Reato di tortura, la prima condanna per un agente di polizia - Amnesty International Italia

Reato di tortura, la prima condanna per un agente di polizia

18 Gennaio 2021

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Un agente in servizio presso il carcere di Ferrara è stato condannato per tortura aggravata in quanto commessa da un pubblico ufficiale. Dopo l’introduzione del reato di tortura nel codice penale ci sono state alcune condanne per tortura “ordinaria”, fra privati, e c’è stata la condanna di tre persone per maltrattamenti inflitti ai migranti quando erano detenuti in Libia. Di tortura sono accusati i protagonisti di vicende avvenute in diverse altre carceri italiane, ma i procedimenti sono ancora in corso. È questa, dunque, una prima volta.

Per molti anni, negare l’esistenza della tortura nel nostro paese  – e dunque non prevederla come reato – è servito a non punirla. Dopo i fatti di Genova del 2001, ma anche in altre occasioni, i giudici hanno accertato i fatti e hanno scritto che si trattava di tortura. In mancanza di un reato specifico, hanno incriminato i responsabili per reati generici, punibili con pene lievi. Quei reati sono andati in prescrizione e i responsabili (quelli che è stato possibile identificare) non sono stati puniti. Per questo motivo, per l’impunità, oltre che per le torture in sé, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e, dovendo eseguirne le sentenze, ha finalmente introdotto il reato di tortura.

Amnesty International Italia ha sostenuto che l’introduzione di quel reato costituisse un passo in avanti, un contributo a porre fine alla rimozione della tortura, pur riconoscendo i limiti  della sua definizione. Si faceva affidamento, del resto, sul fatto che i giudici avrebbero potuto correggere alcuni difetti di questa, interpretando la norma in maniera conforme al diritto internazionale.

Ebbene, il quadro che si va delineando sembra darci ragione. Pronunciandosi, qualche tempo fa, su uno dei casi di tortura “ordinaria”, la Corte di Cassazione ha neutralizzato i punti più critici della legge richiamando la giurisprudenza di Strasburgo. Ora, la prima condanna di un pubblico ufficiale dimostra che contro gli abusi di potere si può fare affidamento sulla legge e sui giudici. Si può chiamare la tortura con il suo nome anche in sede giudiziaria, senza doversi nascondere dietro gli eufemismi. La ricerca di verità e giustizia continuerà a incontrare ostacoli maggiori quando di mezzo c’è l’apparato dello Stato, ma il reato di tortura si sta rivelando uno strumento utile, per quanto imperfetto, nell’affrontare quegli ostacoli. Un passo avanti importante nel cammino dei diritti umani, che Amnesty International Italia ha contribuito a compiere.