Thailandia, linea dura contro i rifugiati. Amnesty International: "Migliaia a rischio" - Amnesty International Italia

Thailandia, linea dura contro i rifugiati. Amnesty International: “Migliaia a rischio”

28 settembre 2017

Tempo di lettura stimato: 9'

In evidenza:

  • le autorità thailandesi non devono respingere in Myanmar i rifugiati rohingya fuggiti dalla violenza;
  • persecuzione certa per i rifugiati respinti;
  • la Thailandia deve proteggere i rifugiati e dar loro uno status giuridico.

Mentre alle sue porte di casa si sviluppa rapidissimamente una crisi dei rifugiati, Amnesty International ha sollecitato la Thailandia a porre rimedio alla storica mancanza di protezione in favore di coloro che più ne necessitano.

In un rapporto diffuso oggi, l’organizzazione per i diritti umani descrive una serie di lacune nelle politiche e nelle prassi delle autorità della Thailandia, che hanno un impatto devastante sui rifugiati che si trovano all’interno del paese e su coloro che vi entrano per chiedere protezione: dall’uso della Marina militare per respingere imbarcazioni di rifugiati rohingya e del Bangladesh ai respingimenti di rifugiati e richiedenti asilo verso paesi dove rischiano di subire la tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani.

“Mentre la pulizia etnica sta costringendo centinaia di migliaia di rohingya a fuggire da Myanmar, la Thailandia deve urgentemente stabilire un modello regionale di politiche umane in materia di rifugiati. Invece di mostrare insensibilità respingendo persone in fuga da orrori inimmaginabili, il governo thailandese dovrebbe garantire percorsi sicuri per coloro che cercano protezione nel paese”, ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.

“La Thailandia ospita una delle più numerose popolazioni di rifugiati della regione, ma non le offre una protezione adeguata. Il governo di Bangkok non può continuare a barcamenarsi da una crisi dei rifugiati alla successiva ma deve istituire un sistema idoneo a garantire sicurezza e salvezza a coloro che sono a rischio”, ha aggiunto Gaughran.

L’esodo dei rohingya

Nel 2015, al picco della “crisi delle imbarcazioni” in atto nell’Asia sud-orientale, la Marina thailandese rifiutò l’ingresso a migliaia di disperati rifugiati rohingya, applicando la consueta politica di respingimenti.

Coloro cui venne rifiutato l’ingresso in Thailandia furono costretti a continuare un pericoloso viaggio via mare verso l’Indonesia e la Malesia. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, i morti in mare furono almeno 370 ma per Amnesty International il totale effettivo fu assai maggiore.

Nei mesi scorsi, la situazione dei rohingya è fortemente peggiorata arrivando a dimensioni drammatiche a causa della campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze armate di Myanmar, che ha costretto oltre 400.000 persone a lasciare il paese.

Nonostante questo esodo, le autorità thailandesi hanno mandato segnali contrastanti: se un mese fa il primo ministro Prayut Chan-O-Cha aveva dichiarato di essere “pronti a ricevere” i rohingya in fuga da Myannar, di recente un funzionario militare ha detto che la Marina respingerà le imbarcazioni che dovessero entrare nelle acque thailandesi.

Respingimenti di rifugiati verso la persecuzione

Negli ultimi tre anni le autorità thailandesi hanno ceduto alle pressioni di altri governi e ha rimandato rifugiati verso paesi dove la loro vita e il loro benessere sono in serio pericolo.

Questa politica viola il principio internazionale del “non respingimento”, un divieto assoluto di rimandare persone verso territori dove rischino concretamente persecuzioni o altre gravi violazioni dei diritti umani.

Amnesty International ha seguito da vicino quattro casi di respingimento che hanno riguardato oltre 100 persone provenienti da Cina, Turchia e Bahrein. In seguito, molte di loro hanno subito arresti arbitrari, maltrattamenti e torture e di altre non si hanno notizie.

Il caso più recente risale al maggio 2017, quando le autorità thailandesi hanno collaborato all’estradizione in Turchia di un cittadino turco, Muhammet Furkan Sökmen, nonostante le Nazioni Unite le avessero informare sul grave rischio di violazioni dei diritti umani che avrebbe corso in patria. Infatti, atterrato a Istanbul, Sökmen è stato arrestato per presunti legami con oppositori del governo turco. Amnesty International non ha informazioni sul procedimento avviato nei suoi confronti.

In un caso simile avvenuto nel 2015, la Thailandia era stata fortemente criticata per aver respinto in Cina 109 richiedenti asilo appartenenti alla minoranza uigura, che da decenni subisce una dura persecuzione.

“A parole, la Thailandia ha fatto qualcosa per migliorare la protezione dei rifugiati ma risultati concreti non se ne sono visti. Le autorità continuano a cedere di fronte alle pressioni estere rimandando rifugiati verso paesi dove rischiano la tortura e altre gravi violazioni. Questo comportamento spietato va contro gli obblighi internazionali della Thailandia e dev’essere interrotto immediatamente”.

Rifugiati in un limbo giuridico

Le falle del sistema giudiziario thailandese privano i rifugiati e i richiedenti asilo di uno status giuridico rendendoli vulnerabili all’abuso. Questo vale soprattutto per i 7000 richiedenti asilo che si trovano attualmente nei centri urbani.

Sulla base della Legge sull’immigrazione del 1979 che ha introdotto il reato d’ingresso e permanenza irregolare nel paese, i rifugiati e i richiedenti asilo che si trovano nei centri urbani rischiano di essere arrestati in qualsiasi momento e di essere trattenuti a tempo indeterminati in centri di detenzione per migranti in condizioni descritte come “peggiori delle prigioni”, tra estremo sovraffollamento e violenza degli agenti penitenziari e tra detenuti.

Temendo da un momento all’altro di essere arrestati, i richiedenti asilo e i rifugiati vivono in condizioni miserabili, chiusi nelle loro abitazioni e senza interazioni sociali. Molti hanno difficoltà a trovare un lavoro, a nutrire se stessi e le loro famiglie e ad accedere ai servizi sanitari.

Secondo la procedura chiamata “respingimento costruttivo”, molti decidono di rinunciare alla domanda d’asilo e preferiscono tornare in patria piuttosto che affrontare condizioni di vita insopportabili in Thailandia.

Le cose da fare

Negli ultimi anni il governo militare ha preso importanti impegni per migliorare il trattamento dei rifugiati e dei richiedenti asilo, in particolare dichiarando di voler aderire al principio di “non respingimento” e pertanto di non rimandare rifugiati e richiedenti asilo verso paesi in cui rischierebbero di subire gravi violazioni dei diritti umani.

La Thailandia si è inoltre impegnata a sviluppare una procedura di esame individuale dei rifugiati e dei migranti irregolari e ad adottare una legislazione contro la tortura contenente la previsione del “non respingimento”. Se attuati, questi impegni potrebbero accrescere in modo significativo la protezione dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Thailandia.

“Se da un lato la Thailandia va elogiata per aver accolto centinaia di migliaia di rifugiati nell’arco di decenni, quanto accaduto negli ultimi tempi ha evidenziato il profondo disprezzo per i diritti di uomini, donne e bambini bisognosi di protezione”, ha commentato Gaughran.

“Il governo thailandese deve tradurre la retorica in azione. Invece di piegarsi alle pressioni dei governi stranieri e rimandare indietro persone fuggite dalla persecuzione e dalla violenza, le autorità dovrebbero garantire che le leggi interne favoriscano la piena protezione dei diritti dei rifugiati”.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 28 settembre 2017

Il rapporto è disponibile online.

Per interviste:

Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

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