Libia: proseguono le sparizioni - Amnesty International Italia

Libia: proseguono le sparizioni

17 Luglio 2020

ABDULLAH DOMA/AFP/Getty Images

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Libia, a un anno dal rapimento di una parlamentare la cui sorte resta sconosciuta, proseguono le sparizioni

L’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) deve rendere note le sorti e il luogo in cui si trova Siham Sergiwa, parlamentare libica difensora dei diritti delle donne, brutalmente portata via dalla propria abitazione esattamente un anno fa. Il caso di Siham Sergiwa riporta crudamente alla memoria i rapimenti, le sparizioni forzate e le privazioni della libertà perpetrati nel paese da tutte le parti in conflitto, tra cui le forze governative, le autorità de facto e le loro milizie e i gruppi armati affiliati.

Il 17 luglio del 2019, decine di uomini coperti in volto che indossavano l’uniforme dell’esercito hanno attaccato l’abitazione di Siham Sergiwa a Bengasi, nella Libia orientale, che è sotto il controllo dell’Eln. Prima di trascinarla via gli uomini hanno colpito suo figlio sedicenne e hanno sparato al marito auna gamba. La notte precedente il suo rapimento, Siham Sergiwa aveva chiesto pubblicamente la fine dell’offensiva dell’Enl su Tripoli.

Non si hanno notizie di Siham Sergiwa da quella terribile notte in cui è stata portata via dalla sua famiglia. Il suo destino ci riporta alla mente con orrore le conseguenze alle critiche pacifiche nella Libia di oggi” ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Stiamo chiedendo all’Enl di porre fine all’angoscia dei familiari di Siham Sergiwa e renderne immediatamente noti la sorte e il luogo in cui si trova. Rapimenti e sparizioni forzate sono divenute un agghiacciante segno distintivo del conflitto libico, in cui i civili sono lasciati in balia delle milizie e dei gruppi armati“, ha proseguito Diana Eltahawy.

Le testimonianze oculari del rapimento di Siham Sergiwa unitamente alle fotografie analizzate da Amnesty International indicano come prova della responsabilità di Awliya al-Dam, una brigata armata affiliata all’Enl, i graffiti sul muro della sua abitazione: “Awliya al-Dam” e “L’esercito è una linea rossa“. Inoltre, la presenza di numerosi posti di blocco della polizia militare attorno all’abitazione di Siham e testimonianze secondo le quali gli assalitori sono arrivati in auto con la scritta “polizia militare” suggeriscono che l’Enl sia stato complice o direttamente responsabile. L’Enl nega ogni responsabilità, ma non è riuscito a intraprendere un’indagine esaustiva, imparziale e indipendente sul rapimento di Siham Sergiwa o a ottenerne il rilascio.

Da quando l’Enl ha assunto il controllo della maggior parte della Libia orientale nel 2014, Amnesty International ha documentato vari rapimenti di oppositori, veri o presunti, dell’Enl. Alcune vittime finiscono per essere detenute arbitrariamente per lunghi periodi, mentre le sorti di altre restano sconosciute, in un clima di terrore per la loro incolumità e nel timore che arrivi la notizia del loro decesso in detenzione.

Ad Ajdabiya, città sotto il controllo dell’Enl situata circa 150 chilometri ad ovest di Bengasi, Amnesty International ha documentato il rapimento di almeno 11 persone della tribù Magharba, a causa dei loro presunti collegamenti con Ibrahim Jadran, ex capo delle Guardie petrolifere, gruppo armato in conflitto con l’Eln.

Ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere stati torturati, di essere stati tenuti in condizioni disumane e che era stato negato loro ogni contatto con l’esterno durante il periodo trascorso nelle carceri di Gernada e Al-Kuwafiya, sotto il controllo di gruppi armati alleati dell’Enl.

Restano sconosciuti le sorti e il luogo in cui si trovano almeno quattro membri della tribù Magharba, rapiti tra aprile e maggio di quest’anno ad opera di uomini armati che appartengono all’Agenzia di sicurezza interna-Ajdabiya, gruppo alleato dell’Enl.

I parenti angosciati alla ricerca dei propri cari nelle prigioni e in altri posti di detenzione e gli ex detenuti hanno dato voce alla loro frustrazione per la mancanza di rimedio legale o giustizia, ripetendo “Dio ci basta ed è colui che meglio può disporre delle nostre vite”.

“Nessuna autorità è superiore all’autorità del Radaa”

Nella Libia occidentale, sotto il controllo del Governo di accordo nazionale riconosciuto dall’Onu, Amnesty International ha documentato la sparizione forzata di persone ad opera di una serie di milizie fedeli al ministero dell’Interno, a causa delle loro reali o presunte affiliazioni o per le loro critiche.

Tra queste milizie figurano le famigerate Forze del Radaa, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli, la Brigata di Bab Tajoura e la Brigata Abu Selim. Alcuni sono fatti sparire per mesi e anni prima di essere liberati o prima che venga loro permesso di mettersi in contatto con le proprie famiglie per la prima volta.

Amnesty International ha documentato come le Forze del Radaa abbiano sequestrato delle persone semplicemente perché nate nella parte orientale. In un caso, un uomo, il cui passaporto riportava la provenienza da Bengasi, fu fermato all’aeroporto di Mitiga, controllato dalle Forze del Radaa, e portato in prigione, dove fu torturato e fatto sparire per quasi quattro anni. È stato liberato a metà del 2019 senza aver mai aver affrontato un procedimento giudiziario.

Secondo ex detenuti, le famiglie delle persone detenute e gli attivisti dei diritti umani le Forze del Radaa negano sistematicamente, e mentendo, alle famiglie disperate di essere a conoscenza dei luoghi di detenzione delle vittime.

Le Forze del Radaa sono ancora pagate dallo stato e formalmente sotto la supervisione del ministero dell’Interno.

Come nella parte orientale del paese, i familiari delle vittime di sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie hanno dichiarato ad Amnesty International di avere poche possibilità di cercare risposte od ottenere la liberazione dei propri cari.

Secondo ex detenuti, familiari, difensori dei diritti umani e una precedente ricerca le richieste del pubblico ministero di incriminare i detenuti o rilasciarli vengono regolarmente ignorate dalle Forze del Radaa. Il 29 giugno del 2020, i familiari di molte persone detenute arbitrariamente nella prigione di Mitiga hanno tenuto una protesta. Il giorno seguente, il ministro degli Interni ha incontrato il capo delle Forze del Radaa e ne ha elogiato il lavoro nella “lotta alle minacce nei confronti dello stato e dei cittadini”. I familiari hanno riferito ad Amnesty International di essere in balia delle milizie e che “non c’è nessuna autorità al di sopra di quella del Radaa“.

Amnesty International chiede a entrambe le parti in conflitto di porre fine immediatamente all’ondata di sparizioni forzate, rapimenti, detenzioni arbitrarie e altre pratiche illegali analoghe. Alle milizie e ai gruppi armati affiliati deve essere ordinato di rendere noti la sorte e il luogo in cui si trovano le persone oggetto di sparizioni forzate e pratiche analoghe e garantire che tutti coloro che sono detenuti arbitrariamente vengano rilasciati.

Le persone sospettate di reati penali possono essere detenute solo nel rispetto della legge e in condizioni umane, secondo quanto stabilito dalle normative. Chiunque sia accusato di un reato penale identificabile, potrà essere perseguito secondo procedimenti che rispettino gli standard internazionali di imparzialità.

Il caso di Siham Sergiwa dimostra che nessuno è al sicuro in Libia, neanche le personalità politiche. Invece di elogiare le potenti milizie che commettono impunemente gravi violazioni dei diritti umani e altri reati, tutte le parti coinvolte in sparizioni forzate e pratiche analoghe devono rispondere agli appelli dei familiari angosciati rivelando le sorti e il luogo in cui si trovano tutte le persone scomparse e proteggerle da ulteriori danni” ha concluso Diana Eltahawy.