Iraq - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DELL’IRAQ

Capo di stato: Fuad Masum

Capo di governo: Haider al-Abadi

Le forze irachene e curde, le milizie paramilitari, le forze della coalizione e il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is) hanno commesso violazioni del diritto in­ternazionale umanitario, crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, nel contesto del conflitto armato interno. I combattenti dell’Is hanno sfollato con la forza migliaia di civili, spingendoli nelle aree di aperto conflitto e usandoli come scudi umani su larga scala; hanno inoltre ucciso deliberatamente civili in fuga dai combattimenti e reclutato e schierato bambini soldato. Le forze irachene e curde, così come le milizie paramilitari, hanno ucciso sommariamente combattenti che avevano catturato e civili messi in fuga dal conflitto, distrutto abitazioni private e altre proprietà civili. Le truppe irachene e curde, oltre che le autorità governative, hanno detenuto arbitrariamente, sottoposto a sparizione forzata e torturato civili sospettati di essere affiliati all’Is. I tribunali hanno processato sospetti appartenenti all’Is e altre persone sospettate di reati in materia di terrorismo, sottoponendoli a procedimenti giudiziari iniqui e condannandoli a morte sulla base di “confessioni” estorte con la tortura. Le esecuzioni sono proseguite a un ritmo allarmante.

CONTESTO

A dicembre, l’esercito iracheno, le forze curde, le milizie paramilitari e le forze della coalizione internazionale guidata dagli Usa avevano riconquistato gran parte del territorio e dei centri abitati sotto il controllo dell’Is, tra cui Mosul est a gennaio, Mosul ovest a luglio, Tel Afar ad agosto e Hawija a ottobre. A novembre, oltre 987.648 persone del governatorato di Nineveh sono state sfollate internamente in seguito alle operazioni per riprendere il controllo su Mosul e le aree circostanti. Oltre tre milioni di persone erano ancora sfollate internamente in territorio iracheno.

Il 25 settembre, il Governo regionale del Kurdistan (Kurdish Regional Government – Krg) ha tenuto un referendum sull’indipendenza della regione del Kurdistan iracheno (Kurdistan Region of Iraq – Kr-I), oltre che di “aree contese”, tra le quali c’erano alcune zone dei governatorati Nineveh, Kirkuk, Salah al-Din e Diyala. I primi risultati hanno indicato che all’incirca il 93 per cento dei voti era a favore dell’indipendenza. Il governo iracheno ha dichiarato il referendum illegale e incostituzionale. A seguito del referendum, le forze governative irachene e le forze filogovernative, comprese le unità di mobilitazione popolare (Popular Mobilization Units – Pmu), hanno riconquistato il controllo del governatorato di Kirkuk e delle aree dei governatorati di Nineveh, Salah al-Din e Diyala.

VIOLAZIONI DA PARTE DEI GRUPPI ARMATI IN IRAQ

L’Is ha commesso gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario, in alcuni casi equiparabili a crimini di guerra. Ha sfollato con la forza migliaia di civili, spingendoli verso aree di aperto conflitto e utilizzandoli come scudi umani a copertura dei propri combattenti. L’Is ha ucciso deliberatamente civili che tentavano di fuggire dai combattimenti, lasciando i loro corpi appesi in aree pubbliche, come monito contro eventuali altre fughe. I combattenti dell’Is hanno messo in atto uccisioni equiparabili a esecuzioni di persone percepite come loro oppositori e reclutato e schierato sul campo bambini soldato. A Mosul, l’Is ha regolarmente negato le cure mediche ai civili e occupato diverse strutture mediche e ospedaliere, per non essere presi di mira dalle forze armate irachene e della coalizione. Le forze dell’Is hanno ucciso e ferito civili su tutto il territorio iracheno, compiendo attentati suicidi e lanciando altri attacchi mortali che hanno preso di mira deliberatamente la popolazione civile che affollava mercati, luoghi sacri alla religione sciita e altri spazi pubblici.

Il 2 gennaio, l’Is ha bombardato il quartiere a maggioranza sciita di Sadr City, della capitale Baghdad, uccidendo almeno 35 persone e ferendone oltre 60. Un attentato suicida compiuto il 30 maggio davanti a una gelateria e a un edificio governativo a Baghdad è costato la vita ad almeno 27 persone, mentre almeno altre 50 sono rimaste ferite. In un attacco lanciato il 14 settembre contro un ristorante frequentato prevalentemente da pellegrini sciiti a Nasiriya, l’Is ha ucciso almeno 84 persone, ferendone altre 93.

Secondo i dati diffusi a ottobre dalle Nazioni Unite, fino a 1.563 yazidi, donne e bambini, erano ancora prigionieri dell’Is, intrappolati tra Iraq e Siria e sottoposti a stupri e altre forme di tortura, aggressioni e riduzione in schiavitù. Quelli che riuscivano a fuggire o che erano liberati, dopo che i loro parenti avevano pagato somme di denaro a titolo di riscatto, non hanno ottenuto rimedi adeguati, come forme di assistenza e altro supporto, necessari per aiutarli a ricostruirsi una vita. Le Nazioni Unite hanno riferito che ad agosto, nelle aree dell’Iraq in precedenza controllate dall’Is, erano state scoperte almeno 74 fosse comuni.

CONFLITTO ARMATO – VIOLAZIONI DA PARTE DELLE FORZE GOVERNATIVE, DELLA COALIZIONE E DELLE MILIZIE

Le truppe governative, le milizie paramilitari e le forze della coalizione hanno compiuto ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario, in alcuni casi equiparabili a crimini di guerra. A Mosul ovest, le forze irachene e della coalizione hanno lanciato una serie di attacchi sproporzionati e oltremodo indiscriminati. In uno di questi, compiuto il 17 marzo nel quartiere al-Jadida di Mosul, un raid aereo dell’aviazione statunitense ha ucciso almeno 105 civili per colpire due cecchini dell’Is.

A Mosul ovest, le forze irachene hanno regolarmente impiegato ordigni esplosivi con effetti devastanti su vaste aree, comprese munizioni radiocomandate di fabbricazione artigianale (Rocket-assisted munitions – Irams), che non possono essere puntate con precisione contro obiettivi militari e il cui utilizzo in aree popolate da civili è illegale. A Mosul est, centinaia di civili sono morti nei raid aerei lanciati dalle forze della coalizione e irachene contro le loro abitazioni o altri luoghi dove avevano cercato di mettersi in salvo, in base alle istruzioni che avevano ricevuto dal governo iracheno di non uscire allo scoperto durante i combattimenti.

Le forze governative irachene e curde e le milizie paramilitari hanno messo in atto esecuzioni extragiudiziali di uomini e ragazzi sospettati di essere affiliati all’Is. Nelle ultime settimane della battaglia per Mosul, tra maggio e luglio, sono emerse notizie attendibili secondo cui le forze irachene, tra cui la divisione di risposta d’emergenza, la polizia federale e le forze di sicurezza irachene, avevano detenuto, torturato e sottoposto a esecuzione extragiudiziale uomini e ragazzi che cercavano di fuggire dai combattimenti.

ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI IN IRAQ

Migliaia di uomini e ragazzi considerati in età da combattimento (indicativamente dai 15 ai 65 anni) in fuga dai territori controllati dall’Is sono stati sottoposti a controlli di sicurezza da parte delle forze irachene, delle forze curde e delle milizie paramilitari, presso strutture di detenzione improvvisate o siti di accoglienza temporanei. Gli uomini sospettati di essere affiliati all’Is erano trattenuti per giorni o mesi, spesso in condizioni molto dure, o trasferiti altrove. Le forze irachene, le forze curde e le milizie paramilitari, comprese le Pmu, hanno arrestato presunti sospettati di “terrorismo” senza mandato giudiziario, prelevandoli dalle loro abitazioni, ai posti di blocco e nei campi per sfollati.

Tortura e sparizioni forzate

Uomini e ragazzi sospettati di appartenere all’Is sono stati vittime di sparizione forzata, separati dalle loro famiglie e dal mondo esterno, in strutture controllate dai ministeri iracheni dell’Interno e della Difesa, dal Krg e in centri di detenzione segreta. I detenuti erano interrogati dagli agenti delle forze di sicurezza senza la presenza di un legale e regolarmente sottoposti a tortura. Tra le tecniche di tortura usate più spesso, c’erano percosse sulla testa e sul corpo con sbarre e cavi di metallo, sospensione per le braccia o le gambe in posizioni di stress, scosse elettriche e minacce di stuprare parenti di sesso femminile. Raramente ai detenuti era data la possibilità di accedere a cure mediche, con conseguenti decessi e amputazioni. I detenuti hanno inoltre dovuto sopportare dure condizioni, come grave sovraffollamento, scarsa ventilazione e mancanza di docce o servizi igienici.

PROCESSI INIQUI IN IRAQ

Il sistema di giustizia penale iracheno è rimasto profondamente viziato. Agli imputati, in particolare ai sospettati di “terrorismo”, sono stati regolarmente negati i diritti di disporre del tempo necessario per preparare una difesa in un ambiente adeguato, di non autoincriminarsi o confessare la propria colpevolezza e di confrontarsi in contraddittorio con i testimo­ni dell’accusa. I tribunali hanno continuato a considerare ammissibili come prove a carico degli imputati “confessioni” ottenute con la tortura. Molti di coloro che erano stati giudicati colpevoli al termine di questi processi iniqui e affrettati sono stati condannati a morte.

Tra luglio e agosto, le autorità irachene hanno spiccato mandati d’arresto nei confronti di almeno 15 avvocati incaricati della difesa di sospetti appartenenti all’Is, accusandoli di essere a loro volta affiliati all’Is. Questi arresti hanno destato preoccupazione tra altri avvocati, che hanno temuto di essere arrestati semplicemente per aver assunto la difesa legale di sospetti membri dell’Is.

SFOLLATI INTERNI IN IRAQ

Oltre tre milioni di persone sono rimaste sfollate internamente all’Iraq, trovando riparo presso comunità ospitanti o campi per sfollati, insediamenti informali ed edifici in costruzione. A novembre, oltre 987.648 persone del governatorato di Nineveh sono state sfollate internamente in seguito alle operazioni militari a Mosul. Le agenzie umanitarie hanno denunciato gravi mancanze nell’erogazione dei fondi internazionali.

I civili che avevano trovato riparo nei campi per sfollati hanno dovuto affrontare carenza di cibo, acqua, farmaci e altri beni di prima necessità. All’interno di questi campi, la libertà di movimento era fortemente limitata e gli abitanti hanno riferito che le milizie paramilitari rastrellavano i campi per reclutare civili, bambini compresi, in alcuni casi costringendoli con la forza, e che membri della famiglia erano scomparsi dopo essere stati presi con la forza nelle aree comuni all’interno dei campi o nelle tende. I componenti di una famiglia potevano rimanere separati per giorni o anche mesi, mentre venivano espletate le procedure di controllo nei centri temporanei di accoglienza. Le donne capofamiglia che avevano trovato riparo all’interno dei campi per sfollati, in particolare le donne i cui parenti maschi erano sospettati di affiliazione all’Is, hanno denunciato di essere state sottoposte a stupro e altri abusi sessuali, oltre che a forme di sfruttamento e sistematica discriminazione, ricevendo ad esempio una quantità inadeguata e ridotta di cibo, acqua e altri beni di prima necessità.

Sfollamenti forzati e distruzione di proprietà

Nel contesto del conflitto armato contro l’Is, sia le truppe governative irachene sia le milizie paramilitari hanno sfollato con la forza la popolazione civile e distrutto su larga scala le loro abitazioni. In uno di questi episodi, agli inizi dell’anno, le milizie tribali sunnite facenti capo alle Pmu, conosciute come Hashad al-Ashari, allineate con le truppe governative irachene, hanno sfollato con la forza almeno 125 nuclei familiari del governatorato di Salah al-Din, che ritenevano essere affiliati all’Is, a seguito di un decreto emanato dalle autorità locali che autorizzava il loro sfollamento. Le famiglie sono state di conseguenza trattenute contro la loro volontà in un campo per sfollati, che funzionava come una struttura di detenzione, nell’area di Tikrit.

TRAFFICO DI ARMI IN IRAQ

Le fazioni delle Pmu, che si erano rese responsabili di crimini di guerra e altre gravi violazioni nelle aree centrali e settentrionali dell’Iraq sin dal 2014, hanno beneficiato dei flussi di armi provenienti da vari paesi, tra cui Usa, Russia e Iran. Gli armamenti trasferiti comprendevano mezzi corazzati e artiglieria pesante, oltre a un’ampia gamma di armi di piccolo calibro. La cattiva gestione degli arsenali e un fiorente traffico illecito interno e oltreconfine ha determinato l’armamento di gruppi di miliziani, con ulteriori gravi conseguenze sulla sicurezza.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE – REGIONE DEL KURDISTAN IRACHENO

Nella Kr-I, giornalisti e attivisti online sono stati sottoposti ad arresti arbitrari, percosse, forme di sorveglianza, minacce di morte e campagne diffamatorie volte a screditare la loro reputazione o quella dei loro familiari. Questa tendenza a interferire nella libertà d’espressione di giornalisti e attivisti online è notevolmente aumentata nel periodo che ha preceduto il referendum sull’indipendenza della Kr-I; Amnesty International ha documentato 12 casi di arresti arbitrari, percosse e intimidazioni nei confronti di giornalisti e attivisti online verificatisi tra giugno e settembre.

Il 14 marzo, le forze di sicurezza, compresi agenti della polizia antisommossa della Kr-I e combattenti siriani sotto il comando del Krg (noti come Peshmerga del Rojava), hanno lanciato candelotti lacrimogeni e sparato munizioni vere per disperdere le proteste dei yazidi. Questi manifestavano per chiedere alle forze dei Peshmerga del Rojava di abbandonare l’area, dopo gli scontri verificatisi in precedenza lo stesso mese tra componenti dei Peshmerga del Rojava e l’Unità di resistenza di Sinjar. Manifestanti e testimoni hanno denunciato che Nazeh Nayef Qawal, una donna yazida, era stata uccisa durante l’operazione per disperdere i manifestanti.

IMPUNITÀ IN IRAQ

In risposta alle accuse di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e di crimini di guerra compiuti dalle forze irachene e dalle milizie filogovernative, come tortura, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate, le autorità irachene hanno istituito comitati incaricati di esaminare le prove e avviare opportune indagini. Questi comitati hanno puntualmente evitato di rendere pubblico qualsiasi riscontro ottenuto durante le loro indagini, oltre che di comunicare i loro risultati alle Ngo internazionali o irachene. A oltre un anno dall’episodio in cui 643 uomini e ragazzi di Saqlawiya, nel governatorato di Anbar, erano stati rapiti e sottoposti a sparizione forzata da parte di miliziani delle Pmu, il comitato istituito dall’ufficio del primo ministro il 5 giugno 2016 non aveva ancora provveduto a rendere pubblici i suoi risultati.

Il 21 settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità una risoluzione che si proponeva di assicurare l’accertamento delle responsabilità per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani commessi dall’Is. Tuttavia, la risoluzione non faceva riferimento alla questione altrettanto cruciale dell’accertamento delle responsabilità per i crimini compiuti dalle forze irachene, dalle milizie paramilitari, come le Pmu, dalla coalizione guidata degli Usa e da altre forze responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale, compresi crimini di guerra, compiute durante il conflitto.

PENA DI MORTE IN IRAQ

L’Iraq è rimasto uno dei paesi con il maggior numero di esecuzioni al mondo. Decine di persone sono state messe a morte per impiccagione, dopo essere state condannate al termine di processi iniqui. La pena di morte ha continuato a essere applicata come strumento di vendetta, in risposta all’indignazione suscitata nell’opinione pubblica dagli attacchi rivendicati dall’Is. A gennaio, decine di uomini sono stati impiccati per il loro presunto ruolo nell’uccisione di 1.700 cadetti sciiti presso il campo militare Speicher, vicino a Tikrit, risalente al 2014. Gli uomini, le cui “confessioni” erano state estorte sotto tortura, erano stati giudicati colpevoli al termine di processi profondamente viziati, celebrati in maniera frettolosa. Queste esecuzioni di massa facevano seguito a un’analoga esecuzione collettiva effettuata ad agosto 2016, sempre in relazione al massacro di Speicher. Il 25 settembre, decine di uomini sono stati messi a morte per accuse di “terrorismo”. Questa esecuzione di massa è stata effettuata 11 giorni dopo un attentato suicida compiuto dall’Is a Nasiriya il 14 settembre, in cui erano morte almeno 84 persone.

 

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