I coraggiosi attivisti che lottano per i diritti umani nel Brasile di Bolsonaro

I coraggiosi attivisti che lottano per i diritti umani nel Brasile di Bolsonaro

13 febbraio 2019

Tempo di lettura stimato: 3'

Con l’elezione di Jair Bolsonaro in Brasile permane un clima di paura. Nonostante questo, i giovani brasiliani non intendono farsi scoraggiare e si sono attivati per far sentire la loro voce. Abbiamo incontrato cinque attivisti per i diritti umani che rivelano com’è la vita a Salvador, in Brasile, e come stanno affrontando la violenza contro le donne, il razzismo e l’omofobia.

Lidiane, 33 anni

Ho vissuto con la paura, ma ora combatto per la mia comunità

Vivo in una favela dove la polizia fa irruzione frequentemente. Non danno spiegazioni su chi o cosa stiano cercando, ma si accaniscono contro chiunque cerchi di ostacolarli.

Sono lì per proteggerti, ma in realtà possono ferirti in qualsiasi momento. Da quando ero una bambina, questa è l’idea che mi sono fatta dei poliziotti. Nei ricordi della mia infanzia ritornano, prepotentemente, il rumore degli spari. Da piccola non capivo cosa fossero, ma crescendo mi sono resa conto di quanto fossero letali.

Vivere a Salvador significa crescere nella paura, ma questa paura ha alimentato la mia passione per la lotta e per la giustizia. Così ho studiato legge all’università: un modo per comprendere i problemi ed essere dentro al sistema e farmi portatrice dei bisogni delle persone della mia comunità.

Ogni giorno mi trovo ad affrontare gli stereotipi che rappresento: vengo dalla periferia, sono una donna e sono nera.

Diventare parte di Amnesty International è stato un punto di svolta. Ho passato la vita a lottare per i diritti umani e a mettere in discussione la disuguaglianza di genere. Quando ho partecipato al mio primo incontro, ho conosciuto persone che avevano storie simili alla mia.

Come avvocato praticante, sto lavorando a due casi nella mia comunità, fornendo supporto a coloro che non possono permetterselo. Voglio dimostrare agli altri che abbiamo il diritto di sognare e che è possibile superare le barriere che troviamo di fronte a noi.

Nubia, 33 anni

È importante essere parte di qualcosa di grande

Mio padre era un alcolizzato. Tutta la mia famiglia ha sofferto per questo. Quando ritornava dal lavoro erano botte per tutti: mia madre, i miei fratelli ed io. Aveva anche un fucile, e questo rendeva mia madre molto preoccupata.

Ma ho imparato a farcela, dovevo. Mia madre non aveva la forza di andarsene, così ho pensato fosse giusto affrontarlo. Non volevo che mio padre le facesse del male.

Sono trascorsi 4 anni da quando mio padre ha smesso di bere, ma sento di non avere ancora superato completamente la cosa. Non ho fatto seguito terapie e quando mi ritrovo a raccontare l’accaduto, le emozioni mi travolgono.

Incredibilmente, ho trovato conforto nel difendere altre donne che soffrono violenze domestiche. Una situazione che riguarda anche amici e vicini di casa.

Far parte del gruppo giovanile di Amnesty International in Salvador mi ha fatto capire che non sono sola. È importante essere parte di qualcosa di più grande, soprattutto considerando il clima attuale.

Il presidente Bolsonaro sta diffondendo parole e idee contrarie ai diritti umani. Tuttavia sono fiduciosa che le persone apriranno gli occhi e vedranno che c’è un altro modo di vivere.

Paulo, 29 anni

Diventerò qualcuno

Sono nato e cresciuto in un villaggio rurale a Bahia, in Brasile, dove il razzismo era la normalità.

I miei genitori hanno dato sempre molta importanza all’istruzione e, nonostante i pochi soldi, hanno deciso di iscrivermi a una scuola privata. Io e un altro ragazzo eravamo gli unici studenti di colore. Ho subito insulti da studenti e insegnanti.

Uno degli insegnanti mi ha chiamato “negretto” e una volta mi voleva dare un pugno in faccia.

Ho capito che aveva dei pregiudizi, ma ho deciso di ribellarmi. Ho pensato: “diventerò qualcuno“.

Ho studiato teologia all’università e successivamente ho completato un master. Durante gli studi universitari ho preso parte ai movimenti giovanili e ho imparato a conoscere i diritti umani.

Il destino ha fatto il proprio corso e ora, ironia della sorte, sono un insegnante nella stessa scuola in cui subivo discriminazioni e pregiudizi. Attualmente sto lavorando a un progetto per garantire che l’educazione ai diritti umani sia una parte fondamentale del programma scolastico e in prima persona sono il primo a insegnare il rispetto ai miei alunni.

Anche se stiamo vivendo tempi particolarmente difficili, i movimenti sociali in Brasile stanno diventando più forti. L’educazione ai diritti umani è un seme che può trasformare il nostro modo di vedere il mondo. La mia speranza è che tutti i semi che ho piantato fioriranno.

Maira, 32 anni

Altre donne coraggiose mi hanno dato forza

Quando avevo 20 anni, mia madre fu uccisa dal suo ex marito che non accettava la fine della loro relazione.

In Brasile la violenza contro le donne è diffusa e il caso di mia madre è solo uno dei tanti.

Ho trascorso un anno difficile, di lutto. Ho dovuto trovare la forza per andare avanti. Pensavo che non avrei mai più riso. Siamo sempre state io e mia madre: per me era la persona più importante della vita e ora non c’è più.

Proprio per le esperienze vissute, ho avuto difficoltà a parlare pubblicamente di temi come violenza di genere e femminismo, ma oggi sento di avere più coraggio. Come?

Ho tratto forza da altre donne forti, come le mie due zie – una delle quali è come una seconda madre per me. Senza di loro non sarei la donna che sono oggi: mi hanno dato una ragione per continuare a vivere.

Da quando mia madre è morta, assistere alle ingiustizie mi colpisce in modo profondo. Questa emozione mi ha spronato ad unirmi al gruppo giovanile di Amnesty International a Salvador. Ho capito il significato della vita, la ricchezza e il valore di essa. È incredibile far parte di un gruppo di persone che condividono le stesse emozioni.

I prossimi anni saranno difficili ma abbiamo dentro una forza che non terremo nascosta e che ci aiuterà.

C’è un movimento di unità in Brasile: non ci arrenderemo.

Jamille, 26 anni

I diritti umani sono per tutti e dobbiamo difenderli 

Quasi ogni giorno, i miei diritti vengono calpestati soltanto perché sono una donna di colore. Sono una studentessa all’università di Salvador. Sono qui per testimoniare il mio diritto alla diversità, il mio diritto a studiare qui, ma la gente non crede io lo meriti, perché ho la pelle nera.

Ma ho ancora speranza. Sono orgogliosa di dire che sono un’attivista per i diritti umani. È un modo per ricordare alle persone che i diritti umani sono per tutti e che dobbiamo difenderli.

Dato il clima attuale temo che non cambierà nulla, ma la mia speranza è che insieme si possa creare un mondo più accogliente per la diversità e meno disuguale.

Sta a noi creare questo mondo insieme.