Yemen: un anno dall’attacco Usa al centro per migranti

28 Aprile 2026

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A un anno dal mortale attacco aereo statunitense contro un centro di detenzione per migranti gestito dagli huthi a Sa’da, nel nord-ovest dello Yemen, Amnesty International ha sottolineato che non si sono ancora fatti progressi concreti verso giustizia e riparazione, e che le persone sopravvissute continuano a convivere con gravi traumi fisici e psicologici.

L’organizzazione aveva chiesto che l’attacco del 28 aprile 2025, condotto dalle forze statunitensi e costato la vita o gravi lesioni a decine di persone migranti di origine africana, fosse indagato come possibile crimine di guerra. Nel corso di questo mese Amnesty International ha nuovamente parlato con sei delle persone sopravvissute, che hanno raccontato il pesante impatto umano subito.

Invece di adottare misure credibili per garantire l’accertamento delle responsabilità, anche attraverso indagini efficaci e tempestive, di fornire riparazioni alle persone civili colpite, l’amministrazione statunitense, guidata dal presidente Donald Trump, ha smantellato strumenti e meccanismi pensati per prevenire, ridurre e andare incontro ai danni causati alle persone dalle operazioni militari statunitensi all’estero, arrivando persino a minacciare attacchi destinati a provocare conseguenze devastanti per la popolazione civile.

Undici mesi dopo l’attacco al centro di detenzione yemenita, il 16 marzo 2026, un altro attacco aereo illegittimo degli Stati Uniti ha ucciso 156 persone, tra cui 120 bambini e bambine, nella scuola di Minab, in Iran.

“L’approccio dell’amministrazione Trump agli attacchi aerei condotti in Yemen tra marzo e maggio 2025 avrebbe dovuto far scattare l’allarme negli Stati Uniti e nel resto del mondo, segnalando chiaramente l’urgenza di rafforzare le misure di protezione dei civili. Invece, l’amministrazione statunitense ha sistematicamente indebolito queste garanzie, riducendo gli uffici incaricati di limitare i danni ai civili e mostrando, allo stesso tempo, una pericolosa indifferenza verso la vita delle persone coinvolte nei conflitti armati. In questo contesto, attacchi come quello contro una scuola a Minab, in Iran, erano una conseguenza tragicamente prevedibile del mancato impiego di efficaci misure di mitigazione dei danni ai civili”, ha dichiarato Nadia Daar, direttrice di Amnesty International Usa.

“A un anno di distanza, i funzionari statunitensi non hanno chiamato nessuno a rispondere dei fatti e non hanno nemmeno chiarito lo stato o l’esito delle indagini annunciate un anno fa. Le famiglie delle persone uccise nell’attacco al centro di detenzione in Yemen continuano a essere private di informazioni essenziali su quanto accaduto e restano senza giustizia per i loro cari. I sopravvissuti continuano a lottare, privi dei mezzi per garantirsi una vita dignitosa o persino per ricevere cure mediche adeguate”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas, alta direttrice delle campagne e delle ricerche del Segretariato internazionale di Amnesty International.

“Devono ricevere una riparazione piena, effettiva e tempestiva, che includa restituzione, risarcimento, riabilitazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione, attraverso un meccanismo efficace e accessibile”, ha aggiunto Guevara Rosas.

L’organizzazione basa queste conclusioni sulla sua prima indagine, pubblicata il 19 maggio 2025, e sulla ricerca di approfondimento pubblicata nell’ottobre 2025, nel corso della quale Amnesty International aveva intervistato 15 persone sopravvissute e richiesto informazioni agli Stati Uniti; nell’aprile 2026, l’organizzazione ha nuovamente intervistato sei di loro.

L’attacco del 28 aprile 2025 è stato uno degli episodi con il più alto numero di vittime civili causate da un’azione militare statunitense documentati da Amnesty International negli ultimi anni. Meno di un anno dopo, un altro gravissimo attacco per numero di vittime civili, quello contro la scuola a Minab, in Iran. L’indagine dell’organizzazione ha rilevato che gli Stati Uniti hanno violato il diritto internazionale umanitario non adottando tutte le precauzioni possibili per evitare danni ai civili durante l’attacco.

Nonostante ciò, il presidente Trump e alti funzionari statunitensi, tra cui il segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno espresso disprezzo per il diritto internazionale e per le regole e i limiti pensati per ridurre i danni ai civili.

Dopo l’attacco aereo dell’aprile 2025 un funzionario della difesa statunitense aveva dichiarato che si stavano valutando le “segnalazioni” di vittime civili. Tuttavia, a quasi un anno di distanza, il Comando Centrale degli Stati Uniti non ha reso pubbliche le proprie valutazioni né ha annunciato i risultati delle eventuali indagini svolte.

Il 4 marzo 2026, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che l’indagine sull’attacco di Minab era ancora in corso.

Il 1° maggio, il Dipartimento della Difesa è tenuto a pubblicare il Rapporto annuale sulle vittime civili relative alle operazioni militari statunitensi del 2025, come previsto dalla Sezione 1057 del National Defense Authorization Act.

“Per fermare questa spirale mortale, gli Stati Uniti devono garantire indagini tempestive, trasparenti, imparziali, indipendenti ed efficaci sugli attacchi che hanno causato vittime civili, compresi quelli in Yemen e in Iran. Anche il Congresso degli Stati Uniti deve rafforzare con urgenza il proprio ruolo di controllo e pretendere risposte, inclusa una rendicontazione pubblica di questi attacchi e la fornitura adeguata e tempestiva di riparazioni ai civili colpiti, assicurandosi inoltre di non destinare fondi che possano contribuire a violazioni del diritto internazionale”, ha aggiunto Erika Guevara Rosas.

“Non mi è rimasto più nulla che mi dia la forza di andare avanti”

Nell’aprile 2026 Amnesty International ha svolto interviste di aggiornamento con sei uomini sopravvissuti all’attacco aereo statunitense contro il centro di detenzione di Sa’da, tutti cittadini etiopi. Tutti e sei hanno descritto le conseguenze devastanti e durature che l’attacco continua ad avere sulle loro vite.

A un anno dall’attacco, tutti necessitano ancora di cure mediche che non possono permettersi. Sebbene fossero partiti dai loro paesi in cerca di lavoro, oggi quasi tutti dipendono economicamente dalle loro famiglie proprio a causa dell’attacco statunitense.

Cinque di loro non possono lavorare a causa delle ferite riportate. Quattro sono rimasti in Yemen, mentre due sono tornati in Etiopia.

Jirata*, etiope di 30 anni, ha perso una gamba nell’attacco statunitense e oggi porta una barra di metallo nell’altra. Vive in un dolore continuo:

“Ho perso ogni speranza e non mi è rimasto più nulla che mi dia la forza di andare avanti. Sono venuto qui, in Yemen, per lavorare come tutti gli altri, per aiutare la mia famiglia e migliorare la nostra vita […]. Ora sono gli altri a portarmi in bagno. Il governo degli Stati Uniti ha causato tutto questo e, per via dell’attacco aereo, non posso più lavorare né mantenermi. Voglio che mi venga garantita una qualche forma di riparazione che possa aiutarci concretamente a vivere. Qualcosa che mi restituisca la speranza.”

Araya*, etiope di 22 anni, che ha riportato una grave ferita al braccio durante l’attacco, ha descritto così l’impatto del dolore costante sulla sua salute mentale:

“Se non prendo un antidolorifico, mi sento senza speranza e desidero morire. Penso a come, a un’età così giovane, non riesca nemmeno a mantenermi da solo e debba ancora dipendere dagli altri. La barra di metallo che ho dentro mi provoca molto dolore ed è insopportabile. Ti fa impazzire”.

Mancanza di trasparenza, informazioni e riparazioni

A un anno dall’attacco, le autorità statunitensi non hanno ancora reso noti i dettagli delle valutazioni sui danni ai civili né i risultati di eventuali indagini sull’uccisione di decine di migranti nel centro di detenzione.

Il 27 agosto 2025, quattro mesi dopo l’attacco, Amnesty International ha formalmente richiesto informazioni al Comando Centrale degli Stati Uniti, illustrando i propri risultati e chiedendo chiarimenti sull’obiettivo militare colpito e sulle precauzioni adottate.

Il Comando Usa ha fornito soltanto una breve risposta, lo stesso giorno dell’invio della richiesta, affermando che stava ancora “valutando tutte le segnalazioni di danni ai civili”, che le stava prendendo tutte “seriamente” e che le stava esaminando “approfonditamente”.

Eppure, a un anno di distanza, e nonostante l’elevatissimo numero di vittime civili, le autorità statunitensi non hanno reso pubblica alcuna valutazione relativa ai danni ai civili provocati dall’attacco al centro di detenzione per migranti né da altri attacchi aerei condotti in Yemen durante l’operazione militare del 2025 denominata “Rough Rider”.

Secondo il diritto internazionale, se viene accertato che un attacco ha causato danni ai civili in violazione del diritto internazionale umanitario, le vittime e le loro famiglie devono ricevere una piena riparazione.

Oltre agli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario, le istruzioni del Dipartimento della Difesa statunitense sulla mitigazione e risposta ai danni ai civili precisano che la prevenzione di tali danni non si limita al semplice rispetto del diritto internazionale umanitario e incoraggiano i comandanti ad adottare “ulteriori misure di protezione non richieste dal diritto di guerra, quando ritenute appropriate”.

Inoltre, se le indagini accertano attacchi diretti contro civili e beni civili oppure attacchi indiscriminati che colpiscono senza distinzione obiettivi militari e popolazione civile, causando morti o feriti, questi devono essere trattati come violazioni del diritto internazionale e potenziali crimini di guerra.

L’indagine di Amnesty International sull’attacco aereo ha concluso che si è trattato di un attacco indiscriminato e che pertanto dovrebbe essere indagato come possibile crimine di guerra.

“Gli Stati Uniti dovrebbero rendere pubblica rapidamente e in modo trasparente la propria valutazione sull’attacco al centro di detenzione per migranti in Yemen, così come sugli altri attacchi in Yemen e in Iran, indicando chiaramente i danni causati ai civili e le misure adottate per affrontarli”.

“Dove esistano prove sufficienti, le autorità competenti devono assicurare che i responsabili siano chiamati a rispondere, perseguendo chiunque sia sospettato di responsabilità penale per crimini di guerra, anche in base al principio della responsabilità di comando”, ha concluso Erika Guevara Rosas.

*I nomi delle persone intervistate sono inventati, al fine di proteggere la loro sicurezza.