Rapporto 2019 su Europa orientale e Asia centrale: moltitudini in piazza, repressione sempre forte - Amnesty International Italia

Rapporto 2019 su Europa orientale e Asia centrale: moltitudini in piazza, repressione sempre forte

20 Aprile 2020

Tempo di lettura stimato: 4'

Questa è l’ultima di sei panoramiche regionali sulla situazione dei diritti umani nel 2019, realizzate dal Segretariato Internazionale di Amnesty International. Le precedenti hanno riguardato le regioni Asia e Pacifico, Medio Oriente e Africa del Nord, Americhe, Africa Subsahariana ed Europa. Le panoramiche saranno tradotte e pubblicate da Amnesty International Italia nel suo Rapporto 2019-2020.

Russia e Cina, attori chiave politici ed economici globali, hanno cercato anche e soprattutto in Europa orientale e Asia centrale, di compromettere il sistema internazionale di protezione dei diritti umani. Molti governo delle due regioni hanno lanciato intensi attacchi ai diritti di manifestazione e di associazione pacifica e alla libertà d’espressione; rifugiati sono stati abbandonati o respinti verso destinazioni dove hanno subito violazioni dei diritti umani; i diritti economici e sociali sono stati pressoché ovunque disattesi; le donne, i gruppi etnici e altre minoranze e categorie marginalizzate hanno continuato a subire discriminazione.

Nonostante ciò, e spesso a grande prezzo personale, persone comuni in entrambe le regioni sono scese in strada per chiedere il rispetto dei diritti umani e migliori e più dignitose condizioni di vita.

Soprattutto le donne, i movimenti ambientalisti e quelli anti-corruzione hanno dato vita a proteste e azioni di massa di dimensioni superiori agli anni precedenti.

Migliaia di persone sono scese in strada a Tbilisi, la capitale della Georgia , per protestare contro le mancate riforme promesse dalle autorità. Lo stesso è accaduto in Azerbaigian, dove hanno manifestato moltissime donne per chiedere misure efficaci contro la violenza domestica. In entrambi i paesi la risposta delle forze di polizia è stata estremamente dura.

In Moldova, anni di tenaci preparativi e tentativi hanno finalmente dato luogo alla più grande marcia della comunità Lgbti, efficacemente protetta dalle forze di polizia. Analogamente, in Ucraina il più affollato Pride mai visto nella capitale Kiev non è stato solo un atto di coraggio di pochi ma una grande manifestazione popolare, anche in questo caso tutelata dalla presenza della polizia. Le elezioni tenute in entrambi i paesi hanno dato vita a una pacifica transizione di potere.

In Russia non si vedevano così tanti manifestanti da anni. Hanno protestato non solo contro la manipolazione del processo elettorale nella capitale Mosca ma anche contro un sistema giudiziario che prende di mira i dissidenti, la crescente censura online, la corruzione e dannose pratiche contro l’ambiente.

In Kazakistan tantissime persone hanno protestato contro le elezioni-farsa che hanno legittimato la transizione presidenziale da Nursultan Nazarbaev a Kassym-Jomart Tokayev, col primo che ha mantenuto tutti i poteri.

In Uzbekistan, dove non si vedevano proteste di massa dal 2005, anno del massacro di Andijan, i progetti di ristrutturazione urbana nella capitale Tashkent e in altre città hanno spinto a organizzare proteste di massa contro la demolizione di centinaia di abitazioni, eseguite senza notifica tempestiva, messa a disposizione di alloggi alternativi o fornitura di risarcimenti adeguati.