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Il personale sanitario palestinese della Striscia di Gaza occupata affronta pericoli senza precedenti; molte persone sono detenute nelle prigioni israeliane in condizioni che violano il diritto internazionale umanitario. Amnesty International continua a documentare queste violenze sistematiche, compreso l’uso diffuso di maltrattamenti e torture. Chiediamo la scarcerazione immediata e senza condizioni di tutte le persone palestinesi detenute arbitrariamente.
Il dottor Ahmad Mhanna, ex direttore dell’ospedale Al-Awda nel nord della Striscia di Gaza, racconta i suoi 22 mesi di detenzione nelle carceri israeliane. Qui di seguito sono riportate le sue parole.
Verso le 16 del 16 dicembre 2023, l’esercito israeliano ha fatto irruzione nell’ospedale Al-Awda, nel campo profughi di Jabalia. Mi hanno ammanettato e bendato, poi portato in una casa poco distante mentre ero ancora in divisa. Per tutta la notte sono stato lasciato immobilizzato sulle scale.
I soldati non mi hanno mai interrogato. Nel cuore della notte, l’edificio ha iniziato a tremare violentemente per il rumore di un bulldozer lì vicino. La polvere era soffocante e, finché il mezzo non si è allontanato, ho temuto che la casa mi sarebbe crollata addosso.
Alle 8 del mattino seguente mi hanno tolto le manette. Un soldato mi ha ordinato di tornare in ospedale, dicendo in modo minaccioso: “Se ti rifiuti di collaborare, parlerà la pistola”. Gli ho risposto che non avevamo nulla da nascondere; la mia priorità era la sicurezza dei pazienti.
Sono stato costretto a fornire un elenco di tutte le persone presenti nella struttura e a chiamare per nome tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni affinché venissero interrogati. È stato ordinato loro di spogliarsi e di rimanere solo con la biancheria intima nonostante facesse molto freddo. Tra le persone arrestate c’erano diversi miei colleghi e un paziente con una gamba amputata. Proprio quando pensavo che fosse finita, un soldato mi ha indicato dicendo: “I miei colleghi di Tel Aviv vogliono bere qualcosa con te”. In quel momento ho capito che sarei stato detenuto a tempo indeterminato.
Siamo stati trasferiti in camion attraverso il valico di Erez. Quando i soldati hanno notato che non ero bendato, mi hanno colpito violentemente al petto, mi hanno rimesso le manette e mi hanno ordinato di tenere la testa bassa.
All’arrivo nella prima struttura siamo stati portati nella “stanza della discoteca”. Il pavimento era di pietra nuda, coperto solo da un tappetino da yoga. Un ventilatore soffiava aria gelida mentre musica israeliana ad altissimo volume veniva riprodotta senza interruzione per 24 ore con l’obiettivo deliberato di privarci del sonno.
Durante i primi interrogatori, durati ore, mi hanno accusato di aver fornito cure mediche ai combattenti. Un soldato che si è presentato come generale, insoddisfatto delle mie risposte, mi ha minacciato di ulteriori violenze. Sono stato picchiato e insultato, hanno detto che mi avrebbero rotto le ossa.
In seguito siamo stati trasferiti a Sde Teiman, una base militare israeliana utilizzata anche come centro di detenzione. Qui un soldato ha minacciato di fare del male a mia moglie e alle mie figlie. Durante quei 24 giorni non sono mai comparso davanti a un giudice. A un certo punto siamo stati trasferiti ad Al-Kallaba (“il canile”), dove sono rimasto sempre ammanettato mentre le guardie ci aizzavano i cani contro: ricordo ancora distintamente il peso di un cane sdraiato sulla mia schiena.
Alla fine sono stato trasferito nel centro di detenzione di Ketziot, nel Negev/Naqab. Siamo stati sottoposti alla tashrifa (“accoglienza”), un rituale di pestaggi e umiliazioni durante il quale ci veniva gettata addosso acqua bollente. Sono rimasto per un anno e due mesi in questa struttura fatta di tende, dove la maggior parte di noi dormiva per terra.
Sono comparso davanti a un giudice per la prima volta tre mesi dopo l’inizio della mia detenzione attraverso una breve videochiamata via computer. Mi è stato detto che ero detenuto sulla base di “prove segrete” ai sensi della Legge sui combattenti illegali. Paradossalmente, in un’udienza mi hanno accusato di essere affiliato ad Hamas e in quella successiva al Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Il mio unico vero “crimine” è stato essere un medico.
In carcere la fame era imposta deliberatamente. Era progettata per spogliarci della nostra umanità, riducendoci alla mera sopravvivenza. Il cibo era sporco, scarso e talvolta mescolato a cenere di sigarette. Quando le guardie scoprivano che qualcuno aveva conservato degli avanzi, tutti quelli che condividevano la cella venivano puniti.
L’igiene era inesistente. Niente sapone, niente spazzolini da denti e nessuna doccia per sei mesi: la conseguenza è stata la diffusione della scabbia. Durante quei sei mesi non ci è stato permesso di cambiarci i vestiti. Due detenuti sono morti davanti ai miei occhi. Uno è morto di ascite. Ho implorato le guardie di portare degli antibiotici, dicendo che avremmo potuto salvarlo. La guardia mi ha risposto: “Qui non sei un medico, sei un terrorista”.
La prima volta che ho ricevuto la visita di un avvocato è stata sette mesi dopo il mio arresto. Fino ad allora la mia famiglia non sapeva nemmeno se fossi vivo. Mi ha raccontato che mia moglie Alaa non aveva lasciato nulla di intentato per cercarmi. Quelle parole mi hanno fatto sentire di nuovo umano.
Le condizioni non sono cambiate: eravamo in 40 in una tenda di 50 metri quadrati. Infine, l’11 ottobre 2025, il Comitato internazionale della Croce rossa mi ha fatto visita e mi ha informato che il mio nome era in una lista di persone che sarebbero state scarcerate. Hanno parlato della consegna di un “kit per la dignità”. Sentire la parola dignità dopo mesi in cui ero stato trattato come un animale è stato molto forte.
Sono stato scarcerato un lunedì e sono arrivato all’ospedale Nasser, accolto dai miei colleghi. Ero fisicamente esausto e avevo perso 28 chili. Ho appreso che l’ospedale Al-Awda era stato gravemente danneggiato. Tuttora resta inaccessibile, oltre la “linea gialla” istituita dall’esercito israeliano.
Lotto ancora contro insonnia, ansia e traumi. Tuttavia, nonostante tutto, voglio ancora lavorare. Ero un medico quando mi hanno portato via e sono un medico anche ora che sono tornato. Il mio impegno verso i pazienti resta l’unica cosa che non sono riusciti a portarmi via.