Libia, armi pesanti per disperdere dimostranti pacifici in strada per i propri diritti economici - Amnesty International Italia

Libia, armi pesanti per disperdere dimostranti pacifici in strada per i propri diritti economici

27 Agosto 2020

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Secondo quanto riportato da alcuni testimoni oculari e in base a prove video analizzate da Amnesty International, sono almeno sei le persone che protestavano pacificamente ad essere state sequestrate mentre molte altre sono state ferite dopo che alcuni uomini armati hanno sparato colpi veri, anche da una mitragliatrice pesante, per disperdere una manifestazione avvenuta a Tripoli il 23 agosto. L’organizzazione chiede il rilascio immediato di tutte le persone sequestrate, un’indagine tempestiva, completa e indipendente sull’uso della forza e un accertamento delle responsabilità.

Domenica, in molte città nella Libia occidentale, anche a Tripoli, Misurata e al-Zawyia, manifestanti sono scesi in strada per protestare contro le sempre peggiori condizioni economiche e contro la corruzione. A Tripoli, alle 19.30, uomini non identificati in mimetica militare hanno aperto il fuoco sulla folla senza preavviso, utilizzando dei fucili di tipo AK e pistole su autocarri.

Le fonti hanno dichiarato ad Amnesty International che almeno sei manifestanti sono stati sequestrati durante gli scontri. L’episodio è avvenuto nell’area di Tripoli sotto il controllo delle milizie di al-Nawasi, che operano apparentemente in base al Ministero degli interni del Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto dall’Onu. I testimoni ascoltati da Amnesty International hanno riferito che questa e altre informazioni ricevute da persone collegate alle milizie di al-Nawasi, secondo le quali alcune delle persone sequestrate sono da loro detenute, costituiscono forti indicazioni che dietro l’attacco ci sia questa milizia.

Il Gna ha la responsabilità di sostenere il diritto alle proteste pacifiche, proteggere i manifestanti da coloro che cercano di metterli a tacere con munizioni vere e affrontare le motivazioni di fondo che hanno portato le persone a protestare,” ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Invece di tenere sotto controllo le milizie e i gruppi armati violenti che non rispondono delle proprie azioni, il Gna conta su di loro per sicurezza, applicazione delle leggi e contrasto agli oppositori. Una tale assenza di leggi e questa impunità non fanno altro che far proseguire le sofferenze dei civili in Libia, che non riescono neanche a dar voce in maniera sicura alle proprie proteste sulla terribile situazione economica e umanitaria senza trovarsi delle pistole puntate contro. Chiediamo al Gna di condurre immediatamente un’indagine completa, imparziale, indipendente e trasparente in merito all’uso ingiustificato della forza sui manifestanti e assicurare che tutti i responsabili ne rispondano. Deve essere reso noto il luogo in cui si trovano tutti coloro che sono stati sequestrati e chi è detenuto deve essere immediatamente rilasciato.”

Amnesty International ha parlato con cinque testimoni oculari ed esaminato foto e filmati video delle proteste a Tripoli.

Richieste legittime si imbattono nell’uso illegale della forza

Alle ore 15.00 circa, i manifestanti hanno iniziato a riunirsi in Piazza dei Martiri, nel centro di Tripoli. Alcuni manifestanti si sono recati per la manifestazione all’esterno della sede del Consiglio presidenziale, che presiede il Gna. La polizia era presente a guardia dell’edificio ma non è stato riportato alcun incidente e i manifestanti hanno poi fatto ritorno in Piazza dei Martiri.

Un rappresentante della manifestazione ha dichiarato ad Amnesty International: “Protestiamo per l’acqua, protestiamo per l’elettricità, protestiamo affinché i giovani libici non debbano emigrare in Europa.”

Alle 19.30, alcuni dimostranti si sono fatti strada nella sede dell’Alto Consiglio di stato, ente consultivo del Gna che si trova all’Hotel Radisson Blu Al Mahary. Mentre proseguivano disarmati lungo Tarik el-Shati, una strada principale che corre accanto al mare a Tripoli, alcuni uomini armati non identificati con indosso una mimetica militare hanno aperto il fuoco contro di loro.

Secondo testimoni, prove foto e video, gli assalitori avevano fucili di tipo AK e se ne possono sentire i colpi dal vivo nei video che mostrano anche gli stessi assalitori utilizzare una mitragliatrice pesante montata su un pick-up per sparare colpi veri in aria per disperdere i manifestanti e respingerli verso Piazza dei Martiri. I testimoni hanno dichiarato che non ci sono stati avvisi o altri tentativi di disperdere la folla pacificamente prima che gli uomini iniziassero a sparare. Amnesty International ha geolocalizzato i video, stabilendo che alcuni mostrano immagini prese da Tarik el-Shati e altri da Piazza dei Martiri.

I testimoni hanno detto ad Amnesty International di aver visto almeno tre uomini feriti. L’organizzazione ha analizzato le foto che mostrano un uomo con quelle che sembrano delle ferite da arma da fuoco al fianco destro e alla schiena e un video in cui un uomo che sembra aver perso conoscenza viene trasportato su un motociclo. Gli spari sono proseguiti fino alle 21.00 circa.

Un manifestante ha detto ad Amnesty International: “Le immagini dei gruppi armati che sparano sui manifestanti che protestano in maniera pacifica hanno riportato alla memoria le proteste del febbraio 2011 contro [il defunto ex leader libico] Mu’ammar al-Gaddafi.”

Mentre i manifestanti hanno iniziato a disperdersi intorno alle 21.00, gli assalitori li hanno seguiti e hanno continuato a sparare colpi veri. Alcuni manifestanti hanno risposto bloccando le strade con pneumatici in fiamme, nel tentativo di difendersi.

Secondo tre fonti, almeno sei manifestanti sono stati sequestrati da assalitori sconosciuti e il luogo dove si trovano resta ignoto. Alcune fonti hanno riferito ad Amnesty International di ritenere che le milizie di al-Nawasi li stiano trattenendo arbitrariamente in una località vicina a Tarik al-Shati.

Uno dei rappresentanti dei manifestanti ha detto ad Amnesty International: “[Le milizie] vogliono imporsi come protettori del popolo libico.”

Il 23 agosto, il ministero dell’interno del Gna ha rilasciato delle dichiarazioni in condanna degli assalitori, negandone l’affiliazione e promettendo delle indagini. Tuttavia, il giorno seguente, Fayez al-Sarraj, presidente del Consiglio presidenziale e primo ministro del Gna, ha dichiarato: “Coloro che hanno protestato non avevano ricevuto i permessi necessari per la manifestazione dalle autorità competenti… Piccoli gruppi di infiltrati si sono introdotti nelle proteste e alcuni erano armati… Si sono verificate sommosse e distruzione di proprietà pubbliche e private … Abbiamo avvisato [gli astanti] degli infiltrati intenzionati a fomentare sommosse e sabotaggi.”

Nonostante le repliche di Fayez al-Sarraj, Amnesty International non ha trovato alcuna prova della presenza di persone armate tra i manifestanti o che alcuni dei manifestanti attaccati a Tarik al-Shati stessero mettendo in pericolo le vite di altri.

Background

Nonostante il recente annuncio del cessate il fuoco il 21 agosto tra il Gna, che controlla la maggior parte della parte occidentale del paese e l’esercito nazionale libico, al comando invece della parte orientale, la situazione umanitaria in Libia continua a peggiorare. Anche questa settimana, sono in corso proteste per la sfavorevole situazione economica nella città di Sebha nel sud della Libia e nella città di al-Qubh nella parte orientale.

Una recente dichiarazione da parte del Comitato internazionale della Croce rossa ha lanciato l’allarme sul rapido aumento dei casi di Covid-19 nel paese, nel contesto dell’attuale crisi economica e del suo impatto sulle vite e le risorse economiche di tutta la popolazione libica.

La Libia continua a essere flagellata dalle potenti milizie e dai gruppi armati che perpetrano gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e altri reati nella più totale impunità. I membri delle milizie non solo non rispondono dei reati che commettono, ma le autorità continuano a pagare loro stipendi e a volte ne elogiano il lavoro svolto per garantire sicurezza ai cittadini.