Summit Usa-Cina: fare passi indietro sui diritti umani darà vita a un mondo più pericoloso

6 Aprile 2017

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In occasione del primo vertice tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping, Amnesty International ha ammonito che l’assenza dei diritti umani nell’agenda del summit Usa-Cina rischia di incoraggiare i governi di ogni parte del mondo a portare avanti politiche divisive, velenose e disumanizzanti.

“Essendo due tra i più potenti leader mondiali, ciò che Trump e Xi dicono e fanno sui diritti umani di riverbera ben oltre i confini dei loro paesi. Questo summit ha luogo proprio mentre entrambi i presidenti stanno facendo fare passi indietro alla protezione dei diritti umani, con un impatto su milioni di persone in Cina, negli Usa e altrove nel mondo. Dai rifugiati respinti al confine statunitense agli avvocati per i diritti umani lasciati a languire nelle prigioni cinesi, le conseguenze del loro disprezzo per i diritti umani sono devastanti”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“I diritti umani sono sotto grave minaccia ovunque e senza una leadership forte e ispirata ai principi, si rischia di prendere una strada pericolosa. Il resto del mondo sta osservando: il presidente Trump e il presidente Xi devono mettere i diritti umani al centro della loro agenda di colloqui, allontanarsi dal precipizio e riaffermare i loro impegni rispetto agli obblighi internazionali sui diritti umani”, ha aggiunto Shetty.

Il presidente Trump continua a tradurre in azione le sue odiose promesse xenofobe, ad esempio ostinandosi a cercare d’impedire a persone in fuga dalla persecuzione o da paesi tormentati dalla guerra come la Siria di trovare un riparo sicuro negli Usa.

Il 1° aprile gli Usa hanno assunto la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dichiarando di voler dare priorità ai diritti umani. Appena prima, l’amministrazione Trump aveva tolto la condizione del rispetto dei diritti umani per la vendita di aerei da combattimento F-16 al Bahrein, nonostante questo paese prenda parte alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita che ha bombardato migliaia di civili nello Yemen.

“Molti governi prenderanno spunto dall’amministrazione Trump, il cui messaggio finora è che il presidente è pronto a chiudere un occhio di fronte a gravi violazioni dei diritti umani”, ha commentato Margareth Huang, direttrice generale di Amnesty International Usa.

Gli Usa inoltre si sono astenuti dal condannare l’escalation di atti persecutori nei confronti degli avvocati cinesi per i diritti umani, rinunciando a firmare una lettera con cui Regno Unito, Germania, Canada e altri otto paesi avevano sollecitato la Cina a indagare sulle denunce di tortura.

La repressione in Cina

I cinque anni di presidenza di Xi sono stati caratterizzati da una marcata repressione nei confronti delle voci critiche, degli avvocati, dei giornalisti e degli attivisti, molti dei quali stanno scontando pesanti condanne emesse al termine di processi iniqui: è il caso di Ilham Tohti, condannato all’ergastolo nel 2014 per l’insensata accusa di “separatismo” solo per aver criticato pubblicamente la politica cinese nei confronti delle minoranze.

Dal 2015, col pretesto della sicurezza nazionale, il governo cinese ha fatto passare una serie di leggi vaghe e generiche che ora vengono usate per ridurre al silenzio il dissenso e perseguitare gli attivisti attraverso l’accusa politica di “sovversione”.

La legge anti-terrorismo, adottata sempre nel 2015, non prevede di fatto alcuna garanzia per impedire che chi, in modo pacifico, pratica una religione o critica le politiche governative, venga processato per accuse legate al terrorismo.

“Sono tempi cupi per i diritti umani in Cina. Le autorità stanno ricorrendo a leggi sulla sicurezza nazionale di ampia applicazione per zittire la società civile e perseguitare un numero sempre maggiore di pacifiche voci critiche, mostrando un totale disprezzo per il diritto internazionale dei diritti umani”, ha sottolineato Shetty.

“Le pressioni internazionali sulla Cina sono fondamentali e gli Usa non possono rinunciare a criticare Pechino”, ha aggiunto Huang.

La paralisi del Consiglio di sicurezza

Il Consiglio di sicurezza resta paralizzato a causa delle rivalità tra gli stati membri permanenti, tra cui gli Usa e la Cina. Il governo cinese ha usato il potere di veto per impedire l’adozione di sanzioni contro i responsabilità di atrocità di massa in Siria.

Nel frattempo, gli Usa continuano a mostrarsi inclini a proteggere Israele rispetto alle gravi violazioni dei diritti umani e hanno posto il veto a risoluzioni che chiamavano in causa lo stato israeliano per le uccisioni di civili palestinesi a Gaza e le costanti attività degli insediamenti nei Territori palestinesi occupati.

Quando, all’inizio dell’anno, è intervenuto al Forum economico mondiale di Davos, il presidente Xi ha sollecitato i governi “a rafforzare l’autorità e l’efficacia delle istituzioni multilaterali”. Eppure, nonostante abbia recentemente promesso di cooperare, il governo cinese continua a rifiutare le indagini da parte degli organismi sui diritti umani delle Nazioni Unite.

Amnesty International sollecita Usa e Cina e gli altri tre stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza a rinunciare al loro potere di veto quando vengano commesse atrocità.

“Quando un ristretto interesse nazionale usurpa i diritti umani, principi irrinunciabili come il dovere di accertare le responsabilità o il diritto d’asilo sono a rischio. Se due dei più potenti leader mondiali continueranno a mettere in secondo piano i diritti umani, si avrà un devastante effetto domino con conseguenze su garanzie da lungo tempo esistenti per la protezione dei diritti umani e nuove crisi all’orizzonte”, ha concluso Shetty.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 6 aprile 2017

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