Cina, Amnesty International denuncia campagna di intimidazione contro gli uiguri all’estero - Amnesty International Italia

Cina, Amnesty International denuncia campagna di intimidazione contro gli uiguri all’estero

21 Febbraio 2020

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Secondo nuove testimonianze raccolte da Amnesty International, la Cina sta sottoponendo a intimidazioni gli uiguri e gli appartenenti ad altre minoranze musulmane persino dopo che hanno lasciato il paese, attraverso pressioni delle ambasciate, minacce telefoniche e azioni sulle app di messaggistica.

Le agghiaccianti testimonianze che abbiamo raccolto dimostrano quanto l’ombra della repressione contro le minoranze musulmane della Cina vada ben oltre i confini“, ha dichiarato Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International sulla Cina.

Anche dopo essere fuggiti dalla persecuzione nello Xinjiang, gli uiguri e i membri delle altre minoranze musulmane non sono al sicuro. Il governo cinese trova modo di raggiungerli, sottoporli a intimidazioni e tenta persino di riportarli indietro facendo pressioni sugli altri governi“, ha aggiunto Poon.

Dal settembre 2018 al settembre 2019 Amnesty International ha raccolto informazioni da circa 400 uiguri, kazachi, uzbechi e altri membri delle minoranze a predominanza musulmana che vivono attualmente in 22 stati. I loro racconti rivelano il clima di minaccia e di terrore che queste comunità affrontano giorno dopo giorno.

Numerosi uiguri intervistati da Amnesty International hanno riferito che le autorità locali del Xinjiang prendono di mira i loro parenti per cercare di ridurre al silenzio le comunità uigure residenti all’estero. Altri hanno denunciato l’uso, da parte delle autorità cinesi, delle app di messaggistica per rintracciarli, contattarli e minacciarli.

Le testimonianze raccolte descrivono la dimensione globale della campagna cinese contro gli uiguri, i kazachi e le altre minoranze originarie del Xinjiang, che si basa essenzialmente sulla raccolta di informazioni da parte di ambasciate e consolati cinesi.

Dal 2017 la Cina ha avviato una campagna senza precedenti di arresti di massa nello Xinjiang, ai danni di uiguri, kazachi e altri gruppi etnici per lo più musulmani.

Si stima che almeno un milione di persone si trovi nei cosiddetti centri di “formazione professionale” o di “trasformazione attraverso l’istruzione”, dove vengono commesse gravi violazioni dei diritti umani.

Questa settimana, vari organi d’informazione internazionali hanno diffuso un documento del governo cinese di 137 pagine che contiene dettagli personali su persone residenti nello Xinjiang – tra cui le loro abitudini religiose e i legami di parentela – allo scopo di determinare se dovranno essere internate nei campi di “rieducazione”. Questo documento conferma dettagliate prove di violazioni dei diritti umani in precedenza documentate da Amnesty International.

Nonostante la Cina continui a negare l’esistenza di campi d’internamento, vi sono sempre maggiori prove che chiunque sia rimandato nello Xinjiang rischia concretamente di essere inviato in questi campi e lì sottoposto a gravi violazioni dei diritti umani”, ha commentato Poon.

Per questo, è fondamentale che tutti i governi degli stati ove è presente la diaspora uigura prendano provvedimenti per difenderla dalle intimidazioni degli agenti e delle ambasciate cinesi e impedire il loro ritorno forzato in Cina”, ha concluso Poon.

Secondo il Congresso mondiale uiguro, circa un milione e 600 mila uiguri vivono fuori dalla Cina. Ampie comunità della diaspora uigura si trovano in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, gruppi più piccoli in altri paesi tra i quali Afghanistan, Australia, Belgio, Canada, Germania, Norvegia, Russia, Arabia Saudita, Svezia, Paesi Bassi, Turchia e Stati Uniti d’America.