Richiedenti asilo nei container presso la frontiera: il nuovo piano ungherese

10 febbraio 2017

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L’annuncio del governo ungherese che tratterrà tutti i richiedenti asilo in container situati in cosiddette “zone di transito” nei pressi della frontiera con la Serbia, in attesa dell’esame della domanda d’asilo, rappresenta un nuovo preoccupante gesto di demonizzazione nei confronti di persone già particolarmente vulnerabili.

Il governo sottoporrà il provvedimento al parlamento, che lo esaminerà e lo voterà entro poche settimane. Se diventerà legge, sarà un’evidente violazione delle norme dell’Unione europea e della Convenzione sullo status di rifugiato.

“Rastrellare tutti gli uomini, tutte le donne e tutti i bambini richiedenti asilo e porli per mesi in detenzione all’interno di container in appositi campi è un altro salto all’indietro”, ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice per l’Europa di Amnesty International.

La proposta del governo prevede che i richiedenti asilo dovranno rimanere nei container anche durante la procedura d’appello in caso di diniego dell’asilo in primo grado, collegandosi in video-conferenza con l’aula del tribunale.

Attualmente, i richiedenti asilo possono essere detenuti nelle “zone di transito” lungo il confine tra Ungheria e Serbia per un massimo di quattro settimane, trascorse le quali possono entrare nel paese.

“Modificando le leggi per trattenere i richiedenti asilo, il governo ungherese infliggerà ai richiedenti asilo un ulteriore inutile trauma, che andrà ad aggiungersi alla sofferenza già provata durante il viaggio. La detenzione dovrebbe essere la misura estrema, sempre basata su criteri di ragionevolezza, necessità e proporzionalità, e non la reazione immediata”, ha aggiunto van Gulik.

“Questa è un’ulteriore prova che l’Unione europea deve assumere un atteggiamento fermo di fronte alle violazioni delle norme europee e del diritto internazionale da parte dell’Ungheria”, ha concluso van Gulik.

L’accesso alle “zone di transito”, ha fatto notare infine Amnesty International, è già gravemente limitato alle organizzazioni non governative e agli osservatori sui diritti umani.