Vivere un incubo - Amnesty International Italia

Vivere un incubo

4 ottobre 2019

Tempo di lettura stimato: 3'

Intervista di Gianmarco Saurino a Vida Merhannia

Lo scorso giugno, Vida Merhannia, moglie di Ahmadreza Djalali, lo scienziato in prigione in Iran da oltre tre anni e da circa due anni in attesa dell’esecuzione per l’accusa falsa di “spionaggio”, è stata in Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni italiane sulla situazione del marito. Accompagnata da una nostra delegazione ha incontrato il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico. In quei giorni anche l’attore Gianmarco Saurino ha voluto incontrarla per esprimerle la sua solidarietà e l’ha intervistata per noi.

Ci racconti la tua storia e quella di tuo marito Ahmadreza Djalali?

Mio marito era un ricercatore dell’università del Piemonte Orientale. Nell’aprile del 2016, Ahmadreza è andato in Iran perché l’università di Teheran lo aveva invitato a partecipare a un workshop. Doveva restare in Iran per due settimane ma dopo la prima settimana, il 25 aprile, lo hanno arrestato. E da allora non è più tornato. Da più di 37 mesi si trova nel carcere di Evin a Teheran. Su di lui pende una condanna a morte. È molto malato: da quando è entrato in carcere ha perso 28 chili, è pelle e ossa, i suoi globuli bianchi sono molto bassi. È molto provato anche a livello psicologico, la sua vita è completamente cambiata. Abbiamo chiesto più volte che fosse trasferito in ospedale, senza successo. Non sappiamo cosa gli accadrà, sappiamo solo che da 37 mesi su di lui pesa una condanna a morte e non sappiamo se questo cambierà.

Ci vuole molta forza per combattere questa battaglia. Lo fai per amore o senso di giustizia?

Per entrambe le cose. Quando lo hanno arrestato, ero sotto shock e per i primi nove mesi non sono riuscita a fare nulla. Ero convinta che si sarebbero accorti dell’errore, avrebbe affrontato un processo giusto e sarebbe stato rilasciato subito. Dopo nove mesi, ho realizzato che facevano sul serio e che anche la condanna a morte era vera. A quel punto ho iniziato a lottare e a condividere la sua storia con i colleghi, gli organi di stampa. Ho cercato Amnesty International.

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