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Il 2 luglio 1976 la Corte Suprema degli Stati Uniti emetteva la sentenza “Gregg v. Georgia”, aprendo la strada alla ripresa delle esecuzioni capitali dopo la moratoria inaugurata dalla sentenza “Furman v. Georgia” del 1972.
In quell’occasione la Corte, con cinque giudici a favore su nove, aveva dichiarato incostituzionale la pena capitale in quanto violava l’VIII e il XIV Emendamento alla Costituzione, che vietano pene “crudeli e inusuali”. Più di 630 condannati a morte videro le proprie sentenze commutate. Le opinioni dei giudici che avevano votato per l’incostituzionalità erano un catalogo di tutto ciò che non funzionava – e non funziona ancora – nel sistema capitale americano. Il giudice Thurgood Marshall, il primo afroamericano a sedere alla Corte Suprema, scrisse senza mezzi termini: “La pena capitale viene applicata in modo discriminatorio contro determinate classi identificabili di persone; inoltre, esistono prove che innocenti sono stati messi a morte prima che la loro innocenza potesse essere dimostrata”.
Il giudice William Douglas puntò il dito sulla disuguaglianza strutturale: “Sarebbe inutile cercare nelle nostre cronache l’esecuzione di qualsiasi membro degli strati abbienti di questa società”. La povertà, il razzismo, l’arbitrarietà: queste erano le fondamenta su cui poggiava la pena di morte in America.
Sembrava la fine. Non lo era. “Gregg v. Georgia”, sette voti contro due, dichiarò che la pena di morte, nelle nuove forme previste da Georgia, Florida e Texas, era costituzionale. E così il 17 gennaio 1977 Gary Gilmore fu messo a morte per fucilazione nello Utah. Le esecuzioni erano riprese.
Negli anni a venire diversi giudici che avevano dato il via libera in “Gregg” sono arrivati a esprimere forti dubbi o a ritrattare apertamente. John Paul Stevens ritenne che la decisione iniziale avrebbe dovuto ridurre l’applicazione della pena a una circostanziata serie di casi, ciò che in realtà non avvenne. Lewis F. Powell Jr. ammise l’impossibilità di amministrare la pena in modo equo e che perciò avrebbe dovuto essere considerata incostituzionale. Laconicamente, Harry Blackmun ammise che oltre vent’anni di tentativi di rendere le procedure di esecuzione “più umane” o “più eque” erano falliti e che il sistema rimaneva intrinsecamente fallimentare e discriminatorio.
Da quando la camera della morte si è riattivata nel 1976, circa 9000 persone sono state condannate alla pena capitale e, di queste, 1670 sono state messe a morte. Ma ciò che più sgomenta è che 202 persone in totale, più del 2 per cento di tutte quelle condannate, siano risultate innocenti, con decine di esse già messe a morte.
Disomogeneità culturale e geografica, discriminazione razziale e sociale: tutto ciò che “Furman” aveva denunciato nel 1972 è ancora lì. Tre stati – Texas, Florida e Oklahoma – da soli hanno superato la metà di tutte le esecuzioni dal 1976, con il Texas responsabile di più di un terzo (600 esecuzioni). Un sistema che condanna a morte in modo massiccio in tre stati e quasi mai nel resto del paese non è un sistema equo: è un sistema arbitrario, esattamente come lo era prima di “Furman”. Mentre, a riprova della disparità di applicazione, nello stesso periodo, gli imputati neri sono stati condannati a morte per aver ucciso una persona bianca con una frequenza sedici volte superiore rispetto agli imputati bianchi condannati a morte per aver ucciso una persona nera.
Purtroppo, il rapporto globale sulla pena di morte nel 2025 di Amnesty International, recentemente pubblicato, ci porta a fare i conti con una realtà che va peggiorando. Negli Stati Uniti sono state eseguite 47 esecuzioni in undici stati: il numero più alto dal 2009. Quasi la metà (19) nella sola Florida, dove il governatore Ron DeSantis ha abbassato nel 2023 la soglia per applicare la pena di morte eliminando il requisito dell’unanimità della giuria. Cinque esecuzioni sono avvenute per ipossia da azoto e tre per fucilazione, metodi riesumati per far fronte all’irreperibilità dell’anestetico che le aziende farmaceutiche si rifiutano di fornire per le iniezioni letali. Per il diciassettesimo anno consecutivo, gli Stati Uniti sono stati l’unico paese delle Americhe a eseguire condanne a morte, oltre che la prima fra le pochissime democrazie avanzate a farlo a livello mondiale, poco onorabilmente dietro Cina, Iran, Arabia Saudita e Yemen. Alla fine del 2025, 1950 persone si trovavano nel braccio della morte americano.
Non possiamo raccontare questi numeri senza parlare del contesto politico che li produce. Donald Trump è stato il presidente americano più esplicitamente e aggressivamente favorevole alla pena di morte degli ultimi decenni.
Durante il suo primo mandato, dopo vent’anni senza esecuzioni federali, il Dipartimento di Giustizia riprese le esecuzioni nel luglio 2020. Tredici detenuti federali furono messi a morte, l’ultimo nel gennaio 2021, quattro giorni prima della fine del mandato. Nel gennaio 2025, nel giorno stesso del suo reinsediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo, Restoring the Death Penalty and Protecting Public Safety (“Ripristinare la pena di morte e proteggere la sicurezza pubblica”): in esso si revocava la moratoria imposta nel 2021 dal Procuratore Generale Merrick Garland, e si dichiarava la pena di morte “uno strumento essenziale per dissuadere e punire coloro che commettono i crimini più efferati” — un’affermazione che le ricerche scientifiche smentiscono sistematicamente; inoltre, si ordinava al Procuratore Generale di infliggere obbligatoriamente la condanna a morte in tutti i casi federali in cui un agente di polizia fosse stato ucciso o in cui l’imputato fosse un immigrato irregolare.
Ad aprile 2026, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un rapporto che, oltre a reintrodurre il protocollo di iniezione letale del primo mandato, estende i metodi di esecuzione federali, oltre che alla fucilazione e all’ipossia da azoto, persino alla sedia elettrica – metodi che erano stati progressivamente abbandonati perché ritenuti eccessivamente crudeli, incompatibili con gli standard moderni. Il loro ritorno è formalmente una risposta tecnica alla difficoltà di reperire farmaci per le iniezioni letali, ormai un dato di fatto, ma sta assumendo i toni di un messaggio politico repressivo e antidemocratico, vera e propria violenza di stato.
Cinquant’anni dopo “Gregg v. Georgia”, la pena di morte negli Stati Uniti non è più costituzionale di quanto non lo fosse nel 1972. I difetti che la Corte individuò in “Furman” – razzismo, arbitrarietà, rischio concreto di mettere a morte innocenti – non sono stati corretti. Sono stati temporaneamente mascherati da una procedura più elaborata, ma restano strutturali, come ha dimostrato ogni rapporto di Amnesty International negli ultimi decenni.
Ciò che è cambiato, in peggio, è il contesto politico. Avere un presidente degli Stati Uniti che firma ordini esecutivi per espandere la pena di morte il giorno stesso del suo insediamento, che vuole reintrodurre il plotone di esecuzione e la sedia elettrica, che vuole applicare la pena capitale su base etnica ovvero contro gli immigrati irregolari non è il segno di un paese che riflette sui propri errori. È il segno di un paese che, su questo tema, sta arretrando.
Come scriveva il giudice Brennan nella sua dissenting opinion in “Gregg”: “Lo stato, anche mentre punisce, deve trattare i propri cittadini in modo coerente con il loro valore intrinseco di esseri umani”.
Quella frase valeva nel 1976. Per Amnesty International vale ancora oggi.