Repubblica democratica del Congo: impennata di violazioni

5 Maggio 2026

Foto di Brent Stirton/Getty Images

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La popolazione civile dell’est della Repubblica democratica del Congo (RdC) sta subendo un’impennata di violazioni dei diritti umani ad opera delle Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces – Adf), un gruppo legato allo Stato islamico, che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È quanto ha dichiarato oggi da Amnesty International in un nuovo rapporto, intitolato “’Non avevo mai visto così tanti cadaveri’: crimini di guerra delle Forze democratiche alleate nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo”, che documenta gli attacchi violenti dell’Adf contro la popolazione civile, rapimenti, lavoro forzato, reclutamento e utilizzo di minor e crimini contro donne e ragazze, come matrimoni forzati, gravidanze forzate e varie altre forme di violenza sessuale.

Gli attacchi dell’Adf si verificano in vaste aree dell’est della RdC, dove anche il gruppo armato Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, è responsabile di attacchi su larga scala contro la popolazione civile. Poiché, dall’inizio del 2025, l’attenzione nazionale e internazionale si è concentrata soprattutto sull’avanzata dell’M23, l’Adf ha approfittato del ridispiegamento delle truppe e dell’attenzione rivolta altrove.

Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato:

“La popolazione civile dell’est della RdC ha subito brutalità massicce per mano dell’Adf. Persone sono state uccise, rapite e torturate in una campagna disumanizzante di violenze. I combattenti dell’Adf hanno fatto irruzione in comunità e fattorie, attaccato strutture sanitarie e saccheggiato e incendiato abitazioni. La violenza dell’Adf sta contribuendo ad aggravare la crisi umanitaria. Questi attacchi hanno aumentato gli sfollamenti e compromesso servizi essenziali, compreso l’accesso al cibo, all’assistenza sanitaria e all’istruzione”.

“I continui attacchi dell’Adf evidenziano quanto siano gravi l’insicurezza e le crisi sovrapposte nell’est della RdC e sottolineano l’urgenza che il governo e la comunità internazionale intensifichino gli sforzi per proteggere la popolazione civile e assicurare alla giustizia i responsabili”.

“Queste violazioni costituiscono crimini di guerra che il mondo non può continuare a ignorare. In quanto parte di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile, equivalgono anche a crimini contro l’umanità”.

Amnesty International ha svolto la propria ricerca nella provincia del Nord Kivu, nel novembre 2025. In totale, sono state intervistate 71 persone, tra cui 61 colloqui in presenza con testimoni diretti e persone sopravvissute agli attacchi, membri della società civile, funzionari militari e di polizia e operatori umanitari, anche delle Nazioni Unite.

Le Forze armate della Repubblica democratica del Congo (FaRdC), l’esercito regolare, combattono da anni contro l’Adf, con un certo sostegno della Monusco, la missione delle Nazioni Unite. Nel novembre 2021, le FaRdC e le Forze di difesa del popolo ugandese (Fdpu) hanno avviato un’operazione militare congiunta per contrastare l’Adf.

“Sparavano a qualsiasi cosa si muovesse”

Amnesty International ha documentato otto attacchi dell’Adf nelle province dell’Ituri e del Nord Kivu, sette dei quali nel 2025 e uno nel 2024. Testimoni hanno riferito che i responsabili della sicurezza, comprese le truppe delle FaRdC presenti nelle basi vicine, non sempre sono intervenuti o sono arrivati troppo tardi sul luogo degli attacchi.

Sebbene l’Adf attacchi anche le forze di sicurezza, negli ultimi anni il suo obiettivo principale è stato la popolazione civile. I combattenti prendono deliberatamente di mira i civili non solo per rubare cibo, medicinali e altri beni essenziali, ma anche come ritorsione per le operazioni militari.

L’8 settembre 2025, nel villaggio di Ntoyo, combattenti dell’Adf si sono travestiti da civili e si sono mescolati alle persone che partecipavano a una veglia funebre, prima di attaccarle all’improvviso. La strage, compiuta con martelli, asce, machete e armi da fuoco, ha causato oltre 60 morti, in assenza delle forze di sicurezza.

Un testimone ha raccontato di aver visto i combattenti uccidere sua sorella con un’ascia. Un’altra testimone ha descritto come i combattenti siano entrati nella sua casa e abbiano rapito le sue quattro figlie. Una terza persona ha trovato i corpi dei suoi genitori la mattina successiva: il padre era stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco, la madre era stata colpita con un martello. Ha raccontato:

“Non avevo mai visto così tanti cadaveri”.

Il 12 luglio 2025, l’Adf ha ucciso otto persone durante un’incursione a Otmaber, nel territorio di Irumu, nell’Ituri. Una donna ha raccontato ad Amnesty International che i combattenti hanno sparato a lei, a suo marito e al loro figlio di sette anni. Ha dichiarato:

“Dopo averci sparato, hanno iniziato a incendiare le case… Io e mio figlio siamo strisciati lentamente fino a una casa che non era stata bruciata e abbiamo passato lì la notte… I militari non sono arrivati neanche la mattina successiva. Ognuno ha dovuto cavarsela da solo”.

Il gruppo ha inoltre attaccato ripetutamente strutture sanitarie e saccheggiato forniture mediche. Nel novembre 2025, nel villaggio di Byambwe, è stato preso di mira un centro sanitario. Almeno 17 civili sono stati uccisi e quattro reparti sono stati incendiati. Una persona anziana, riuscita a fuggire strisciando fuori dalla struttura, ha raccontato:

“Non ci si poteva alzare in piedi; sparavano a qualsiasi cosa si muovesse”.

Diversi testimoni degli attacchi hanno riferito di soffrire di flashback e incubi. Una donna è sopravvissuta dopo essere stata colpita alla testa con un machete, mentre suo figlio è stato ucciso quando la loro casa è stata incendiata durante un attacco nell’agosto 2025. Ha raccontato:

“Sono stata consumata dalla paura”.

Un’altra donna sopravvissuta allo stesso attacco ha dichiarato:

“Che cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo? Quanto ancora dovremo affrontare queste sofferenze prima che tutto finisca?”

Foto di Seros Muyisa / AFP

Rapimenti e presa di ostaggi

Amnesty International ha documentato 46 casi di rapimento, in sette casi a scopo di riscatto. Le persone rapite hanno subito ulteriori violazioni e crimini, tra cui lavoro forzato, torture, schiavitù sessuale e uccisioni illegali.

Gli ostaggi e le altre persone rapite venivano spesso costretti a trasportare carichi e a fare da guida per l’Adf. I combattenti fornivano loro pochissimo cibo, li obbligavano a camminare per giorni e a portare pesi molto gravosi, sottoponendoli contemporaneamente a insulti e pestaggi. Chi mostrava segni di sfinimento veniva spesso ucciso.

Le persone rapite venivano spostate tra campi situati nel cuore della foresta. Chi rimaneva prigioniero più a lungo era costretto a svolgere vari compiti, sotto la minaccia di essere ucciso: procurare cibo e acqua, cucinare, raccogliere informazioni, recuperare consegne, lavorare nelle miniere e svolgere diversi compiti durante gli attacchi.

Una donna riuscita a fuggire dalla prigionia alla fine del 2024, dopo oltre due anni di detenzione, ha raccontato ad Amnesty International:

“Ci insegnavano a uccidere con le armi e con le lame… Nella boscaglia dovevi fare ciò che ti veniva ordinato. Non potevi permetterti di essere debole”.

Foto di Brent Stirton/Getty Images

Reclutamento e utilizzo di minori

L’Adf è inserito dalle Nazioni Unite tra i gruppi maggiormente responsabili del reclutamento e dell’utilizzo di minori nella RdC. Il gruppo sfrutta i minori in diversi ruoli, come combattenti e addetti al trasporto di carichi, alla preparazione dei pasti e all’avvistamento. Molte persone precedentemente rapite e diversi testimoni hanno raccontato di aver visto bambini anche di appena 10 anni partecipare agli attacchi del gruppo.

Amnesty International ha intervistato due minori precedentemente rapiti, oltre a tre persone giovani, catturate quando erano bambine. Al momento del rapimento, le persone intervistate avevano tra i 13 e i 17 anni.

Un giovane uomo, rapito quando aveva meno di 15 anni e rimasto in prigionia per circa due anni, ha raccontato:

“Mi hanno messo in un gruppo incaricato di cercare cibo… Ci insegnavano l’Islam… Quando era il momento della preghiera, pregavo con loro. Se mi fossi rifiutato, avrebbero potuto uccidermi”.

Una ragazza, rapita quando aveva meno di 15 anni, ha dichiarato:

“Hanno iniziato a insegnarci l’arabo perché erano musulmani. Dopo le lezioni di arabo ci addestravano a combattere. Finito l’addestramento, abbiamo iniziato a partecipare ad alcuni attacchi”.

Sottoposti a numerose violenze, tra cui torture e maltrattamenti, questi minori devono essere considerati prima di tutto vittime. Devono inoltre beneficiare di ulteriori tutele in quanto sopravvissuti alla tratta, poiché non potevano legalmente acconsentire al proprio sfruttamento.

Violenza contro donne e ragazze

Amnesty International ha intervistato cinque donne e due ragazze rapite dall’Adf e costrette a “sposarsi”. I testimoni hanno riferito che le relazioni “extraconiugali” non erano consentite; tuttavia, diverse persone intervistate hanno menzionato episodi di violenza sessuale commessi dai combattenti dell’Adf contro donne e ragazze al di fuori di questi “matrimoni”.

Le interviste testimoniano che l’Adf assegnava le “mogli” ai combattenti – talvolta più di una – come incentivo al reclutamento e che nei campi del gruppo armato questa pratica era sistematica. Donne e ragazze venivano sottoposte a lunghi periodi di violenza sessuale e fisica.

© Amnesty International

Donne e ragazze hanno inoltre raccontato di essere state costrette a convertirsi all’Islam e indottrinate secondo la versione della religione imposta dal gruppo. Hanno riferito che istruttrici e responsabili dei campi dicevano esplicitamente che dovevano accettare di ricevere un “marito” oppure sarebbero state uccise; diverse di loro sono state costrette ad assistere all’uccisione di altre persone che avevano rifiutato gli ordini.

Una giovane donna, rapita quando era adolescente, ha raccontato uno scambio avuto con il capo del campo:

“Ho detto che ero ancora giovane. Mi ha chiesto quanti anni avessi e ho risposto 16. Mi ha detto: ‘È abbastanza; qui diamo un marito anche a ragazze di 12 anni. O accetti un marito oppure ti uccidiamo’”.

Ha inoltre descritto i ripetuti maltrattamenti inflitti da suo “marito”, che la minacciava dicendo che sarebbe stata “sgozzata” se avesse tentato di fuggire.

Sei delle sette donne e ragazze prese come “mogli” hanno raccontato di essere rimaste incinte a causa di questi matrimoni forzati. Quando queste donne e ragazze sono riuscite a fuggire dalla schiavitù sessuale e dal lavoro domestico forzato, hanno dovuto affrontare sospetti e stigma. Una donna ha raccontato che le pressioni dei familiari del marito affinché uccidesse i suoi due figli, nati nella boscaglia, l’hanno quasi portata a togliersi la vita.

Diverse persone intervistate hanno riferito di dover far fronte a gravi difficoltà economiche dopo l’uscita dal gruppo e di avere difficoltà ad accedere ai servizi sanitari e a cure specialistiche.

Raccomandazioni

Le autorità della RdC devono fare di più per proteggere la popolazione civile, anche collaborando con le Nazioni Unite e con le comunità locali, per migliorare i meccanismi di allerta precoce e consentire una risposta rapida prima degli attacchi. È necessario un approccio globale alla sicurezza, alla giustizia e all’accertamento delle responsabilità, insieme a programmi efficaci di reintegrazione, per rispondere ai bisogni delle comunità e delle persone sopravvissute.

“Le persone sopravvissute ci hanno riferito che la pace e la sicurezza devono essere ripristinate con urgenza nella Rdc orientale affinché possano ricostruire le proprie vite”, ha dichiarato Agnès Callamard.

“Il governo congolese deve intraprendere azioni molto più incisive per garantire la protezione dei civili. La comunità internazionale deve sostenere con fermezza gli sforzi del stato congolese per proteggere la popolazione civile, garantendo giustizia e fornendo un aiuto duraturo e sostenibile a vittime e persone sopravvissute. L’indifferenza della politica internazionale e dei donatori nei confronti della vasta minaccia e dei crimini dell’Adf non farà che continuare a minare la sicurezza e i diritti umani nella Rdc orientale”, ha concluso Callamard.

Ulteriori informazioni

L’Adf ha avuto origine negli anni Novanta in Uganda, attraverso la fusione di una serie di gruppi di opposizione, prima di rifugiarsi nello Zaire (oggi Rdc). Nel 2019, lo Stato islamico ha riconosciuto ufficialmente il giuramento di fedeltà da parte dell’Adf e il gruppo armato è diventato infine la Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico.