Covid-19 e didattica a distanza: come nascono le disuguaglianze a scuola - Amnesty International Italia

Covid-19 e didattica a distanza: come nascono le disuguaglianze a scuola

6 Giugno 2020

Tempo di lettura stimato: 8'

Intervista ad Antonio Schizzerotto, Professore Emerito di Sociologia del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento

Qual era la situazione della scuola italiana prima del Covid-19 rispetto alle pari opportunità educative?

Per quanto riguarda le possibilità di accesso al sistema scolastico negli ultimi anni, possiamo dire che non ci sono clamorosi fenomeni di mancata frequenza almeno nella fascia d’età 6-17/18, se escludiamo la situazione di chi si trova a ripetere più volte la stessa classe e finisce per abbandonare gli studi.

Sono altri però gli ordini di disparità: il primo è quello collegato al fatto di frequentare in età regolare o meno il sistema di istruzione almeno fino al sedicesimo anno, non tutti ce la fanno e questa è una prima forma di disuguaglianza, marginale, ma che esiste ancora.

Una seconda forma di disuguaglianza riguarda i rendimenti:, anche se tutti vanno a scuola, non tutti hanno gli stessi esiti in termini di acquisizione di competenze cognitive, come ci informano i test PISA e i test INVALSI.

Infine, riguardo la secondaria di secondo grado, abbiamo disuguaglianze non di poco conto rispetto all’indirizzo di scuola frequentato.

Sappiamo poi che tutte queste tre forme di disuguaglianza sono collegate alle origini sociali delle persone, segnatamente al livello di istruzione delle famiglie: quanto più elevato è questo livello di istruzione, tanto più è possibile che si riesca ad accedere regolarmente fino ai gradi superiori della secondaria. Su queste scelte influiscono anche le possibilità economiche, la classi sociali in quanto tali: quanto più la famiglia ha disponibilità economiche, tanto più è probabile che lo studente riesca ad ultimare la scuola superiore e a frequentare i licei.

Il terzo elemento che influisce su questo ordine di disuguaglianze che abbiamo elencato è ovviamente l’aspetto territoriale o di contesto socio economico, nel senso che nelle zone meno sviluppate e marginali del paese i rischi di incorrere in queste tre forme di disuguaglianza è maggiore.

Secondo lei è possibile già da adesso valutare che impatto ha avuto o potrà avere la didattica a distanza (DaD) sul sistema scolastico italiano?

Con la didattica a distanza tutte le disuguaglianze si sono acuite, innanzitutto perché sappiamo che non tutte le zone del paese sono ugualmente coperte da connessione internet, inoltre secondo i dati ISTAT, una quota non banale di popolazione scolastica non ha accesso diretto o indiretto a strumenti come tablet, pc portatili, o i-phone.

Si sono acuite anche le disparità a livello di capitale culturale della famiglia di origine, perché le lezioni online non sono esattamente come le lezioni in classe, mancando l’interazione diretta tra insegnante e alunno. In questa situazione nuova, rappresenta una grande differenza vivere in una famiglia con genitori che possono aiutare nei compiti, nelle risposte alle interrogazioni e possono accedere in modo oculato a internet. Se il capitale culturale familiare è insufficiente, c’è una capacità differenziale di mediazione culturale che i genitori istruiti possono esercitare nei confronti dei loro figli a parità di strumentazione informatica o di accesso alla rete.

Accanto a questi due elementi che contribuiscono ad accrescere questo tipo di disparità, c’è un terzo elemento che riguarda le dinamiche di classe e l’attenzione differenziale che un insegnante in presenza può dare e quella che invece può dare via internet e questo ha dei risvolti anche sulle motivazioni e sui controlli della frequenza scolastica. Voglio dire che nelle situazioni nelle quali la motivazione e la partecipazione ai processi formativi è molto contenuta, possono emergere problemi di evasione dall’obbligo, facilitati ulteriormente dal fatto che è più difficile anche solo verificare l’effettiva frequenza dello studente durante i collegamenti.

Bisogna considerare poi che la scuola è un importante agente di socializzazione, perché mette in rapporto i bambini e i ragazzi con adulti che rappresentano figure di riferimento diverse dai genitori; la scuola è la prima istanza che allarga il mondo adulto al di fuori del nucleo familiare o parentale, ed è nella scuola che si forma il gruppo dei pari e si entra in contatto con i propri coetanei.

Nella didattica a distanza vengono meno queste due importanti componenti: l’abitudine ad interagire con ruoli adulti diversi da quelli familiari e la possibilità di avere un contesto sociale formato da coetanei, i compagni di scuola, le amicizie etc. Questo vale soprattutto per la scuola primaria e la secondaria di primo grado, dove la mancanza di questi elementi aggiuntivi può complicare il livello di crescita, non solo cognitivo ma anche quello della capacità di assumere i vari ruoli sociali e di avere un processo di socializzazione completo.

Il noto ritardo tecnologico italiano rispetto agli altri paesi ha acuito le diseguaglianze educative oppure questo aspetto è marginale e sono altri gli elementi che vanno presi in considerazione?

Non è solo un problema di ritardo nelle connessioni internet, nella minore portata delle nostre reti rispetto a quelle per esempio di Francia e Germania o dell’Austria o del fatto che in questi paesi c’è un uso dei device diverso rispetto al nostro e le procedure di e-learning in ambito scolastico sono più sviluppate rispetto alla nostra realtà.

Il vero ritardo che stiamo scontando si riferisce alle pratiche socializzative e agli apprendimenti in classe. In Germania, ad esempio, hanno fatto in modo che seppur a settimane alterne tutti i bambini e i ragazzi potessero andare a scuola, separando le classi in turni settimanali.

Manca un progetto di interventi sul sistema scolastico capace di contenere le disparità sociali e capace di contenere il rischio di perdita delle competenze di tipo cognitivo che la scuola dovrebbe essere in grado di offrire.

Questa situazione ci ha fatto riflettere su questioni centrali per la nostra democrazia. Nel caso dell’istruzione, crede che la pandemia e le conseguenze che ha generato possano davvero portare a un cambiamento positivo?

Io sono un po’ pessimista se devo fare riferimento alla classe politica del nostro Paese, che non è abituata a fare disegni di intervento di medio e di lungo periodo.

Bisogna intervenire su diversi livelli: infrastrutturale, di electronic device, di preparazione di insegnanti e genitori, per gettare le basi di una pedagogia e una didattica online fino ad ora inesistenti. Quindi da questo punto di vista io spero che qualcosa si muova, non ne sono però così sicuro.

Non è stata aumentata in nessun modo la resilienza del nostro sistema scolastico, la sua capacità di agire sulla pluralità di leve per la trasmissione di competenze e per il potenziamento del processo di socializzazione anche a distanza, determinanti soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria.