Uzbekistan, 10 anni fa il massacro di Andijan - Amnesty International Italia

Uzbekistan, 10 anni fa il massacro di Andijan

12 maggio 2015

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Esattamente 10 fa Dilorom Abdukadirova, madre allora 39enne di quattro figli, era tra le migliaia di manifestanti per lo più pacifici riunitisi in piazza Babur, il centro della città di Andijan, nell’Uzbekistan orientale, per protestare contro la povertà, la corruzione e l’ingiustizia. Senza preavviso, le forze di sicurezza aprirono il fuoco sulla folla in maniera indiscriminata e uccisero centinaia di persone, tra cui donne e bambini.

Prima che il sangue si seccasse sulle strade, un velo di ufficiale segretezza era già stato calato su piazza Babur. A un decennio di distanza, non si conosce ancora il numero esatto delle vittime. L’ubicazione delle fosse comuni che, a detta dei difensori dei diritti umani, sono dislocate intorno ad Andijan, non è mai stata confermata. Non è stata aperta un’indagine internazionale indipendente e nessuno è stato giudicato responsabile delle uccisioni.

Invece di fare giustizia, le autorità uzbeche hanno perseguitato senza sosta coloro che sospettavano essere coinvolti nelle proteste. Centinaia di persone, tra le quali Dilorom, hanno subito processi arbitrari, sulla base di accuse che comprendevano anche il tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale. Dilorom è stata torturata e sta ora scontando una condanna a 18 anni.

Negli anni seguenti al massacro di Andijan, l’Uzbekistan ha confermato la sua reputazione di paese violatore dei diritti umani. In un recente rapporto sulle confessioni forzate, Amnesty International ha denunciato che la tortura è endemica e che le autorità usano scosse elettriche, pestaggi, stupri e umiliazioni sessuali per costringere a confessare il falso o incriminare altre vittime. Le testimonianze ottenute con la tortura sono regolarmente usate in tribunale per emettere verdetti di condanna.

Nonostante l’evidenza delle violazioni dei diritti umani gli Usa, la Germania e altri stati membri dell’Unione europea sembrano ignorare la situazione uzbeca. La sicurezza e gli interessi politici e militari sono prioritari rispetto a qualsiasi azione che spinga questo stato di importanza strategica a rispettare i diritti umani.

A seguito delle uccisioni di Andijan, l’Unione europea impose un embargo sulle armi e chiese all’Uzbekistan di iniziare un’indagine efficace. Nell’ ottobre 2009 l’embargo europeo è stato abolito senza nessun accenno all’assenza di quell’indagine. L’ultima volta che il rappresentante della politica estera dell’Unione europea si è occupato dei diritti umani nel paese risale all’ottobre del 2010.

Anche gli Usa richiesero l’apertura di un’inchiesta sulle uccisioni, ma nel gennaio 2012 hanno ritirato le restrizioni sull’aiuto militare all’Uzbekistan, originariamente imposte nel 2004, dovute in parte alla situazione interna dei diritti umani. Nel 2015 le relazioni militari tra i due stati si sono rafforzate in modo significativo con l’avvio di un nuovo piano quinquennale di cooperazione. A gennaio, gli Usa hanno fornito all’Uzbekistan 328 veicoli militari da usare nella lotta al terrorismo e al narcotraffico.

Sempre a gennaio, per spiegare come mai gli Usa non condannavano in modo più duro gli abusi del governo uzbeco, la vicesegretaria di stato per l’Asia centrale Nisha Biswal ha spiegato che stavano usando “un giusto equilibrio di pressione, alleanza e un certo grado di pazienza strategica per favorire un cambiamento”.

Il ricorso alla “pazienza strategica” nei confronti dell’Uzbekistan rivela come Washington preferisca dipendere da governi oppressivi per la cooperazione militare e le operazioni di intelligence nella “lotta al terrorismo” a discapito dei diritti umani.

La situazione uzbeca lascia intendere che quest’attenta gestione di “risorse e influenza” implica indifferenza verso i diritti umani, per paura di turbare un alleato in un’area geostrategica.

Gli Usa non sono soli. Anche la Germania ha necessità di assicurarsi legami militari con l’Uzbekistan. Nel novembre 2014, ha rinnovato l’affitto della base aerea di Termez, che serve alle truppe tedesche in Afghanistan.

Ci sono pure gli interessi economici. Nel marzo 2015 le imprese tedesche e le società pubbliche uzbeche hanno concordato investimenti per 2,8 miliardi di euro. La Camera di commercio Germania – Uzbekistan ha tenuto il suo primo incontro, alla presenza di più di 50 grandi aziende tedesche.

La “pazienza strategica” sembra pagare in termini di alleanze militari e sicurezza, ma dietro tale “diplomazia pragmatica” la critica alla situazione dei diritti umani in Uzbekistan è diventata più tenue.

Se poste davanti a prove credibili di tortura, le autorità uzbeche negano spudoratamente le violazioni dei diritti umani. Né il presidente Islam Karimov né altri alti funzionari del governo hanno condannato in pubblico il ricorso alla tortura, che è punito di rado. Secondo i dati ufficiali, dal 2010 al 2013 sono state registrate 336 denunce di tortura, a fronte delle quali sono stati celebrati solo sei processi e non più di 11 agenti di polizia sono stati incriminati.

A piazza Babur non c’è stato alcun raduno per commemorare i defunti. Chi prova a ricordare all’opinione pubblica l’anniversario del massacro di Andijan teme ritorsioni. I giornalisti che parlano chiaro vanno incontro a terribili conseguenze. I difensori dei diritti umani che chiedono a gran voce un’indagine internazionale indipendente su cosa accadde il 12 maggio 2005 potrebbero essere presi di mira.

Nonostante i tentativi delle autorità uzbeche di mettere a tacere le voci critiche, la storia non può essere cancellata. La comunità internazionale non può restare sorda alle grida che si levano dalle stanze della tortura in Uzbekistan e da chi con coraggio reclama giustizia.