di Anadolu via Getty Images
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Amnesty International ha dichiarato oggi che il ripetuto uso, da parte dell’esercito israeliano, di ordini illegali di “evacuazione” di massa e di non ritorno alle proprie case con l’obiettivo di sfollare e terrorizzare centinaia di migliaia di persone in Libano ha violato clamorosamente il diritto internazionale umanitario.
Nel sud del Libano questi ordini sono stati usati intenzionalmente per sfollare civili dalle loro abitazioni. A decine di migliaia di loro è vietato tornarvi. Ciò costituisce, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, il crimine di guerra di trasferimento illegale.
La nuova ricerca di Amnesty International si basa su interviste a 19 persone sfollate da quelle che Israele ha unilateralmente dichiarato zone di non ritorno, sull’analisi di documentazione tratta da fonti aperte e sull’esame di 447 contenuti diffusi dall’esercito israeliano attraverso il profilo su X del suo portavoce in lingua araba: 215 preavvisi privi di indicazioni di località specifiche, 36 veri e propri ordini di “evacuazione” emessi durante le operazioni militari del 2024, 135 emessi durante quelle del 2026 e 61 ordini di non ritorno verso le zone oggetto delle “evacuazioni”.
Amnesty International ha riscontrato che nel 2026 l’esercito israeliano ha radicalmente aumentato il ricorso agli sfollamenti di massa, sottoponendo molte più persone e molto più spesso a una lunghissima serie di ordini illegali di “evacuazione” di massa, funzionali al progetto di distruggere un numero più elevato di abitazioni e di infrastrutture civili e di spopolare larga parte del sud del Libano.
“Questi ordini indiscriminati sono stati emessi senza prendere provvedimenti che assicurassero il benessere e la sicurezza delle persone evacuate, senza fornire loro informazioni utili né aiuto per decidere quando e per quanto tempo allontanarsi. Non sono mai stati revocati, neanche quando le ostilità nelle aree interessate erano cessate, come invece prevede il diritto internazionale umanitario”, ha dichiarato Kristine Beckerle, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
Il 3 giugno 2026 l’esercito israeliano ha replicato a una serie di domande inviate da Amnesty International il 22 maggio, negando di aver emesso ordini di evacuazione obbligatori, piuttosto “preavvisi ai civili” sotto forma di “raccomandazioni”. In passato Amnesty International aveva già concluso che un ordine di “evacuazione” non costituisce un preavviso efficace e aveva specificato che un conto è un avvertimento diffuso prima di un attacco, nel rispetto del principio di precauzione e relativo a un particolare sito (ad esempio, un edificio), un altro è un ordine di “evacuazione” basato su una lista di villaggi e di ampie superfici di territorio.
L’esercito israeliano ha proseguito sostenendo che “alla popolazione civile libanese non è fatto alcun divieto di tornare alle loro abitazioni”. Il 15 giugno 2026, tuttavia, dopo l’annuncio che Usa e Iran avevano raggiunto un accordo per il cessate il fuoco riguardante anche il Libano, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato: “Le forze israeliane rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, in Siria e a Gaza senza alcun limite temporale”. Queste zone “saranno ripulite dagli abitanti locali e da tutte le strutture del terrore (…) comprese le case usate come avamposti del terrore nei villaggi lungo la linea di contatto”.
Oltre all’uso degli ordini di “evacuazione” di massa, Israele ha anche ampliato la superficie del Libano sottoposta agli ordini di non ritorno. Il 28 novembre 2024, il giorno dopo l’entrata in vigore del precedente cessate il fuoco, l’esercito israeliano ha dichiarato area di non ritorno circa il 4,6 per cento del Libano. Nel 2026, tre giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco del 17 aprile, l’esercito israeliano ha diffuso una nuova mappa della “difesa avanzata”, portando al sei per cento la superficie del territorio libanese ove vige il divieto di ritorno delle persone sfollate, decine di migliaia di civili.
L’esercito israeliano ha commesso massicce distruzioni all’interno della zona di non ritorno, sia prima che dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco del 2024. Quasi tutte le municipalità lungo il confine meridionale libanese sono state rase al suolo e le distruzioni stanno proseguendo altrove.
Il diritto internazionale umanitario vieta rigorosamente lo sfollamento forzato di popolazioni civili. La loro evacuazione totale o parziale può essere ordinata solo come misura eccezionale per assicurare la protezione della popolazione o per imperative ragioni militari, direttamente derivanti dalle operazioni militari, e deve costituire l’ultimo dei provvedimenti. Ogni evacuazione dev’essere temporanea, dev’essere attuata in condizioni umane e di sicurezza e le persone evacuate devono poter tornare alle loro case non appena le ostilità in quell’area siano terminate.
Quando una popolazione civile viene sottoposta a uno sfollamento forzato in assenza di motivi validi dal punto di vista legale o le sia impedito di tornare alle proprie case, si tratta di una grave violazione dell’articolo 147 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta i trasferimenti illegali, e dunque di un crimine di guerra.
Asseritamente per informare i civili delle imminenti ostilità che avrebbero potuto metterli in pericolo, dal 2024 l’esercito israeliano ha emanato ordini immediati e indiscriminati di “evacuazione” di massa, a volte nel cuore della notte o accompagnati da mappe ambigue e riguardanti interi villaggi, elenchi di villaggi e ampie parti di territorio.
Questi ordini di “evacuazione” di massa non hanno fornito informazioni sugli obiettivi che Israele intendeva colpire. Alcuni hanno riguardato zone ben distanti dalle ostilità.
L’aumento degli ordini di “evacuazione” di massa a discapito dei preavvisi specifici è stato particolarmente evidente nella zona di Dahieh, un sobborgo nel sud della capitale libanese Beirut. Nel 2024 non è stato emesso alcun ordine di “evacuazione” di massa mentre tra marzo e maggio del 2026 sono stati 27. I preavvisi riguardanti specifici edifici di Dahieh, invece, sono diminuiti da 107 nel 2024 a 15 nel 2026.
Tra settembre 2024 e maggio 2026 l’esercito israeliano ha emesso 171 ordini di “evacuazione” di massa, 135 dei quali nel 2026: il 76 per cento ha riguardato il sud del Libano, il 15 per cento i sobborghi meridionali di Beirut, un altro cinque per cento la valle della Bekaa.
Nelle prime 48 ore dopo la ripresa delle ostilità del 2026, l’esercito israeliano ha emesso quello che fino a quel momento era stato il più ampio ordine di “evacuazione” di massa, relativo a circa l’8,5 per cento dell’intero Libano. Pochi giorni dopo ne ha emesso un altro, relativo a tutta la zona a sud del fiume Zahrani, equivalente a circa il dieci per cento del territorio libanese e riguardante circa 800.000 abitanti. Lo stesso ordine è stato rinnovato 13 volte fino al 17 aprile, giorno della dichiarazione del cessate il fuoco. Le ostilità sono comunque proseguite, inizialmente con minore intensità per poi riprendere in pieno.
Il 27 maggio, primo giorno della Festa del sacrificio, quell’ordine incredibilmente ampio è stato emesso ancora una volta: tutte le persone del sud del Libano dovevano evacuare a nord del fiume Zahrani in quanto l’esercito israeliano aveva dichiarato “zone di combattimento tutte le aree a sud del fiume”. Comprendendo persino alcuni villaggi a nord del fiume Zahrani, quell’ordine ha riguardato il 15 per cento dell’intero Libano.
Le autorità israeliane hanno affermato che l’istituzione di una zona “cuscinetto” o “di sicurezza” all’interno del territorio libanese aveva lo scopo di proteggere la popolazione del nord d’Israele da potenziali attacchi di Hezbollah. Hanno inoltre esplicitamente collegato a tale obiettivo lo sfollamento prolungato e su larga scala della popolazione del sud del Libano e ulteriori distruzioni in quella zona.
Il 20 aprile 2026, tre giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco, l’esercito israeliano ha pubblicato una mappa riferita alla zona di “difesa avanzata” che si estende da otto a 12 chilometri all’interno del territorio libanese per un totale di circa 600 chilometri quadrati di terra e acqua. L’esercito israeliano ha pubblicato un elenco di 74 villaggi, impedendo il ritorno a 53 di essi e di recarsi a sud degli altri 21. Infine, ha vietato di avvicinarsi al fiume Litani e alle valli di al-Sahlani e al-Saluki.
La mappa del 2026 è una versione estesa di quella pubblicata il 28 novembre 2024, il giorno dopo che entrasse in vigore il precedente cessate il fuoco. Quella del 2024 copriva circa 480 chilometri quadrati, il 4,6 per cento della superficie del Libano, e comprendeva 68 villaggi, impedendo il ritorno a 58 di essi e di recarsi a sud degli altri dieci.
Le due mappe e le liste di villaggi, colme di imprecisioni geografiche, ripetizioni ed errori di ortografia, hanno creato confusione rispetto alle aree dove è vietato tornare e quelle in cui si può rientrare in condizioni di sicurezza.
Tra novembre 2024, quando ha diffuso la prima mappa delle zone di non ritorno, e febbraio 2025, quando si è parzialmente ritirato dal sud del Libano, l’esercito israeliano ha emesso 35 ordini di divieto di tornare alle proprie abitazioni fino a ulteriore avviso. Sei di questi ordini hanno riguardato specificamente uliveti, in una zona che produce un terzo del raccolto di olive. In quel periodo, secondo le Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 81 civili che cercavano di tornare ai propri villaggi nel sud del Libano e ne ha feriti altri 120.
Il 18 febbraio 2025 l’esercito israeliano si è ritirato parzialmente dal sud del Libano ma è rimasto in alcuni luoghi “strategici” proseguendo a distruggere in modo esteso proprietà civili, a far sorvolare droni e a lanciare sporadici attacchi.
Questa è la prima di una serie di ricerche di Amnesty International sulle violazioni del diritto internazionale durante l’escalation militare del 2026 in Libano.
Secondo il ministero libanese per gli Affari sociali, alla data del 7 giugno 2026 rimaneva sfollato oltre un milione di persone, 64.000 delle quali da dopo il cessate il fuoco del 2024.
Dall’escalation militare del 2 marzo al 12 giugno 2026, secondo il ministero libanese della Salute pubblica, in Libano sono state uccise oltre 3700 persone. Nonostante molteplici annunci di cessate il fuoco, le ostilità tra Israele ed Hezbollah sono proseguite con attacchi in Libano e con lanci di razzi e droni nel territorio israeliano.