Iran: repressione e resistenza

23 Aprile 2026

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L’11 febbraio in Iran ci sono state le celebrazioni per il 47° anniversario della rivoluzione che, nel 1979, cacciò il regnante Mohammad Reza Pahlavi procedendo a instaurare una Repubblica islamica. Quest’anno tra i cori di coloro che sono scesi in piazza in sostegno di stato e regime, vi erano anche le voci di chi, invece, li oppone. “Margh bar Khamenei” ovvero “morte a Khamenei” è lo slogan udito a Teheran e in altri centri del paese, che fa eco alle proteste che nel gennaio 2026 hanno sconvolto il paese, e tutto il mondo. Nate dalla disperazione per le difficoltà economiche, le proteste si sono presto trasformate in un’insurrezione contro lo stato, che le ha represse con una violenza inaudita.

A causa di un blackout informativo durato circa due settimane, video e informazioni su quelle giornate hanno cominciato a circolare solamente di recente. L’entità della repressione rimane difficile da determinare, nonostante sappiamo essere senza precedenti nella storia rivoluzionaria del paese. Come si è arrivati fino a qui?

La storia politica dell’Iran post-1979 può essere scandita da episodi di repressione e resistenza. In seguito a un periodo di grande gioia e unità che la rivoluzione fece emergere in Iran, come il documentario The Newborn (disponibile su YouTube) del 1979 ci mostra, presto le forze rivoluzionarie iniziarono a competere tra di loro per il potere. Sappiamo che le forze khomeiniste prevalsero, grazie alla loro abilità nel gestire e dirigere la violenza organizzata. Le università vennero chiuse per completare una “rivoluzione culturale” e i diritti delle donne ristretti e il loro ruolo sociale e politico (fondamentale durante la rivoluzione) ridotto a quello di simbolo dell’onore di patria, padri e mariti. Chi non aderiva alle posizioni khomeiniste veniva incarcerato.

A questo primo trauma causato da violenza ed esclusione, seguì la guerra con l’Iraq (1980-1988). Essa ebbe l’effetto di restringere lo spazio per l’espressione del dissenso: nel corso degli anni Ottanta, moltissimi dissidenti furono incarcerati e uccisi con la scusa della sicurezza nazionale. Questa repressione culminò nel 1989, quando furono ammazzati migliaia di prigionieri politici, in maggioranza socialisti e comunisti. Amnesty International parlò di tremila vittime e lo studioso Reza Afshari, nel suo libro Human rights in Iran, di cinquemila.

Con la fine della guerra, l’atmosfera si rilassò. Emerse il fronte riformista che si adoperò con risultati contraddittori per ripensare in chiave democratica il sistema politico iraniano.

Lo scopo era quello di aprire il paese al mercato globale e aumentare il peso degli organi elettivi a discapito delle cariche non elette, come la guida suprema che, al momento, controlla gran parte dello stato. Tuttavia, i riformisti ottennero scarsi risultati a causa della loro riluttanza a scontrarsi con i rivali conservatori. Un aspetto da sottolineare è la sfiducia che essi nutrivano verso le mobilitazioni politiche: persino quando in loro sostegno, i movimenti sociali vennero sempre guardati con sospetto. A causa di questo, i movimenti (studenti, sindacati, donne) svilupparono una traiettoria autonoma, radicalizzando le proprie richieste e strategie di lotta.

Questa traiettoria di radicalizzazione è evidente se si guarda a come, tra il 1999 (quando le mobilitazioni degli studenti a favore del governo riformista vennero represse senza che i riformisti le difendessero) e il 2009 (quando scoppiò il cosiddetto Movimento verde), le richieste di riforma del sistema vennero sempre più frequentemente sostituite da critiche radicali verso un sistema considerato incapace trasformarsi. Ad accompagnare questa radicalizzazione, vi fu l’involuzione autoritaria dello stato, la cui stabilità era (ed è) sempre più dipendente dalla sua capacità di reprimere il dissenso, perché sempre meno legittimo agli occhi della popolazione. Le mobilitazioni degli anni 2010 (quelle contro il caro vita del 2017-18, il “Novembre di sangue” del 2019, e Donna Vita Libertà) sono state caratterizzate da slogan che chiedevano la fine della Repubblica islamica e da una repressione molto feroce.

L’ultimo ciclo di proteste si inserisce in questa storia di radicalizzazione e repressione, aggravata da un contesto internazionale molto violento e da una serie di crisi strutturali, come le crisi economica, ambientale e dell’acqua che hanno messo in ginocchio il paese.

*L’articolo è stato chiuso il 16 gennaio 2026.

A cura di di Paola Rivetti, professoressa associata presso la Dublin City University

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