40 lunghi anni di diaspora dei rifugiati afghani | Amnesty Italia

Minacciati, deportati, demonizzati: 40 lunghi anni di diaspora dei rifugiati afghani

9 luglio 2019

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Quarant’anni fa, gli afghani iniziarono a fuggire dal loro paese cercando riparo oltre i confini. Più di 400.000 persone sono fuggite dalle violenze del governo comunista guidato da Taraki e Amin, arrivando in Pakistan.

I numeri sono progressivamente aumentati dopo l’invasione sovietica della vigilia di Natale del 1979. Alla fine del 1980, erano più di quattro milioni i rifugiati afghani in Pakistan. Nel corso dei successivi quattro anni, questo numero è ulteriormente cresciuto arrivando a oltre cinque milioni tra Pakistan e Iran.

Gli afghani rappresentano una delle popolazioni di rifugiati più numerosa al mondo. Negli ultimi quarant’anni, molti sono stati costretti a lasciare le loro case per non vederle mai più. Alcuni sono riusciti a rientrare per un po’ nel paese, ma le loro vite sono state sconvolte da una nuova escalation di conflitti e violenze. Alcuni sono finiti per essere dislocati altrove nel paese, o sono diventati nuovamente rifugiati.

Ci sono campi profughi dove hanno vissuto più generazioni. Queste persone hanno fatto parte a lungo del tessuto locale della società, eppure sono state private​ dei loro diritti, demonizzate e costantemente minacciate di essere deportate.

Alcuni viaggi si sono conclusi negli Stati Uniti ’e in Europa, dove gli afgani hanno finalmente trovato la pace e la dignità che per così tanto tempo agognate. Altri sono stati meno fortunati e hanno subito il rimpatrio forzato in un paese che ora è più pericoloso di quando lo hanno lasciato, o languiscono reclusi in condizioni disumane.

Al momento ci sono più di 2,6 milioni di rifugiati afghani nel mondo – più di uno su dieci sul totale dei rifugiati, il numero più alto dopo quelli siriani. Ce ne sono molti altri che non sono stati registrati o la cui richiesta di asilo è in fase di esame. A questi si aggiungono più di due milioni di sfollati interni a causa del conflitto in corso nel paese.

Nel 2018, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha documentato il numero più alto di civili uccisi mai registrato, che include il numero più alto mai registrato di bambini uccisi nel conflitto. Nel paese ci sono state quasi 11.000 vittime, di cui 3.804 morti e 7.189 feriti. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari nel 2018 gli sfollati interni a causa del conflitto erano più di 360.000.

In un rapporto pubblicato nel giugno 2019, l’Istituto per la pace e gli affari economici ha dichiarato che l’Afghanistan è il paese “meno pacifico” al mondo, prendendo il posto della Siria in questo triste primato.

Nonostante le condizioni di costante pericolo, la comunità internazionale continua a mostrare indifferenza nei confronti dei rifugiati e richiedenti asilo afghani che in gran numero sono stati rinviati forzatamente dall’Europa, dall’Iran e dal Pakistan. Stessa indifferenza mostrata nei confronti dei rifugiati sottoposti a condizioni crudeli nei campi di detenzione australiani sull’isola di Manus e Nauru.

I rinvii forzati dall’Europa, dal Pakistan e dall’Iran aumentano l’instabilità in Afghanistan, ne è convinto Chaloka Beyani, Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani delle persone sfollate. “Queste persone non possono essere riassorbite nella vita economica e sociale afghana. Il governo lo dice chiaramente: ‘Guarda, non ne abbiamo le possibilità’”, aveva ammonito già nel 2016.

Europa

Pochi giorni prima della Giornata internazionale del rifugiato 2019, Taibeh Abbasi, una studentessa che vive a Trondheim, in Norvegia, e i suoi due fratelli hanno rischiato di essere espulsi velo l’ Afghanistan, un paese che non hanno mai conosciuto. La famiglia di Taibeh è fuggita dall’Afghanistan al tempo dell’invasione sovietica e Taibeh è nata in Iran, dove la sua famiglia si era stabilita e dove ha subito discriminazioni.

Per questo sono fuggiti in Norvegia, dove Taibeh è cresciuta , ha studiato, ha trovato i suoi amici e sognava di diventare un medico. Un sogno interrotto due anni fa, quando la famiglia di Taibeh ha ricevuto una lettera dalle autorità norvegesi, informandoli che potevano essere espulsi.

Uno shock per gli amici di Taibeh, che hanno messo in piedi la campagna #AbbasiStays “L’Afghanistan non è un paese sicuro, e Taibeh non c’è neanche mai stata. Grazie a concerti e manifestazioni ci siamo fatti sentire. Alla nostra campagna hanno aderito persone da tutta Trondheim”, ha scritto Ingierd Jepsen Vegge, la migliore amica di Taibeh.

È una questione di principio, che ci permette di gettare una luce sulle politiche disfunzionali della Norvegia. Siamo stati al fianco di Taibeh e della sua famiglia per tutto questo calvario, ma ci sono tante altre storie come la sua che restano sconosciute. Le misure decise dal governo sono tristi, frustranti e deludenti.

Taibeh e i fratelli sono stati espulsi ma poi sono stati riportati indietro in Norvegia, dove sperano sia loro concesso di restare.

Negli ultimi anni, oltre alla Norvegia, anche l’Olanda, la Svezia, il Regno Unito, la Germania, l’Austria, la Finlandia e la Turchia hanno rimpatriato forzatamente decine di migliaia di afghani le cui richieste di asilo erano state respinte. I rimpatri forzati sono una chiara violazione del principio del non-respingimento: il diritto a non essere rispedito in un paese in cui si è a rischio di gravi violazioni dei diritti umani e abusi. 

Secondo le statistiche ufficiali dell’Unione europea, tra il 2015 e il 2016, il numero di afghani rispediti in Afghanistan dai paesi europei è quasi triplicato: da 3.290 a 9.460. Il numero di rinvii coincide con il drastico calo delle richieste d’asilo accolte che sono passate dal 68 per cento del settembre 2015 al 33 per cento del dicembre 2016.

Tra le persone rinviate forzatamente ci sono anche minori non accompagnati, ragazzi che sono cresciuti in Europa e persone che non avevano mai vissuto in Afghanistan. The people returned have included those who have been injured, committed suicide, killed in bomb attacks, or left to live in constant fear.

I governi europei sanno bene che l’Afghanistan non è un paese sicuro e lo hanno riconosciuto anche in occasione dell’accordo per il rimpatrio dei richiedenti asilo afghani.

In un documento riservato, le agenzie dell’Unione europea hanno ammesso che i “livelli di sicurezza e le minacce cui sono esposte le persone in Afghanistan stanno peggiorando, così come sono ormai da record i livelli di attacchi terroristici e il numero di vittime civili”. Tuttavia, hanno crudelmente ribadito che “nel prossimo futuro potrebbe esistere la necessità che più di 80.000 persone siano rimpatriate”.

Vi sono prove credibili del fatto che questa “necessità” sia una forma di pressione sul governo afghano. Ekil Hakimi, ministro delle finanze dell’Afghanistan, ha dichiarato al parlamento: “Se l’Afghanistan non coopera con i paesi dell’Unione europea sulla crisi dei rifugiati, ciò avrà un impatto negativo sull’ammontare degli aiuti assegnati all’Afghanistan”.

La Turchia è il paese che ha effettuato il maggior numero di rinvii forzati, con decine di migliaia di afghani detenuti e rimandati indietro negli ultimi due anni.

Pakistan

Il Pakistan attualmente ospita oltre 1,5 milioni di rifugiati afghani registrati e un altro milione sono quelli non registrati. Cominciarono ad arrivare nel 1979, nei mesi che precedettero l’invasione sovietica dell’Afghanistan. 

Il picco è stato di più di quattro milioni di rifugiati afghani in Pakistan. Negli ultimi anni, questi numeri sono drasticamente crollati dal momento che il governo pakistano ha costretto gli afghani a tornare nel proprio paese, spesso sfruttando la loro presenza come strumento politico nelle controversie con il governo afghano.

Durante la permanenza in Pakistan, i rifugiati afghani sono stati autorizzati a muoversi liberamente, ma gli sono stati riconosciuti pochi altri diritti. Il Pakistan non è un paese firmatario della Convenzione sui rifugiati del 1951. Di conseguenza, i rifugiati non hanno potuto accedere all’istruzione scolastica, non hanno potuto aprire un conto in banca, lavorare, acquistare proprietà ed è stato negato loro persino l’accesso all’assistenza sanitaria.

After the December 2014 massacre of more than 100 schoolchildren in Peshawar, the Pakistani authorities began cracking down on refugee camps. Long subject to routine harassment, including the solicitation of bribes, the refugees were made a focus for reprisals after the armed group that attacked the school was traced to Afghanistan.

Solo nel 2016, quasi 365.000 rifugiati sono stati rimpatriati forzatamente in Afghanistan dal Pakistan, in quella che Human Rights Watch ha descritto come “Il più grande rinvio forzato illegale al mondo di rifugiati negli ultimi tempi”. Una delle persone espulse  era Sharbat Gula, l’iconica “ragazza afghana” la cui foto venne pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic nel giugno 1985. Per decenni, gli occhi verdi fiammanti di Sharbat Gula sono serviti a ricordare la difficile condizione dei rifugiati afghani e lo stato del Pakistan come ospite della popolazione di rifugiati più grande al mondo.   

Several times, Pakistan has imposed arbitrarily and unfeasible deadlines. Each time, an extension has been granted reluctantly. Last year, Prime Minister Imran Khan announced that Afghan refugees would finally be granted citizenship, ending their decades in legal limbo. For those born in Pakistan, the Nationality Act entitles them to citizenship – but they have never been granted this right on the spurious grounds that their parents were refugees. But the move was swiftly reversed, and the current “Proof of Registration” cards have been extended to June 2020.

Iran

Dopo il Pakistan, l’Iran è il secondo paese al mondo per numero di rifugiati afghani. Negli ultimi anni anche da questo paese ha avuto origine un grande numero di rinvii forzati. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ci sono da 1,5 a 2 milioni di rifugiati afghani “senza documenti” in Iran – molti dei quali vivono lì da quarant’anni.  Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni  (Oim) l’anno scorso 770.000 di loro sono tornati in Afghanistan. Nel 2017 462.000 persone sono tornate in Afghanistan dall’Iran.

La ragione principale di questa impressionante crescita, secondo l’Oim, è da ricondursi alle “recenti tensioni politiche ed economiche in Iran” e al fatto che la maggior parte degli afghani è impiegata in settori informali dell’economia iraniana. 

L’effetto delle sanzioni Usa sull’Iran sta avendo conseguenze sugli afghani che cercano di guadagnarsi da vivere lì. L’Oim si aspetta che nel 2019 ci saranno più di 570.000 rimpatri dall’Iran, una situazione che renderà ancor più critica la situazione economica e umanitaria in Afghanistan.

Le rimesse dall’Afghanistan rappresentano il 6 per cento del Pil totale.

Nel 2016, un rapporto congiunto dell’Unhcr e della Banca mondiale sulle conseguenze per i rimpatriati ha ammonito: “Nuovi rinvii da Pakistan, Iran o Europa rischiano di provocare ulteriori spostamenti secondari, disoccupazione e instabilità”.