Yemen,"Credevo che il mondo non sapesse cosa succede nel mio Paese"

Armi vendute per la guerra in Yemen: “Credevo che il mondo non sapesse cosa succede nel mio Paese”

7 marzo 2019

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La guerra in Yemen dura ormai da quasi 4 anni e la crisi umanitaria è stata giudicata dall’ONU tra le peggiori al mondo.

In questi anni abbiamo documentato decine di attacchi aerei devastanti che hanno violato il diritto internazionale, uccidendo e ferendo migliaia di civili, tra cui centinaia di bambini.

Inoltre, i bombardamenti, prendendo di mira anche costruzioni civili come ospedali, scuole, mercati e moschee, equivalgono a crimini di guerra.

Nonostante le denunce di crimini di guerra, le forniture di armi ai Paesi impegnati nel conflitto – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – continuano.

Solo nel 2017 ho preso coscienza di quanto sia importante il ruolo del commercio mondiale delle armi nella guerra in Yemen“, racconta Radhya al-Mutawakel, attivista dei diritti umani yemenita.

"Credevo che il mondo non sapesse cosa stesse succedendo nel mio Paese"

Radhya al-Mutawakel

Per al-Mutawakel, che dirige l’organizzazione per i diritti umani Mwatana, il momento decisivo in cui ha compreso gli effetti del commercio delle armi nella sanguinosa guerra civile dello Yemen è arrivato quando ha partecipato a una sessione del Consiglio dei diritti umani.

Radhya al-Mutawakel è una delle molte donne che hanno trascorso gli ultimi anni in prima linea nella campagna contro il commercio di armi.

Radhya è rimasta impressionata nel registrare la riluttanza con cui Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno acconsentito a un’indagine indipendente sui presunti crimini di guerra da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Settimane prima, un rapporto delle Nazioni Unite aveva documentato come gli attacchi aerei della coalizione abbiano ucciso almeno 933 civili in poco più di un anno.

Le immagini della piccola Buthaina, la bambina di cinque anni che ha perso tutta la sua famiglia a causa di un attacco aereo, erano da poco diventate virali.

Le nostre ricerche avevano evidenziato come la bomba che ha ucciso la famiglia di Buthaina fosse stata fabbricata negli Stati Uniti.

Ho capito allora che gli interessi finanziari di questi Paesi hanno una grande importanza e saranno il motivo per continuare a fornire ciecamente armi all’Arabia Saudita. Il commercio di armi è il punto chiave in questo conflitto“, racconta Radhya.

Il commercio globale di armi vale circa 100 miliardi di dollari ogni anno.

Nel 2014, gli attivisti che hanno lavorato per regolamentare questa formidabile industria hanno raggiunto un importante obiettivo quando è entrato in vigore il Trattato sul commercio delle armi delle Nazioni Unite (ATT).

Le regole dell’ATT sono semplici: i trasferimenti di armi sono proibiti se c’è il rischio assoluto che contribuiscano alle violazioni dei diritti umani, o se è noto che sarebbero stati usati per commettere crimini di guerra. Ma finora è stata una dura lotta per convincere i governi a rispettare queste regole.

L’organizzazione di Radhya al-Mutawakel è stata in prima linea nella lotta per far sì che i governi si assumessero le loro responsabilità per le morti civili in Yemen.

Siamo stati in grado di dimostrare che le armi prodotte da Regno Unito, Stati Uniti e Italia sono state utilizzate in attacchi aerei da parte della coalizione“, racconta Radhya.

All’inizio di quest’anno, Mwatana e due organizzazioni europee hanno avviato un’azione legale contro i funzionari del governo italiano e un produttore di armi italiano, dopo aver trovato resti di armamenti italiani sul luogo di un attacco del 2016 che ha provocato la morte di una famiglia di sei persone.

Per più di tre anni, la mia gente è stata uccisa dalle armi fatte e vendute dagli Stati, compresi quelli che hanno accettato di giocare secondo le regole del Trattato sul commercio di armi“, conclude al-Mutawakel.

Le testimonianze di queste due giovani e coraggiose attiviste donano nuova enfasi alla nostra battaglia in difesa dei diritti umani.

Continuiamo a chiedere al governo italiano di intraprendere un percorso nuovo nella difesa dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale sospendendo l’invio di materiali militari all’Arabia Saudita, come fatto recentemente dalla Svezia.

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