Crisi dei rohingya: quasi 600.000 in Bangladesh - Amnesty International Italia

Crisi dei rohingya: quasi 600.000 in Bangladesh

23 ottobre 2017

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Quasi 600.000 rohingya si sono riversati nella regione di Cox’s Bazar in Bangladesh. Il 23 ottobre, in occasione dell’incontro tra gli alti rappresentanti dei paesi donatori presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra, Omar Waraich, vicedirettore per l’Asia sudorientale di Amnesty International ha auspicato un intervento della comunità internazionale.

Si tratta di una crisi senza precedenti, che ha bisogno di una risposta immediata e di lungo periodo da parte della comunità internazionale. Un numero maggiore di paesi, compresi quelli della regione, deve giocare un ruolo molto più rilevante e condividere le responsabilità. Il Bangladesh è un paese povero, ha mostrato grande generosità, ma non più essere lasciato da solo a gestire questa situazione“, ha dichiarato in una nota ufficiale Waraich.

Una nostra delegazione ha visitato i campi sovraffollati del Bangladesh. I rohingya sono stipati dentro precarie tende di bambù e teli di plastica, con problemi serissimi di accesso all’assistenza di primo soccorso, ai servizi medici, a spazi sicuri per le donne e all’istruzione per bambini e ragazzi, che rappresentano più del 61 per cento della popolazione dei rifugiati.

 

Questi rifugiati sono profondamente traumatizzati e sopravvivono in condizioni di estrema difficoltà, senza la prospettiva di poter tornare a casa in tempi rapidi. La comunità internazionale deve approntare soluzioni che possano rispondere ai loro bisogni nell’immediato, ma anche nel lungo termine“, ha aggiunto Waraich.

Le agenzie umanitarie hanno registrato alti livelli di malnutrizione acuta, in particolare fra i bambini, oltre al rischio di malattie come il colera, per via delle cattive condizioni dell’acqua e dei servizi sanitari.

Se si vorrà garantire il pieno recupero fisico, mentale ed emotivo di questa popolazione, così profondamente traumatizzata, sarà inoltre indubbiamente necessario prevedere forme di assistenza psicosociale, o progetti di sostegno, per fornire aiuto nel breve, medio e lungo periodo.

Crisi dei rohingya in Bangladesh: di cosa hanno bisogno

La comunità internazionale dovrebbe considerare una serie di bisogni urgenti dei rifugiati rohingya, dal trasporto verso i campi alla costante assistenza medica e di primo soccorso.

I rifugiati intervistati da Amnesty International hanno parlato di viaggi strazianti dai loro villaggi, dove erano stati attaccati, ai campi in Bangladesh. Molti hanno riferito di essere stati costretti a pagare somme altissime per raggiungere il Bangladesh in barca. Coloro che non avevano denaro hanno raccontato di essere stati costretti a pagare il passaggio in barca con gioielli o altri beni di valore.

I rifugiati rohingya, dopo aver camminato per giorni spesso scalzi, affamati e feriti e dopo aver dato fondo a tutti i loro beni devono subire un’estorsione per poter percorrere l’ultimo tratto del loro viaggio“, ha dichiarato Charmain Mohamed, responsabile per i diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.

Quando finalmente sono arrivati in Bangladesh, alcuni rifugiati hanno dovuto percorrere altri chilometri prima di arrivare ai campi. Il loro viaggio non dovrebbe essere reso ancora più difficile di quanto già non sia. Dovrebbero ricevere aiuto durante tutto il loro percorso alla ricerca della salvezza“, ha aggiunto Mohamed.

Data la mancanza di provvedimenti da parte delle autorità di Myanmar nei confronti dei responsabili delle violazioni dei diritti umani – crimini di guerra compresi – nei confronti dei rohingya, molti rifugiati hanno paura di tornare in Myanmar.

Crisi dei rohingya: cosa possono fare gli altri stati asiatici

Oltre ai bisogni immediati, la comunità internazionale deve aiutare il Bangladesh ad affrontare l’attuale crisi umanitaria nel più lungo periodo. Questo significa anche pretendere l’individuazione dei responsabili dei crimini contro l’umanità e la fine del radicato sistema di discriminazione che i rohingya subiscono da anni Myanmar.

I paesi donatori dovrebbero affrontare la questione dei rohingya in Bangladesh inquadrandola nel lungo periodo e aumentare il finanziamento dei programmi di assistenza in modo tale da assistere i rifugiati ad accedere ad altri servizi necessarie a iniziare a reclamare la loro dignità; finanziare immediatamente programmi educativi per i bambini rohingya, che costituiscono il 61 per cento dei nuovi arrivati; fornire sostegno psicosociale, data l’ampiezza del trauma con cui convivono i rifugiati; assicurare un approccio complessivo che includa il sostegno alle comunità ospitanti; coinvolgere le comunità locali e quelle dei rifugiati nell’elaborazione dei programmi e nella loro attuazione, sincerandosi che le persone ricevano gli aiuti più appropriati ai loro bisogni; rimpiazzare gli attuali campi sovraffollati situati in zone collinari con strutture situate su terreni ampi e dotate di infrastrutture adeguate che favoriscano l’accesso umanitario e diminuiscano i rischi di scontri e di altri problemi.

I paesi donatori dovrebbero avere un approccio più duraturo nel tempo per quanto riguarda i rifugiati rohingya. La dimensione di questa crisi umanitaria è tale che la comunità internazionale non riesce a prevedere la risposta necessaria. Le autorità del Bangladesh e le agenzie umanitarie stanno disperatamente cercando di aumentare le loro operazioni e devono essere aiutate, non solo per i prossimi pochi mesi, ma fino a quando sarà necessario, in altre parole fino a quando i rifugiati rohingya non potranno rientrare nel loro paese volontariamente e in condizioni di dignità e sicurezza“, ha sottolineato Mohamed.

Sebbene la conferenza dei paesi donatori di Ginevra riguardi i bisogni umanitari in Bangladesh, la comunità internazionale non deve dimenticare la crisi umanitaria in corso in Myanmar.

Le agenzie e le organizzazioni umanitarie devono avere accesso completo e non ostacolato in tutte le zone dello stato di Rakhine colpite dal conflitto per valutare i bisogni della popolazione e fornire rifugio, cibo, cure mediche e protezione“, ha concluso Mohamed.

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