proseguimento delle attività dell’università.
A giugno, l’assemblea nazionale ha approvato una legge che stigmatizzava a tutti gli effetti le Ngo che ricevevano fondi dall’estero.

Secondo la legge sulla trasparenza delle organizzazioni finanziate dall’estero, le Ngo che ricevevano più di 24.000 euro dall’estero, in modo diretto o indiretto, dovevano registrarsi nuovamente come “organizzazione civica finanziata dall’estero” e aggiungere questa definizione su tutte le pubblicazioni.

Inoltre, la legge ha richiesto alle Ngo di rivelare l’identità di donatori e sostenitori, il cui contributo superava la soglia di circa 1.650 euro.

La legge è stata adottata grazie a una campagna di comunicazione sponsorizzata dal governo, che screditava le Ngo e accusava varie Ngo di minare la sovranità e la sicurezza nazionali.

Essendo indirizzata soltanto ad alcuni tipi di organizzazioni della società civile, la legge ha direttamente discriminato tali organizzazioni e ha imposto limitazioni al loro diritto d’associazione, compreso il diritto di cercare, ricevere e utilizzare risorse.

A metà luglio, la Commissione europea ha notificato all’Ungheria un’altra procedura d’infrazione, basata sulla valutazione che questa legge imponeva misure in contrasto con il diritto alla libertà d’associazione e limitazioni non giustificate e sproporzionate al libero movimento dei capitali, sollevando preoccupazioni in relazione all’obbligo di proteggere la vita privata e i dati personali.

Ad agosto, una coalizione di oltre 20 Ngo ha presentato un reclamo alla Corte costituzionale chiedendo l’annullamento della legge.

CONTROTERRORISMO E SICUREZZA IN UNGHERIA

A giugno, una corte d’appello nella città di Szeged, nel sud del paese, ha annullato la condanna di Ahmed H, un siriano condannato a 10 anni di reclusione per aver presumibilmente commesso “atti di terrore”, per aver preso parte a disordini causati da rifugiati e migranti al confine tra Serbia e Ungheria, nel settembre 2015.

In appello, il tribunale ha stabilito che le prove disponibili non erano state valutate in modo adeguato e ha ordinato un nuovo processo.

Ad agosto, il procuratore generale si è appellato contro questa decisione alla Curia (il massimo organo giudicante ungherese). A novembre, la Curia ha stabilito che la corte d’appello avrebbe dovuto esprimere un giudizio vincolante invece di ordinare un nuovo processo; questo tuttavia non ha avuto effetti sui procedimenti in corso.

A fine anno, il caso di Ahmed H era pendente dinanzi a un nuovo tribunale di prima istanza.

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE IN UNGHERIA

A ottobre, denunce di abusi commessi da uomini in posizioni di potere hanno suscitato un dibattito a livello nazionale sul riconoscimento e la persecuzione dei casi di stupro e di altre forme di violenza sessuale. L’Ungheria non ha ancora ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica; i procedimenti giudiziari per questi reati sono rimasti limitati.

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