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L’attacco del 3 gennaio 2026 degli Usa contro il Venezuela ha costituito un uso illegale della forza ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e ha minacciato ulteriormente l’ordine internazionale basato sul rispetto delle regole. Nel frattempo, i crimini contro l’umanità perpetrati dal governo Maduro nei confronti della popolazione venezuelana restano impuniti e senza garanzie di non ripetizione.
“L’operazione militare statunitense in Venezuela ha costituito una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. È stata un atto di aggressione che ha messo in pericolo persone civili e ha fatto a pezzi le salvaguardie del diritto internazionale. L’uso della forza da parte dell’amministrazione Trump non solo è stato illegale ma potrebbe anche avere effetti devastanti sui diritti umani delle persone venezuelane, incoraggiare azioni illegali da parte di altri stati e annunciare future azioni del genere da parte degli stessi Usa”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
Come dichiarato dallo stesso presidente Trump, a determinare principalmente l’attacco del 3 gennaio sono stati il controllo sulle risorse e il potere geopolitico. Da allora egli ha rivendicato di avere l’autorità per dirigere direttamente le politiche venezuelane: la presidente ad interim Delcy Rodriguez continua a usare una retorica sfidante ma di fatto coopera con gli Usa. Nell’incertezza generata dalla volatile situazione interna e dal funzionamento dell’apparato repressivo statale, la popolazione venezuelana si trova di fronte a una crescente ingerenza degli Stati Uniti, all’incapacità di offrire soluzioni complete e durature in materia di diritti umani e alle minacce di ulteriori violazioni dei suoi diritti e della sua sicurezza.
“L’impunità per i crimini contro l’umanità commessi dalle autorità venezuelane per oltre un decennio sotto Maduro stanno continuando durante il governo ad interim di Delcy Rodriguez. Anche se i prigionieri vengono scarcerati, non sono state ancora intraprese azioni significative in favore della giustizia né è garantita la non ripetizione di tali crimini. Allo stesso tempo lo spazio civico continua a essere eroso e le persone che difendono i diritti umani così come le loro organizzazioni subiscono persecuzioni giudiziarie e criminalizzazione”, ha aggiunto Callamard.
“Va detto in modo chiaro: Amnesty International condanna inequivocabilmente sia l’uso illegale della forza da parte degli Usa che i molteplici crimini commessi dalle autorità di Caracas contro la popolazione venezuelana. Denunciare l’illegalità dell’azione militare statunitense non deve far finire nel dimenticatoio l’urgente bisogno di accertamenti delle responsabilità e di riparazioni per il lungo elenco di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità del governo del Venezuela”, ha sottolineato Callamard.
“Due errori non fanno una cosa giusta. Devono esserci piena ricerca delle responsabilità e rimedi per l’attacco illegale dell’amministrazione Trump contro il Venezuela e per i crimini di diritto internazionale commessi dalle autorità venezuelane”, ha chiarito Callamard.
La costante minaccia del presidente Trump di passare all’azione militare unilaterale in altre parti del mondo, unita alla retorica sulla “gestione” del Venezuela e sul controllo del suo petrolio, stanno accelerando lo smantellamento delle regole del diritto internazionale create per proteggere le popolazioni civili e prevenire i conflitti, minacciando così i diritti umani a livello mondiale. Da quando ha attaccato il Venezuela, il presidente Trump ha minacciato l’uso della forza contro Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran e Messico. Nel frattempo, la Cina prosegue a minacciare azioni contro Taiwan e i suoi vicini e la Russia porta avanti la sua aggressione contro l’Ucraina e sorvola ripetutamente lo spazio aereo della Nato.
“Non dobbiamo compiere l’errore di pensare che non si tratti di azioni calcolate per normalizzare un approccio agli affari esteri basato sulla ‘ragione del più forte’ e per mettere da parte la Carta delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, i trattati sui diritti umani e altri capisaldi dell’ordine internazionale. Gli altri stati devono respingere questi incessanti tentativi di smantellare le regole globali elaborate per mantenere la pace, proteggere le popolazioni civili durante i conflitti e garantire i diritti umani di tutte le persone ovunque nel mondo”, ha precisato Callamard.
Il diritto internazionale non potrebbe essere più chiaro: l’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno stato; l’articolo 2.3 chiede che i contrasti siano risolti attraverso accordi pacifici. La Dichiarazione sulle relazioni amichevoli, oggetto della risoluzione 2625 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, vieta gli interventi armati e la risoluzione 3314 definisce cos’è l’aggressione, sottolineando che usare per primo la forza da parte di uno stato in violazione della Carta delle Nazioni Unite è a prima vista la prova di un atto di aggressione, come il bombardamento o gli attacchi contro le forze armate di un altro stato. L’operazione del 3 gennaio ha avuto luogo seguendo esattamente queste modalità.
Il governo statunitense ha avviato la sua escalation militare con esecuzioni extragiudiziali in acque internazionali e ha portato a termine la cattura illegale di Nicolas Maduro col pretesto della lotta al narcotraffico per poi rivelare senza alcuna ambiguità il suo reale intento: controllare le risorse naturali del Venezuela.
Al di là delle via via mutate giustificazioni fornite, i fatti accaduti sono chiari e costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale. Anche accogliendo la ragione del contrasto al narcotraffico, sarebbe in ogni caso illegale esercitare la propria giurisdizione sul territorio di un altro stato senza il consenso di quest’ultimo: si tratta di una violazione della sovranità, da tempo riconosciuta dal diritto internazionale. Il narcotraffico non è un “attacco armato” che può far scattare l’autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
Il Comitato giudiziario interamericano ha similmente affermato che, per gli stati membri dell’Organizzazione degli stati americani, le uniche eccezioni al divieto di usare la forza sono l’autodifesa e l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: sono limitazioni il cui scopo è precisamente quello di salvaguardare la pace e i diritti umani nel continente.
L’attacco degli Usa si è composto di tre dei sette atti vietati che la risoluzione 3314 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite definisce atti di aggressione: “l’invasione o l’attacco delle forze armate di uno stato sul territorio di un altro stato”, “il bombardamento da parte delle forze armate di uno stato contro il territorio di un altro stato o l’uso di qualsiasi munizione da parte di uno stato contro il territorio di un altro stato” e “un attacco da parte delle forze armate di uno stato contro la terra, il mare, l’esercito, la flotta navale o la flotta aerea di un altro stato”.
Il diritto internazionale dei diritti umani si applica sempre. Il Commento generale n. 36 del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite chiarisce che gli atti di aggressione che causino privazione della vita violano di per sé l’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e che la mancata risoluzione pacifica dei contrasti può violare il dovere di proteggere la vita umana.
“Nessuna etichetta può convertire un bombardamento in una ‘operazione di polizia’. I fatti, non la retorica politica, determinano le norme applicabili. In assenza di un’autorizzazione da parte del Consiglio di sicurezza o di un autentico caso di autodifesa, l’uso unilaterale della forza da parte degli Usa contro il Venezuela è stato illegale e ha costituito un atto di aggressione. Il diritto alla vita non viene sospeso quando un governo decide di ignorare la Carta delle Nazioni Unite”, ha commentato Callamard.
Da anni Amnesty International e molteplici indagini internazionali documentano sistematiche politiche repressive (basate su detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, maltrattamenti e torture) soprattutto nei confronti di coloro che difendono i diritti umani, degli oppositori, delle persone che manifestano, dei giornalisti e di chi è o viene percepita come una persona critica nei confronti del governo.
Nel 2019 Amnesty International ha determinato l’esistenza di un massiccio e sistematico attacco, da parte delle autorità rispondenti a Nicolas Maduro, contro la popolazione civile giungendo alla conclusione che crimini contro l’umanità erano in corso almeno dal 2014. In seguito, l’organizzazione ha reso note ulteriori prove di persecuzioni e sparizioni forzate e di altri crimini contro l’umanità, chiedendo e richiamando indagini della Commissione delle Nazioni Unite di accertamento dei fatti in Venezuela e dell’ufficio del procuratore della Corte penale internazionale, così come le indagini in corso in Argentina in applicazione del principio della giurisdizione universale.
“I crimini contro l’umanità non sono terminati con la rimozione di Maduro, ma proseguono. Le vittime, le persone sopravvissute e le loro famiglie continuano a portare i segni di forti ferite fisiche e psicologiche. Il destino e il luogo in cui si trovano molte delle persone sottoposte a sparizione forzata restano ancora indefiniti. La macchina statale responsabile di questi crimini rimane saldamente in piedi, persino esacerbata dal coinvolgimento delle autorità statunitensi”, ha evidenziato Callamard.
“Sebbene, giorni dopo la cattura di Maduro da parte degli Usa, il governo venezuelano abbia annunciato la scarcerazione di un importante numero di persone detenute per motivi politici, solo una piccola parte di loro è effettivamente tornata in libertà e queste stesse persone sono tuttora sottoposte a procedimenti legali arbitrari: un comportamento crudele nei confronti delle vittime di detenzioni politiche e delle loro famiglie. C’è anche il significativo pericolo che l’aggressione degli Usa spingerà le autorità venezuelane a infliggere dure conseguenze alle persone considerate critiche verso il governo e favorevoli all’azione statunitense. Con ogni probabilità, l’ampiezza della valutazione su chi sarà considerato tale aumenterà notevolmente, esponendo un maggior numero di persone alle politiche repressive del governo”, ha ammonito Callamard.
Durante il governo ad interim di Delcy Rodriguez, le forze di sicurezza e le agenzie d’intelligence (quella civile del Servizio bolivariano dell’intelligence nazionale e quella militare della Direzione generale del controspionaggio militare), insieme a gruppi armati filogovernativi, continuano a eseguire arresti, sorvegliare comunità e minacciare persone sospettate di essere state a favore dell’attacco del 3 gennaio: ad esempio, istituendo posti di blocco e obbligando le persone a sbloccare i loro telefoni per eseguire controlli arbitrari. Le notizie pervenute dal Venezuela confermano nuovi arresti arbitrari (tra i quali quelli di 14 giornalisti che stavano seguendo conferenze stampa ufficiali, poi scarcerati), così come minacce e rappresaglie che ricordano il modello repressivo ampiamente documentato dello scorso decennio.
Più recentemente, dopo che l’8 gennaio 2026 il governo aveva annunciato una liberazione di massa, sono state scarcerate centinaia di persone detenute ingiustamente. Il 31 gennaio la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha inoltre annunciato una legge di amnistia in favore di tutte le persone accusate di reati a partire dal 1999 e la chiusura del principale centro di detenzione, El Helicoide, che dovrebbe essere trasformato in un centro per attività sociali.
Sebbene questi annunci siano positivi, la legge di amnistia, da sola, è ben lontana dall’essere sufficiente in assenza di garanzie di non ripetizione, tra le quali l’abrogazione delle leggi e lo smantellamento degli organi statali che hanno reso possibili le detenzioni arbitrarie e altre gravi violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha già constatato come in passato le autorità abbiano scarcerato persone detenute come gesto di buona volontà, salvo poi avviare poco dopo nuove ondate di arresti. Inoltre, non è chiaro se la legge di amnistia potrà estendersi anche agli agenti dello stato e rischiare così di trasformarsi in uno strumento di impunità, un esito che non deve essere consentito.
Allo stesso modo, la chiusura di El Helicoide è del tutto insufficiente a porre fine ai gravi crimini che vi sono stati commessi. Le ong locali hanno documentato detenzioni arbitrarie a fini politici in decine di altre strutture in tutto il paese e vi sono prove dell’esistenza di centri di detenzione non ufficiali che operano al di fuori di qualsiasi quadro legale.
Infine, restano intatte le leggi restrittive che impediscono alle organizzazioni della società civile di esercitare pienamente il loro diritto di difendere i diritti umani. Questi ostacoli giuridici continuano a limitare gravemente la possibilità, per le persone sopravvissute, i loro familiari, gli attivisti e le organizzazioni, di ottenere giustizia e accertamento delle responsabilità.
“Le autorità venezuelane devono immediatamente scarcerare tutte le persone arrestate arbitrariamente, senza eccezioni, porre fine alle sparizioni e alle torture e garantire i diritti alla libertà d’espressione, di associazione e di protesta pacifica. Se non lo faranno, il ciclo di violazioni dei diritti umani proseguirà, l’impunità ne uscirà rafforzata e saranno negati alle vittime i diritti alla verità, alla giustizia e alla riparazione”, ha ribadito Callamard.
Nel 2020 l’ufficio del procuratore della Corte penale internazionale ha dichiarato di ritenere che c’erano “basi ragionevoli” per concludere che in Venezuela, almeno a partire dall’aprile 2017, fossero stati commessi crimini contro l’umanità. Nel novembre 2021 il procuratore ha formalmente avviato un’indagine. Da allora, nonostante i tentativi del Venezuela di fermarla, la prima camera preliminare e la camera degli appelli della Corte penale internazionale hanno autorizzato il proseguimento dell’indagine sottolineando che le autorità nazionali non avevano avviato reali procedimenti giudiziari nei confronti dei medesimi responsabili, ossia alti funzionari dello stato e membri delle forze di sicurezza.
In considerazione di tutte queste concordi conclusioni, comprese quelle riguardanti la documentata catena di comando, il ruolo centrale della presidenza negli apparati di sicurezza e d’intelligence nonché la sistematicità e la dimensione delle violazioni, Nicolas Maduro è tra le persone che con maggiore probabilità sono destinate a essere incluse nell’indagine e nei procedimenti della Corte penale internazionale nel caso in cui le prove soddisferanno i requisiti richiesti dallo Statuto di Roma riguardanti la responsabilità penale individuale.
“Le persone venezuelane sopravvissute hanno diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione per i crimini contro l’umanità che hanno subito. Chiediamo alla Corte penale internazionale di accelerare le sue attività, anche attraverso l’emissione di mandati d’arresto quando le prove si riveleranno sufficienti. Una giustizia ritardata è una giustizia negata, specialmente per le persone venezuelane che attendono da anni di essere ascoltate. Tuttavia, le azioni degli Usa stanno rendendo molto più complessa e complicata la prospettiva di procedimenti giudiziari nei confronti di Nicolas Maduro”, ha evidenziato Callamard.
Dopo il 3 gennaio il presidente Trump ha dichiarato che non si considera legato al diritto internazionale e che l’emisfero occidentale è una regione che gli Usa hanno titolo a controllare, anche attraverso l’uso della forza se lui lo giudicherà opportuno: una posizione sempre più chiamata “dottrina Don-roe” [la dottrina Monroe applicata da Donald Trump].
Non si è trattato del primo caso di uso unilaterale della forza da parte degli Usa, ma potrebbe essere stato il primo in cui si è tentato di giustificare le proprie azioni in un modo clamorosamente in contrasto coi principi del diritto internazionale. Il presidente Trump e i suoi principali collaboratori paiono intenzionati a dichiararsi non vincolati da quel sistema di diritto internazionale che gli stessi Usa avevano contribuito a creare dopo la Seconda guerra mondiale.
L’attacco del 3 gennaio, inoltre, ha costituito l’apice di una serie di attacchi mortali contro presunte imbarcazioni che trasportavano droga nel mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale: una condotta che Amnesty International e molti esperti di legge hanno definito esecuzioni extragiudiziali. Dopo l’atto di aggressione del 3 gennaio è stato portato a termine almeno un altro attacco di quel genere. Lo schieramento della flotta navale statunitense nel mar dei Caraibi e la dichiarata intenzione di usare la forza contro gruppi criminali sta rendendo ulteriormente indistinguibile la differenza tra operazioni di polizia e guerra, alimentando i timori di un’escalation a livello regionale.
Tutti gli stati devono ribadire il primato della Carta delle Nazioni Unite e il consenso globale sulla natura perentoria del divieto di usare la forza nelle relazioni internazionali. Nei forum multilaterali e nelle relazioni bilaterali i governi devono respingere la normalizzazione dell’uso unilaterale della forza come mezzo per perseguire politiche e porre l’accento sulla protezione delle popolazioni civili e dei diritti umani.
“Il silenzio di oggi diventerà il permesso di domani. Gli stati devono tirare una linea netta, qui e ora. La sofferenza delle persone colpite dalla forza illegale e quella delle persone brutalizzate dal proprio governo non sono tragedie in competizione tra loro. L’unico modo per rispettare la loro dignità è quello basato sulla legge: ciò significa rispettare il diritto internazionale, proteggere le popolazioni civili, indagare sulle violazioni dei diritti umani e garantire giustizia”, ha concluso Callamard.
Gli Usa devono porre fine agli attacchi letali contro presunte imbarcazioni che trasportano droga e cessare ogni ulteriore uso o minaccia della forza contro il Venezuela. Laddove vi siano prove credibili di morti di civili o di uccisioni illegali, occorre avviare indagini immediate, indipendenti e imparziali e fornire riparazioni. Ciò è essenziale non solo per rispettare il diritto internazionale ma anche per ripristinare un minimo di fiducia sul fatto che le popolazioni civili non saranno pedine da sacrificare sulla scacchiera della politica.
Le autorità venezuelane devono porre fine ai crimini contro l’umanità; garantire il diritto alla vita; scarcerare le persone detenute arbitrariamente; porre termine alle sparizioni, ai maltrattamenti e alle torture; smantellare i gruppi armati filogovernativi che sono a loro volta responsabili di gravi violazioni dei diritti umani; garantire i diritti alla libertà d’espressione, di associazione, di partecipazione politica e di protesta pacifica, anche attraverso l’abrogazione delle leggi identificate come “norme anti-ong”; sradicare nel loro insieme le politiche repressive; infine garantire la non ripetizione, a partire dal rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario e delle altre istituzioni statali. Gli autori di questi crimini devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni e devono essere garantiti i diritti delle vittime alla verità, alla giustizia e alla non ripetizione. Il nuovo contesto emergenziale non dev’essere il pretesto per rafforzare la macchina della repressione.