Getty Images
Tempo di lettura stimato: 6'
Il 4 settembre avrà luogo un incontro tra Austria, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi per discutere i progressi sui piani di trasferimento forzato verso i cosiddetti “hub di rimpatrio” in paesi al di fuori dell’Europa, in cui le persone migranti potrebbero non aver mai messo piede, con ogni probabilità centri o strutture finanziate dagli Stati membri dell’Unione europea.
In vista dell’incontro, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee, ha dichiarato:
“Per loro stessa natura, e ovunque si trovino, gli ‘hub di rimpatrio’ comportano il rischio di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e torture nonché rimpatri forzati verso i paesi di origine. Esiste il reale pericolo che questi luoghi diventino, nella pratica, crudeli buchi neri per i diritti umani, strumenti per esternalizzare o delocalizzare detenzione e deportazione. Qualsiasi governo responsabile dovrebbe respingere questi piani senza riserve”.
“Siamo particolarmente allarmati dal fatto che le discussioni si stiano concentrando, secondo quanto riferito, su due paesi con gravissime violazioni dei diritti umani: Uganda e Ruanda e nonostante il conflitto in corso e l’instabilità politica nella regione dei Grandi Laghi”.
“Questi negoziati, e il più ampio approccio cosiddetto di ‘diplomazia migratoria’ dell’Unione europea, si fondano su profonde asimmetrie di potere che riflettono un tentativo sfacciato da parte della stessa Unione europea di sottrarsi alle proprie responsabilità in materia di migrazione e di scaricarle su paesi del Sud del mondo che già fanno molto più dell’Europa per accogliere i rifugiati, e con risorse inferiori”.
“Dall’accordo Italia-Albania e dai precedenti tentativi dei governi di esternalizzare le proprie politiche migratorie, sappiamo già che gli ‘hub di rimpatrio’ colpiranno in modo sproporzionato le persone razzializzate. Dopo i vergognosi cori ‘rimandateli indietro’ risuonati al Parlamento europeo a giugno, governi di tutto lo spettro politico stanno ora danzando sullo stesso ritmo xenofobo e razzista, disposti a perseguire un’agenda volta ad aumentare le deportazioni a qualsiasi costo. Amnesty International continuerà a denunciare i danni e le illegalità di queste politiche, e a contrastarle”.
Amnesty International ha ripetutamente avvertito che gli “hub di rimpatrio” non possono funzionare nel rispetto dei diritti umani, dato il grave rischio di violazioni, come dimostrano tutti i precedenti tentativi di esternalizzazione delle responsabilità migratorie.
Sebbene i dettagli specifici non siano ancora stati resi noti, esiste il reale pericolo che gli “hub di rimpatrio” diventino nella pratica centri di deportazione e detenzione che prevedono: detenzione automatica, e quindi arbitraria e illegittima; respingimenti, anche negli hub di rimpatrio o attraverso deportazioni successive; tortura, trattamenti inumani o degradanti; e restrizioni all’accesso a un giusto processo e a rimedi effettivi.
I negoziati tra i cinque Stati membri dell’Unione europea sarebbero particolarmente avanzati con Uganda e Ruanda, nonostante le violazioni dei diritti umani ampiamente documentate in entrambi i paesi. Sono stati inoltre segnalati piani per un centro in Uganda che potrebbe diventare operativo nel 2027 e accogliere fino a 10000 persone.
Il Regolamento sui rimpatri, non ancora formalmente adottato ma destinato a costituire la base giuridica per gli “hub di rimpatrio” nel diritto dell’Unione europea, stabilisce accordi in materia possono essere raggiunti solo con paesi in cui “gli standard e i principi internazionali in materia di diritti umani […] vengono rispettati”.
Amnesty International ha a lungo documentato le violazioni dei diritti umani in Uganda, tra cui repressione, detenzione illegittima e trasferimenti forzati, e in particolare la sua durissima legge anti-lgbtqia+, che criminalizza gli atti omosessuali consensuali e prevede la pena di morte per il reato di “omosessualità aggravata”.
Nella Repubblica democratica del Congo, il governo e l’esercito del Ruanda controllano e sostengono attivamente il gruppo armato M23 autore di azioni che potrebbero configurarsi come crimini di guerra. Nella sua sentenza del 2023 la Corte suprema del Regno Unito ha stabilito che il Ruanda non era un paese terzo sicuro verso cui trasferire le persone richiedenti asilo, dati i precedenti del paese in materia di repressione, restrizioni alla libertà di stampa e politica, esecuzioni extragiudiziali, detenzione arbitraria, maltrattamenti e torture.
Nel settembre 2025 il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione europea di rivedere l’assistenza, inclusi gli aiuti finanziari, alle istituzioni pubbliche ruandesi coinvolte in detenzioni arbitrarie, torture o processi iniqui.