Covid-19: la nostra lotta per un vaccino equo

Covid-19: la nostra lotta per un vaccino equo

8 Dicembre 2020

Tempo di lettura stimato: 12'

La corsa verso il vaccino contro il Covid-19 sta acquisendo ritmo e sembra ci possa essere una luce in fondo al tunnel. Ma mentre i paesi ricchi continuano ad accumulare dosi, il potenziale impatto salvavita rischia altrove di essere compromesso dall’ineguaglianza e dagli interessi aziendali.

Per questo, Amnesty International chiede che i vaccini siano disponibili per tutte e tutti, a prescindere da dove vivano, da chi siano e da quanto guadagnino.

Quella della pandemia da Covid-19 è una crisi globale che terminerà solo attraverso la cooperazione globale e il rispetto per i diritti umani. Se partiremo da questo dato di fatto, potremo lasciarci il Covid-19 alle spalle e costruire un futuro più equo e sostenibile. Ecco ciò che bisognerà fare perché questo accada.

Tenere presenti i diritti umani nel decidere chi deve essere vaccinato prioritariamente

La questione di chi debba essere vaccinato prima è complessa. Tutte e tutti abbiamo il diritto di essere protetti dal Covid-19. Ma poiché le prime forniture di dosi saranno limitate, sarà necessario dare la precedenza a coloro che sono più a rischio: gli operatori sanitari, le persone anziane e quelle con pregresse patologie sanitari.

I governi dovranno anche considerare quei fattori riguardanti i diritti umani che pongono più a rischio singole persone e intere comunità. Oltre ad avere acuito le preesistenti ineguaglianze, la pandemia ha avuto un impatto sproporzionato su gruppi storicamente discriminati e marginalizzati.

Ad esempio, le comunità native dell’Amazzonia ecuadoriana corrono pericoli maggiori a causa della scarsità di acqua potabile, fonti alimentari, cure mediche, servizi sanitari e test per verificare il contagio da Covid-19. Ad aprile una fuoriuscita di petrolio ha inquinato le fonti alimentari e idriche di molte comunità, facendo aumentare i rischi d’infezione.

Le persone che vivono in campi per rifugiati sovraffollati e in condizioni insalubri sono a loro volta in maggiore pericolo di contagio. Per di più, in molti stati i migranti e i rifugiati privi di documenti spesso non hanno accesso alle cure mediche, vaccini compresi.

Insomma, nella valutazione del rischio di contagio e dunque delle decisioni su chi deve avere la priorità, devono essere presi in considerazione fattori quali le condizioni di vita e di lavoro, l’accesso ai servizi igienico-sanitari. Una limitata definizione dei fattori di rischio potrebbe impedire l’accesso al vaccino a persone che ne hanno più bisogno.

Allo stesso modo, una tempestiva messa a disposizione del vaccino agli operatori sanitari deve riguardare non solo coloro che lavorano nel settore della sanità (come medici, infermieri ecc) ma anche i conducenti delle ambulanze, il personale amministrativo, quello delle case di cura e tanti altri ancora.

Ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, gli stati hanno l’obbligo di collaborare per reagire a una pandemia e quelli più ricchi hanno la responsabilità specifica di sostenere quelli con meno risorse a disposizione. Purtroppo alcuni governi hanno già adottato l’approccio del “prima io”, che potrebbe compromettere l’efficacia del vaccino.

Una ricerca condotta da Oxfam ha rilevato che gli stati più ricchi, che rappresentano solo il 14 per cento della popolazione globale, hanno già acquistato oltre la metà delle dosi di vaccino che saranno messe a disposizione dalle cinque principali aziende farmaceutiche autorizzate o in via di autorizzazione alla produzione. Alla fine del mese di novembre, oltre l’80 per cento della produzione di vaccini prevista per il 2021 da Pfizer/BionTech e da Moderna era stato già venduto ai paesi ricchi.

Oltre a negare a milioni di persone i loro diritti umani, la politica del “nazionalismo dei vaccini” è preoccupantemente di corte vedute. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che per raggiungere l’immunità di gregge sarà necessario vaccinare circa il 70 per cento della popolazione mondiale. Accumulare vaccini per pochi non porrà fine alla pandemia.

Gli stati dovranno dunque cooperare per assicurare che ognuno abbia accesso al vaccino appena disponibile. In altre parole, dovranno evitare di fare grandi accordi bilaterali con le aziende farmaceutiche e dovranno sostenere le iniziative globali che cercano di garantire un equo accesso al vaccino per tutti gli stati, come lo schema Covax dell’Oms.

Gli schemi di condivisione del vaccino dovranno essere autenticamente equi

Lo schema Covax è un modo per unire le risorse dei paesi e di investirle nell’acquisto del maggior numero possibile di vaccini, distribuendoli in modo giusto ed equo. Finora 178 stati hanno aderito allo schema con, purtroppo, eccezioni di rilievo tra cui Stati Uniti d’America e Russia.

Resta da vedere se lo schema Covax sarà in grado di raggiungere l’obiettivo di una distribuzione giusta ed equa. L’iniziativa è stata già criticata perché consentirà agli stati ricchi di richiedere dosi equivalenti al 50 per cento della loro popolazione mentre le dosi fornite a quelli meno abbienti ne copriranno solo il 20 per cento. Gli stati ricchi inoltre potranno pagare un prezzo più alto per scegliere il vaccino che desiderano. Insomma, si tratta di un sistema a doppio binario, che potrebbe compromettere l’obiettivo di rendere il vaccino accessibile a tutte e a tutti.

Gli stati aderenti allo schema Covax dovranno sollecitare un significativo coinvolgimento delle società civili e dei paesi in via di sviluppo nel processo decisionale e rispettare i principi della trasparenza e dell’assunzione di responsabilità.

Le aziende farmaceutiche dovranno anteporre le persone alle licenze

Quando viene sviluppato un nuovo farmaco, all’azienda che lo ha prodotto vengono solitamente dati i diritti di proprietà intellettuale. Questo significa che quell’azienda è l’unica che può produrre quel farmaco per un dato periodo di tempo e stabilirne il prezzo.

Le leggi sulla proprietà intellettuale possono inoltre limitare la condivisione delle informazioni sulla ricerca e lo sviluppo del formato: quindi, se un’azienda farmaceutica scopre un vaccino efficace contro il Covid-19, ha il diritto di tenere per sé le informazioni relative.

Sappiamo già quanti danni recherebbe dare priorità alle licenze rispetto alle persone. Per anni le persone che avevano l’Hiv/Aids sono state penalizzate da aziende farmaceutiche che producevano quantità scarse di medicinali e le mettevano sul mercato a prezzi incomprensibilmente alti. Queste aziende hanno fatto profitti vendendo i loro farmaci nei paesi ricchi mentre milioni di persone non erano in grado di accedere a cure mediche in grado di salvare vite umane.

Gli standard internazionali sui diritti umani sono chiari: la salute pubblica ha la precedenza sul diritto delle aziende a proteggere la loro proprietà intellettuale.

Per incoraggiare le aziende farmaceutiche a condividere le loro informazioni, l’Oms ha istituito il Pool di accesso alla tecnologia riguardante il Covid-19 (C-Tap), in cui esse possono condividere informazioni e licenze sulle loro scoperte. Se le aziende aderissero al C-Tap, la quantità di ricerche disponibili pubblicamente aumenterebbe, la produzione dei vaccini contro il Covid-19 crescerebbe e i costi delle dosi diminuirebbero.

Purtroppo ad oggi nessun’azienda ha aderito al C-Tap. Oxford/AstraZeneca è l’unica azienda a essersi impegnata a vendere il vaccino senza fare prodotti finché durerà la pandemia. Altre aziende dovrebbero imitarla emanando licenze aperte e non esclusive per assicurare che il vaccino arrivi al maggior numero possibile di persone.

Il vaccino dovrebbe essere somministrato gratuitamente nei centri di assistenza sanitaria

Nel rispetto dei loro obblighi sui diritti umani, i governi devono prendere misure per eliminare ogni barriera economica che le persone potrebbero affrontare nell’accesso al diritto alla salute.

Come ogni impresa economica, anche le aziende farmaceutiche hanno responsabilità in materia di diritti umani. Nel 2008 l’esperto sul diritto alla salute delle Nazioni Unite ha pubblicato delle linee-guida su come le aziende farmaceutiche dovrebbero adempiere alle loro responsabilità, tra cui la valutazione del modo in cui rendere economicamente accessibili i loro prodotti al maggior numero possibile di persone.

Il costo di un farmaco può impedire l’accesso alle cure mediche, specialmente a danno dei gruppi marginalizzati. Ad oggi almeno la metà della popolazione mondiale non può avere accesso a cure mediche essenziali. Dunque, il 50 per cento del mondo non potrà ricevere un vaccino a meno che questo non sia somministrato gratuitamente nei centri di assistenza sanitaria.

I governi devono fare tutti gli sforzi possibili per far sì che sia valsa la pena produrre il vaccino e investire su di esso. I vaccini costituiscono uno degli interventi più dispendiosi nel campo della salute pubblica: quello contro il Covid-19 può interrompere tempestivamente la catena di trasmissione del virus tra le persone, evitando ulteriori impatti per la salute e per l’economia.

L’Oms ha stimato che un investimento di 38 miliardi di dollari per finanziare al 100 per cento una delle iniziative collettive in favore dell’accesso globale ai prodotti sanitari contro il Covid-19 verrebbe recuperato attraverso attività economiche “in meno di 36 ore, una volta che la mobilità e i commerci riprenderanno”.

Il vaccino dev’essere sicuro e accettato dal punto di vista culturale

I vaccini devono essere in linea con i più recenti standard in termini di sicurezza ed efficacia sviluppati dalla comunità scientifica: la salute è più importante della velocità.

Inoltre, i piani di immunizzazione devono essere eseguiti in conformità alla protezione dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda il consenso informato.

Ciò significa che i governi dovranno fornire informazioni chiare sui benefici della vaccinazione, contrastare la cattiva informazione ed essere trasparenti su ogni fase dello sviluppo del vaccino. I benefici del vaccino dovranno essere spiegati e comunicati in modo comprensibile da tutte e da tutti, in lingue conosciute e in formati comunicativi accessibili.

Questa componente essenziale del diritto alla salute è essenziale per trarre il massimo vantaggio dal vaccino, poiché le persone possono prendere decisioni consapevoli sulla loro salute solo quando ricevono informazioni accurate e tempestive.