Sri Lanka: escalation della guerra - Amnesty International Italia

Sri Lanka: escalation della guerra

26 marzo 2009

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Sri Lanka: Amnesty International denuncia l’escalation della guerra, migliaia di civili sotto tiro

CS046: 27/03/2009

Decine di migliaia di persone sono intrappolate nelle cosiddette ‘zone di sicurezza’ della regione nord-orientale di Wanni, mentre gli scontri tra le Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte) e l’esercito dello Sri Lanka aumentano d’intensità. È quanto ha denunciato oggi Amnesty International, sollecitando un’immediata tregua umanitaria che consenta di fornire aiuti ai civili e aprire un passaggio sicuro a tutti coloro che cercano di lasciare la zona.

Prendere deliberatamente di mira i civili, da parte di entrambe le parti in conflitto, è un crimine di guerra‘ – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International. ‘È assolutamente indispensabile sospendere i combattimenti, prima che migliaia di persone finiscano per essere uccise. Le Nazioni Unite e la comunità dei donatori devono esercitare pressione su entrambe le parti per porre fine alla grande catastrofe umanitaria in atto‘.

Amnesty International ha ricevuto informazioni attendibili secondo le quali l’Ltte ha organizzato trasferimenti di civili verso la regione di Wanni, sotto il proprio controllo, tenendo di fatto queste persone come ostaggi e usandole come ‘cuscinetto’ per contrastare l’offensiva dell’esercito dello Sri Lanka. Si tratta, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, di una clamorosa violazione del diritto umanitario. Secondo la maggior parte degli osservatori indipendenti, tra 150.000 e 200.000 civili sarebbero così rimasti intrappolati in una zona dove sono in corso aspri combattimenti. L’Ltte avrebbe anche aperto il fuoco contro civili che cercavano di fuggire.

Il governo dello Sri Lanka ha fatto del suo per aggravare la situazione, impedendo l’accesso degli aiuti umanitari in una regione nella quale non rimane più alcuna struttura ospedaliera in funzione.

L’incubo, per le persone che riescono a fuggire dalle zone controllate dall’Ltte, prosegue quando arrivano nelle zone controllate dalle forze governative. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty International, ai posti di blocco dell’esercito e nei cosiddetti ‘villaggi per gli sfollati’ vengono effettuati controlli selettivi, che terminano col respingimento o con la detenzione a tempo indeterminato di numerose persone di etnia Tamil.

I ‘villaggi per gli sfollati’, strutture semipermanenti istituite dalle autorità, sono sovraffollati, dotati di servizi insufficienti e fortemente militarizzati. In quelli di Vavuniya e Jaffna i profughi sono di fatto detenuti e viene impedito loro di allontanarsi.

Il governo dello Sri Lanka invoca l’assistenza internazionale ma viola le norme del diritto internazionale e respinge le richieste relative a un controllo internazionale sul loro rispetto. Le Nazioni Unite e la comunità dei donatori devono garantire che lo Sri Lanka agisca coerentemente coi propri obblighi e ponga fine alla sofferenza e alla discriminazione nei confronti dei profughi‘.

Per risolvere la crisi dei diritti umani nella regione di Wanni, Amnesty International chiede:

all’Ltte, di consentire a tutti i civili di lasciare le zone di conflitto; 
a chiunque abbia influenza sull’Ltte, di premere perché questo gruppo agisca in tal senso;
al governo dello Sri Lanka, di garantire che i civili intrappolati nel conflitto ricevano aiuti umanitari e che siano organizzati corridoi sicuri per coloro che cercano di lasciare le zone dove sono in corso i combattimenti;
ancora al governo dello Sri Lanka, di assicurare che i profughi ottengano assistenza e riparo adeguati e abbiano accesso a un reinsediamento rapido e in condizioni di sicurezza, come richiesto dagli standard internazionali;
ai donatori internazionali, comprese le Nazioni Unite, di assicurare che la loro assistenza sia usata solo quando vengano rispettati gli standard e le norme internazionali e non finisca per sostenere politiche di governo che violano i diritti umani.

FINE DEL COMUNICATO                                                   Roma, 27 marzo 2009

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