Raqqa, un anno dopo: lo schiaffo della Coalizione a guida Usa

Raqqa, un anno dopo: lo schiaffo della Coalizione a guida Usa che nega le proprie responsabilità

15 ottobre 2018

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Il continuo negare e l’assenza di indagini adeguate da parte della Coalizione a guida Usa sulla scioccante dimensione delle vittime civili e delle distruzioni provocate a Raqqa costituiscono uno schiaffo in faccia ai sopravvissuti che cercano di ricostruire le loro vite e la loro città.

Questo è il bilancio che tracciamo un anno dopo la fine dell’offensiva militare per cacciare dalla città siriana il gruppo armato denominatosi Stato islamico.

Il 17 ottobre 2017, dopo una feroce battaglia durata quattro mesi, le Forze democratiche siriane – partner a maggioranza curda della Coalizione – annunciarono la vittoria nei confronti dello Stato islamico, che aveva usato gli abitanti di Raqqa come scudi umani e commesso altri crimini di guerra.

Il prezzo della vittoria fu terribile: quasi l’80 per cento della città distrutto e molte centinaia di civili uccisi, la maggior parte dei quali dai bombardamenti della Coalizione.

In una lettera inviata ad Amnesty International il 10 settembre 2018, il dipartimento della Difesa Usa – le cui forze lanciarono la maggior parte degli attacchi aerei e con l’artiglieria contro Raqqa – ha scritto chiaramente che non accetta alcuna responsabilità per le vittime civili. La Coalizione non intende risarcire i sopravvissuti e i parenti dei civili uccisi e rifiuta di fornire ulteriori informazioni sulle circostanze degli attacchi che hanno fatto morti e feriti tra la popolazione civile.

Prima del rapporto “Guerra di annichilimento: devastanti perdite di vite umane a Raqqa, Siria” che abbiamo pubblicato nel giugno 2018, la Coalizione aveva ammesso di aver causato solo 23 vittime civili.

Incredibilmente, un anno dopo, il ministro della Difesa del Regno Unito si ostina a difendere un’improbabilità statistica, ossia che gli attacchi aerei britannici non abbiano prodotto alcuna vittima civile.

Dopo una serie di arroganti dinieghi da parte di funzionari dell’esercito ed esponenti politici, alla fine del giugno 2018 la Coalizione è arrivata a riconoscere di aver causato altre 77 vittime civili, ossia quelle da noi individuate nel report.

Nonostante abbia ammesso le proprie responsabilità in questi casi – oltre il triplo rispetto a quanto dichiarato in precedenza – la Coalizione continua a negare informazioni sulle circostanze in cui questi civili sono stati uccisi.

“Il fatto che il Pentagono neanche sembri intenzionato a offrire le proprie scuse per le centinaia di vittime della sua ‘guerra di annichilimento’ contro Raqqa è veramente inquietante e rappresenta un insulto alle famiglie che hanno perso i loro cari a causa dei catastrofici attacchi della Coalizione". Kumi Naidoo

In quella che ha chiamato la sua “risposta conclusiva” ad Amnesty International, il Pentagono ha dichiarato di non sentirsi obbligato a rispondere a ulteriori domande sulle circostanze e sulle ragioni degli attacchi che hanno ucciso e ferito così tanti civili.

Dichiarazioni false

Il dipartimento della Difesa Usa ha inoltre falsamente sostenuto che i nostri ricercatori nonché i nostri esperti militari e legali non conoscano il diritto internazionale umanitario, ossia le leggi di guerra e che l’organizzazione per i diritti umani abbia parlato di violazioni solo quando ci sono state vittime civili.

Presentando così le cose, il Pentagono ha ignorato le prove che, nei casi da noi documentati, nei luoghi colpiti dagli attacchi aerei che provocarono tanti morti e feriti tra i civili non vi era presenza di uomini dello Stato islamico. Questo elemento fondamentale ci ha portato a concludere che si sia trattato di violazioni del diritto internazionale umanitario.

“La questione centrale sollevata dalle nostre ricerche è questa: la Coalizione prese le precauzioni necessarie per ridurre al minimo ogni potenziale danno ai civili, come richiedono le leggi di guerra? Anche se la Coalizione rifiuta di rispondere, le prove ci dicono che non lo ha fatto”, ha sottolineato Naidoo.

“Per proteggere le popolazioni civili non bastano gli impegni e le belle parole. Occorrono indagini sulle vittime civili, trasparenza e disponibilità ad apprendere la lezione e a modificare quelle procedure che non hanno minimizzato i danni ai civili. Occorre infine riconoscere l’effettiva entità dei danni causati ai civili e fare in modo che le vittime sappiano chi sono stati i responsabili e ottengano giustizia e riparazione”, ha proseguito Naidoo.

Stiamo continuando a raccogliere ulteriori prove di vittime civili nella città, anche attraverso quattro missioni di ricerca sul campo – l’ultima delle quali appena la settimana scorsa -, le valutazioni di esperti militari e l’approfondita analisi di immagini satellitari.

Di recente, abbiamo scoperto prove di casi, in precedenza non documentati, in cui attacchi della Coalizione hanno ucciso civili senza che nelle vicinanze fossero presenti uomini dello Stato islamico. Le nuove prove riguardano, tra l’altro, 20 civili delle famiglie Merbad e al-Tasfi uccisi in attacchi aerei a giugno e a settembre del 2017.

Abbiamo compiuto ulteriori ricerche sull’ultimo di una serie di attacchi della Coalizione in cui rimasero uccisi 39 membri della famiglia Badran e altri 10 civili.

La Coalizione aveva ammesso le proprie responsabilità per 44 di queste vittime, definendo “non credibili” le accuse relative alle altre cinque.

Siamo ora in grado di confermare che l’attacco del 10 settembre 2017 uccise altri due membri della famiglia Badran e altri tre civili, compreso un uomo di 70 anni che era l’ex procuratore generale di Raqqa.