Uzbekistan: autorità russe complici del rimpatrio forzato di centinaia di richiedenti asilo e migranti, poi torturati - Amnesty International Italia

Uzbekistan: autorità russe complici del rimpatrio forzato di centinaia di richiedenti asilo e migranti, poi torturati

21 aprile 2016

Tempo di lettura stimato: 7'

In un rapporto diffuso oggi e intitolato ‘Corsia preferenziale per la tortura: sequestri e rimpatri forzati dalla Russia all’Uzbekistan’, Amnesty International ha denunciato la collaborazione tra le autorità russe e quelle uzbeche in centinaia di casi di rimpatrio forzato, nonostante il rischio evidente che una volta rientrate in Uzbekistan queste persone – come poi accaduto – sarebbero state torturate. Nei rari casi in cui la Russia ha negato l’estradizione, alle forze di sicurezza uzbeche è stato comunque dato via libera per sequestrare in territorio russo persone su cui pendeva un mandato di cattura. 

‘Le autorità russe non stanno semplicemente chiudendo un occhio di fronte alla tortura e all’ingiustizia in Uzbekistan, ma vi stanno prestando aiuto’ – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale. ‘La Russia deve mettere fine a questi sequestri e alle espulsioni che violano gli obblighi del paese in materia di diritti umani e deve assicurare che nessuno a rischio di subire tortura sia rimandato in Uzbekistan. Su questo paese deve essere esercitato ogni tipo di pressione per fermare l’uso della tortura e assicurare che i processi siano equi e rispettino pienamente gli standard internazionali’ – ha affermato Dalhuisen.

Tortura e repressione in nome della sicurezza

Le autorità uzbeche invocano abitualmente ‘la lotta al terrorismo’ e il contrasto ad attività ‘contro lo stato’ per giustificare la violenta persecuzione degli oppositori politici, così come delle voci critiche e di presunti membri o simpatizzanti dei gruppi islamisti. Chiunque entri in contatto col sistema di giustizia penale uzbeco rischia di essere torturato.

Nel 2013 le autorità russe avevano negato la richiesta di estradizione da parte dell’Uzbekistan di Mirsobir Khamidkariev, un produttore cinematografico e uomo d’affari accusato di aver fondato un gruppo islamista illegale dopo che a un incontro pubblico qualcuno lo aveva sentito bisbigliare di essere d’accordo sul fatto che le donne dovessero indossare il velo.

Tuttavia, nel giugno 2014, Khamidkariev è stato sequestrato e tenuto in isolamento totale a Mosca prima di essere consegnato dagli agenti dei servizi di sicurezza russi a quelli uzbechi che hanno poi provveduto al rimpatrio. Una volta in patria, le forze di sicurezza uzbeche hanno picchiato Khamidkariev per ottenere la sua ‘confessione’. L’uomo ha perso sei denti e ha avuto due costole rotte prima di essere posto per diverse settimane in cella di punizione. In quella cella è stato appeso a una trave a testa in giù e ripetutamente picchiato. Sulla base della sua ‘confessione’, è stato accusato di estremismo e condannato a otto anni di prigione. Il suo rilascio è previsto nel 2022.

Amnesty International ha riscontrato molti altri casi di processi iniqui terminati con lunghe condanne da scontare in condizioni di prigionia crudeli, inumane e degradanti. Negli ultimi tre anni, la Corte europea dei diritti umani ha emesso almeno 17 condanne per trasferimento forzati dalla Russia verso l’Uzbekistan.

Minacce alle famiglie

È prassi comune, da parte delle autorità uzbeche, intimidire e minacciare le famiglie per incriminare i loro parenti o per ottenere informazioni su dove si trovino.

Nel gennaio 2016, Artur Avakian è stato detenuto e torturato per quattro settimane – mani e piedi legati, scariche elettriche ai lobi delle orecchie – fino a quando non ha incolpato suo fratello Aramais Avakian, un allevatore di pesci, di atti di terrorismo.
Questi è stato quindi arrestato e, dopo quasi cinque mesi di prigione, condannato a sette anni di carcere per reati di terrorismo. Entrato nell’aula di tribunale in barella, ha denunciato di essere stato torturato fino a quando non ha ‘confessato’ di essere un simpatizzante del gruppo armato ‘Stato islamico’.

La famiglia e gli amici di Aramais Avakian credono che l’uomo sia stato preso di mira perché le autorità volevano prendere possesso del suo rinomato allevamento di pesci. Spesso, i parenti dei detenuti hanno paura di chiedere aiuto agli avvocati o alle organizzazioni per i diritti umani perché le forze di sicurezza minacciano di rendere le condizioni di detenzione dei loro cari ancora peggiori.

‘Le autorità uzbeche sono disposte a tutto per ottenere il rimpatrio dei loro cittadini affinché affrontino la ‘giustizia’ e le autorità per affrontare ‘la giustizia’ e le autorità russe paiono ben intenzionate ad assecondarle’ – ha commentato Dalhuisen. ‘Sia le autorità uzbeche che quelle russe devono porre immediatamente fine alle torture e ai sequestri e assicurare i responsabili di queste ripugnanti violazioni dei diritti umani alla giustizia’.

Ulteriori informazioni

Nell’aprile 2015, nell’ambito della campagna ‘Stop alla Tortura’, Amnesty International ha pubblicato il rapporto ‘Segreti e bugie: confessioni forzate sotto tortura in Uzbekistan’ che rivela come la tortura e i maltrattamenti sistematici abbiano un ruolo centrale nel sistema giudiziario dell’Uzbekistan e nelle misure repressive del governo nei confronti di ogni gruppo percepito come minaccia alla sicurezza nazionale.

Insieme al rapporto è stata promossa una petizione in favore di Muhammad Bekzhanov, redattore capo del quotidiano Erk, organo d’informazione di un partito di opposizione messo fuorilegge. Il giornalista sta scontando una condanna a 15 anni di carcere dopo un processo iniquo, sulla base di una confessione estortagli sotto tortura.