Malta: il caso della El Hiblu 1 - Amnesty International Italia

Malta: il caso della El Hiblu 1

4 novembre 2019

Chris Grodotzki / Sea-Watch.org

Tempo di lettura stimato: 32'

Il 28 marzo 2019, tre adolescenti richiedenti asilo, un ivoriano di 15 anni, e due guineani di 16 e 19 anni, sono stati arrestati al loro sbarco a Malta. Erano sospettati di avere dirottato la El Hiblu 1, una nave mercantile che li aveva soccorsi nel Mediterraneo centrale assieme a oltre un centinaio di altri rifugiati e migranti, per impedire che il capitano della nave li riportasse in Libia dove sarebbero stati riconsegnati alle autorità libiche. Le autorità di Malta hanno accusato i tre ragazzi di una serie di gravi reati, anche ai sensi della legislazione antiterrorismo, alcuni dei quali punibili con l’ergastolo. I tre hanno negato ogni addebito.

Nel corso di una missione di ricerca condotta a Malta a settembre 2019, Amnesty International ha potuto visitare e intervistare i due ragazzi più giovani trattenuti nel centro di detenzione minorile di Mtahleb. Amnesty International ha anche potuto entrare nel merito del caso con gli avvocati dei giovani, oltre che con i rappresentanti dell’ufficio del procuratore generale, dell’ufficio del primo ministro, e delle Forze armate maltesi (Armed Forces of Malta – AFM).

Amnesty International è preoccupata per la gravità delle accuse formulate nei confronti dei tre adolescenti, che non prendono in considerazione l’esistenza di fattori che potrebbero escludere o attenuare la responsabilità penale. I reati di cui sono stati accusati appaiono sproporzionati rispetto alle azioni a loro imputate e non riflettono il fatto che le loro vite sarebbero state a rischio se fossero stati riportati in Libia. Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per il trattamento dei ragazzi e il loro diritto di essere giudicati in un processo equo a Malta.

La vicenda della El Hiblu1

A Malta è in corso un’inchiesta della magistratura che dovrà raccogliere le prove da presentare in tribunale dopo che il procuratore generale avrà convalidato le accuse a carico dei giovani. Tra aprile e settembre 2019 si sono svolte diverse udienze. Testimoni chiave hanno già rilasciato deposizioni, compreso il capitano, il primo ufficiale e alcuni membri dell’equipaggio della El Hiblu 1; ufficiali delle Afm che presero parte al sequestro della El Hiblu 1; e poliziotti maltesi saliti a bordo del mercantile subito dopo l’attracco per indagare sugli eventi. Notizie di stampa riportano inoltre le domande formulate dai pubblici ministeri e dagli avvocati difensori e le risposte fornite dai testimoni.

Anche se spetterà all’inchiesta della magistratura e al conseguente procedimento giudiziario stabilire le esatte circostanze degli eventi occorsi a bordo della El Hiblu 1, sulla base delle informazioni esaminate e delle interviste condotte finora, Amnesty International è in grado di fornire la seguente ricostruzione della vicenda.

I tre giovani erano partiti da Garabulli, in Libia, dopo essere saliti a bordo di un gommone nelle prime ore del mattino del 25 marzo 2019. Si calcola che le persone imbarcate fossero all’incirca 114, di cui 20 donne e almeno 15 bambini. Il gommone appariva già sgonfio alla partenza, e dopo appena qualche ora di navigazione aveva cominciato a ondeggiare, terrorizzando le persone a bordo. Ad un certo punto sopra le loro teste videro un elicottero, che tornò indietro una seconda volta e poi una terza ancora, quest’ultima assieme alla El Hiblu 1.

A quanto pare il salvataggio sarebbe avvenuto in acque internazionali, in zona Sar (Search and Rescue) libica. Non è chiaro quale centro di soccorso marittimo abbia coordinato i soccorsi, tuttavia, secondo le trascrizioni radio riportate recentemente dalla stampa, un aereo dell’operazione congiunta europea EunavforMed Sophia aveva contattato via radio la El Hiblu 1 dando istruzioni di avvicinarsi al gommone e di assistere i rifugiati e migranti in difficoltà. L’ufficiale al comando del velivolo avrebbe dichiarato: “Ci muoviamo in coordinamento con la guardia costiera libica. Signore, dovreste intervenire voi per salvare queste persone, perché la motovedetta della guardia costiera libica è in avaria“.

La El Hiblu 1, una petroliera di proprietà turca battente bandiera di Palau, salpata da Istanbul e diretta a Tripoli, disponeva di piccolo equipaggio ai comandi di un capitano turco, un primo ufficiale di nazionalità libica e quattro marinai, presumibilmente di origine asiatica. Dopo avere raggiunto come da istruzioni il gommone, l’equipaggio della El Hiblu 1 disse alle persone sul gommone di spegnere il motore e di arrampicarsi sulla rete lungo il fianco della nave. Rendendosi conto che la El Hiblu 1 non era una nave di salvataggio, i rifugiati e migranti sul gommone chiesero dove fosse diretta la nave. Un membro dell’equipaggio rispose che il mercantile era diretto a Tripoli. A bordo del gommone la notizia suscitò timore e incertezza. I più, spaventati dall’imminente pericolo di annegare, decisero di arrampicarsi a bordo; tuttavia, due uomini della Guinea, due della Costa d’Avorio, uno del Mali e uno del Sudan erano troppo spaventati dalla prospettiva di essere riportati in Libia, e decisero di rimanere a bordo del gommone danneggiato. Di loro non si è saputo più nulla.

Sulla El Hiblu 1, dopo ulteriori comunicazioni con le autorità, il primo ufficiale ha detto alle persone soccorse di avere ricevuto istruzioni di raggiungere un determinato punto d’incontro dove due navi europee avrebbero preso a bordo tutti i rifugiati e migranti, lasciandolo poi proseguire verso Tripoli, sua destinazione originaria. Poiché il capitano turco non parlava inglese, il primo ufficiale ha continuato a fare da tramite per tutte le comunicazioni con le persone soccorse. Durante queste conversazioni, il primo ufficiale si è reso conto che il quindicenne della Costa d’Avorio parlava bene l’inglese e che quindi poteva prestarsi a tradurre le informazioni per le altre persone.

Uno dei giovani intervistati da Amnesty International ha dichiarato: “Non so che cosa ne è stato dei sei che erano rimasti a bordo del gommone… Eravamo tutti molto felici quando vedemmo l’elicottero e la petroliera che venivano verso di noi per salvarci, perché il gommone si stava sgonfiando, e se fossimo rimasti a bordo saremmo morti. Quando fummo vicini alla petroliera, i marinai indiani ci spiegarono che erano diretti in Libia, ma poi arrivò il primo ufficiale che disse: ‘buone notizie!’ Disse proprio così: ‘buone notizie, l’elicottero mi ha indicato un punto d’incontro’. Giurò sul Corano che non ci avrebbe mai riportato in Libia. Disse che sarebbero arrivate due navi che ci avrebbero portato in Europa. Eravamo talmente felici. Dal modo in cui lo disse, le persone si sentivano già con un piede in Europa…“.

Amnesty International non è stata in grado di verificare se le autorità che coordinavano i soccorsi avessero davvero dato inizialmente istruzioni alla El Hiblu 1 di aspettare in un dato punto d’incontro le due navi di salvataggio europee che avrebbero poi portato le persone soccorse in Europa, e neppure, se ciò fosse confermato, se questa le avesse veramente aspettate. Ad ogni modo, quella sera, dopo il salvataggio, mentre le persone cominciavano ad addormentarsi sul ponte, dalle trascrizioni radio pubblicate dalla stampa emerge che il velivolo dell’EunavforMed Sophia comunicò alla El Hiblu 1 di fare rotta verso la Libia: “Signore, ci muoviamo in coordinamento con la guardia costiera libica. Ci dicono di dirvi che potete portare le persone a Tripoli“.

Il giorno successivo, intorno alle 6 del mattino, mentre cominciavano a svegliarsi, i rifugiati e migranti si resero conto di trovarsi davanti alla costa della Libia. Cominciarono scene di disperazione e panico, con molti che gridavano di voler morire in mare piuttosto che essere riportati in Libia. La El Hiblu 1 si trovava in quel punto a una distanza di sei miglia nautiche dalla costa della Libia, in acque territoriali libiche. Il primo ufficiale chiamò la guardia costiera libica informandola del numero di persone che aveva a bordo. Molte delle persone imbarcate gridarono di non voler essere trasbordate sulle motovedette libiche e che piuttosto si sarebbero buttate in mare o avrebbero preferito essere ammazzate subito sul posto. Molte batterono i pugni sui fianchi della nave.

Uno dei giovani intervistati da Amnesty International ha raccontato: “Le persone cominciavano a piangere e gridare perché avevano paura di tornare indietro, e alcune avevano anche dei bambini. Gridavano: ‘ Non vogliamo andare in Libia’, ‘Preferiamo morire’, perché se ti riportano in Libia ti mettono in uno stanzone, ti torturano, puoi mangiare solo una volta al giorno. Quando portano le donne in prigione, i libici vengono a scegliere quelle che gli piacciono di più e le portano via con la forza. E altra gente ti mette in una prigione privata e chiama la tua famiglia chiedendole di portare dei soldi in cambio della libertà“.

Preoccupato per la reazione delle persone imbarcate, che si sentivano tradite dopo che durante il salvataggio il primo ufficiale aveva a quanto pare giurato che non le avrebbe mai riportate in Libia, questi fece chiamare in plancia di comando il quindicenne ivoriano, dopo che aveva capito che parlava inglese, e gli chiese: “Che cosa posso fare per calmarle?“. Il ragazzo rispose: “Cosa posso dire, l’unica cosa da non fare è riportarle in Libia“. Secondo il racconto del ragazzo, il primo ufficiale a quel punto acconsentì a invertire la rotta e a puntare verso nord dicendo che anche se non aveva carburante a sufficienza per raggiungere l’Italia, avrebbe comunque potuto portarli a La Valletta. Quando il ragazzo chiese che cosa fosse La Valletta, gli sembrò uno scherzo che il ragazzo volesse andare in Europa ma non sapesse che La Valletta fosse una capitale europea.

Le persone soccorse temevano adesso che il primo ufficiale si rimangiasse per la seconda volta la promessa di portarle in Europa, e così per rassicurarle che non sarebbero più ritornate in Libia, il primo ufficiale disse al ragazzo che poteva restare in plancia per controllare sui monitor la direzione della navigazione, insieme agli altri due ragazzi ora sotto indagine. Secondo i ragazzi, in plancia il clima era rilassato, chiacchieravano, capitava anche di ridere con il primo ufficiale, e gli uomini dell’equipaggio ogni tanto arrivavano con caffè e arachidi. La plancia di comando era tenuta chiusa a chiave dal primo ufficiale, ma i ragazzi potevano uscire quando volevano, e il primo ufficiale apriva loro la porta.

Sul ponte c’erano molti bambini, infreddoliti e affamati, dopo tre giornate di navigazione. I bambini piangevano per la fame e alcune donne andarono a chiedere al capitano se fosse possibile andare sottocoperta, perché l’acqua aveva allagato il ponte, oltre che cibo e coperte per i bambini, ma entrambe le loro richieste avrebbero ricevuto un rifiuto.

Secondo le informazioni raccolte da Amnesty International, in nessun momento durante il viaggio le persone soccorse avrebbero avuto un atteggiamento violento nei confronti del capitano, del primo ufficiale e degli altri membri dell’equipaggio. L’unica volta in cui gridarono e protestarono fu quando si resero conto che stavano per essere riportate in Libia. Quando il primo ufficiale promise che non sarebbe andato in Libia e che avrebbe invertito la rotta, ci fu di nuovo calma a bordo. Le notizie di stampa che riportano le deposizioni rese alla magistratura inquirente dall’equipaggio, dagli ufficiali delle Afm e dalla polizia maltese confermano che durante la navigazione non ci fu mai alcun tipo di violenza nei confronti di nessuno, sebbene alcuni rifugiati e migranti avessero iniziato a battere per protesta i fianchi della nave mentre erano in acque territoriali libiche perché temevano per la loro vita alla prospettiva di essere riportati in Libia. Dalle notizie di stampa riguardanti le testimonianze rilasciate in sede d’inchiesta della magistratura, emerge che la loro azione di battere sui fianchi della nave sarebbe avvenuta con utensili di metallo trovati a bordo e con le mani, e comunque ciò non aveva causato danni significativi allo scafo.

Ciononostante, la El Hiblu 1 comunicò alle autorità maltesi che le persone salvate avevano preso il controllo della nave e avevano costretto l’equipaggio a procedere in direzione di Malta, malgrado le istruzioni impartite dalle autorità maltesi che intimavano di non farlo. Dopo che il governo maltese e quello italiano, così come vari commentatori, si affrettarono a parlare di “dirottamento” e di “atto di pirateria”, le autorità di Malta inviarono una unità navale per le operazioni speciali delle Afm, dotata di motoscafi d’altura e di un elicottero, per intercettare la El Hiblu 1 non appena fosse entrata in acque territoriali maltesi.

I due ragazzi intervistati da Amnesty International hanno riferito che la vista dei militari che salivano a bordo armati li aveva spaventati, ma che i soldati maltesi li avevano trattati bene. Una volta a bordo, i militari maltesi verificarono che nessun membro dell’equipaggio o dei naufraghi soccorsi avesse riportato ferite, e che la situazione sulla nave fosse tranquilla e sotto controllo, circostanze che sono state confermate nel corso dell’inchiesta della magistratura. I militari scortarono poi la nave fino a Malta, mentre a bordo venivano condotte indagini in seguito alle quali furono identificate cinque persone, tra cui i tre ragazzi, quali potenziali responsabili di attività penali. Mentre la nave attraccava a Boiler Wharf, a Malta, le autorità arrestarono i cinque indiziati, trasferendone quattro presso un commissariato di polizia mentre il quinto fu portato in ospedale agli arresti. Mentre due uomini furono rilasciati quasi subito dopo senza che nei loro confronti fosse formulata alcuna imputazione, i tre ragazzi furono accusati di una serie di gravi reati, anche ai sensi della legislazione antiterrorismo, e successivamente trasferiti in una struttura correzionale per minori.

Preoccupazioni riguardanti le accuse formulate contro i tre ragazzi

In attesa di un’incriminazione formale, i tre ragazzi sono stati accusati di:

  • Atto di terrorismo, in relazione alla cattura di una nave (Art.328A(1)(b), (2)(e) del codice penale).
    – Atto di terrorismo, in relazione alla distruzione su larga scala di proprietà privata (Art.328A(1)(b), (2)(d), (k) del codice penale).
  • “attività terroristiche”, in riferimento alla cattura o presa illegale del controllo di una nave con la forza o la minaccia (Art.328A(4)(i) del codice penale).
  • Arresto, detenzione o confinamento illegale di persone e minacce (Artt.86 e 87(2) del codice penale).
  • Arresto, detenzione o confinamento illegale di persone finalizzati a costringere un’altra persona a compiere un’azione o un’omissione che se portata a termine volontariamente costituirebbe un reato (Art. 87(1)(f) del codice penale).
  • Trasferimento illegale di persone in un paese estero (Art.90 del codice penale).
  • Violenza privata contro persone (Art. 251(1) and (2) del codice penale).
  • Violenza privata contro la proprietà (Art.251(3) del codice penale).
  • Procurare allarme nelle persone, facendo temere l’uso della violenza nei loro confronti o contro le loro proprietà (Art.251B del codice penale).

Amnesty International è preoccupata per la gravità delle imputazioni formulate nei confronti dei tre ragazzi, alcuni delle quali riguardano reati particolarmente gravi, con richiami anche alla legislazione antiterrorismo, e che possono comportare la pena dell’ergastolo. Le accuse appaiono sproporzionate rispetto alle azioni attribuite agli imputati, in quanto finora non sono emerse prove di comportamenti violenti o pericolosi contro le persone. Il richiamo alla legislazione antiterrorismo è particolarmente discutibile, come evidenziato tra l’altro dall’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Office of the High Commissioner for Human Rights – OHCHR), che ha anche espresso profonda preoccupazione per la esagerata gravità delle accuse ed esortato le autorità maltesi a riconsiderarle.

Amnesty International sottolinea che l’Ufficio del procuratore dovrebbe tener conto dell’esistenza di fattori che escludono la responsabilità penale, dal momento che i giovani appaiono avere ragionevolmente agito per difendere se stessi e gli altri rifugiati e migranti in maniera proporzionata al grado pericolo che un eventuale ritorno in Libia avrebbe comportato per tutti.

L’organizzazione ha ripetutamente criticato gli stati e le istituzioni europee per la loro cooperazione con la Libia nella riduzione dei flussi migratori verso l’Europa, a causa delle sofferenze estreme abitualmente inflitte ai rifugiati e migranti intercettati in mare e fatti sbarcare in Libia, dove sono sistematicamente trattenuti in detenzione arbitraria in condizioni terribili ed esposti a tortura, stupro, e varie forme di sfruttamento. È una realtà riconosciuta a livello internazionale, Eu compresa, che la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco dei rifugiati e migranti soccorsi in mare. La recente morte di un uomo Sudanese, ucciso subito dopo essere stato riportato in Libia dalla guardia costiera libica, è un drammatico esempio dei rischi cui sono esposte le persone fatte sbarcare in Libia.

Essendo arrivate dalla Libia, le persone soccorse dalla El Hiblu 1 avevano avuto esperienza diretta della pericolosa situazione che rifugiati e migranti si trovano ad affrontare nel paese. Uno dei ragazzi, intervistato da Amnesty International, ha dichiarato: “La Libia non è bene per i neri. Sono rimasto lì 10 mesi. In Libia, ti chiudono in uno stanzone, non una vera prigione, niente cibo e acqua sporca. Se muori, ti gettano in mare…sono scappato via da una ‘prigione privata’ perché sapevo che la mia famiglia non aveva i soldi per pagare“.

Amnesty International ritiene che il caso dei tre ragazzi accusati del presunto dirottamento della El Hiblu 1 debba essere esaminato tenendo conto di questo contesto. Pertanto, anche nel caso in cui durante il processo emergesse che i tre hanno di fatto commesso un’azione che costituisce un reato – cosa che i tre negano – le autorità giudiziarie dovrebbero prendere in considerazione l’eventuale esistenza di fattori che escludono la responsabilità penale, ovvero cause che giustifichino o che anche solo attenuino le circostanze in cui sarebbero stati compiuti tali atti. Sotto questo profilo, tali azioni sarebbero state compiute unicamente nell’intento di proteggere se stessi e altri dal rischio imminente di essere sbarcati in Libia e dunque sottoposti a detenzione arbitraria e indeterminata in centri in cui tortura e altri maltrattamenti sono endemici. Nel valutare la proporzionalità delle azioni intraprese, l’attenzione dovrebbe essere incentrata sulla priorità dei diritti che la minaccia di uno sbarco in Libia avrebbe messo a repentaglio. Amnesty International desidera sottolineare che questo tipo di ragionamento è già stato applicato in un caso molto simile dal tribunale penale di Trapani, che a maggio 2019 ha dichiarato due imputati non colpevoli dei reati loro ascritti in quanto avevano agito per autodifesa nel momento in cui avevano costretto un equipaggio di salvataggio a non portarli in Libia.
Oltre a quanto già citato, Amnesty International osserva come rimangano dubbi circa la giurisdizione dei tribunali maltesi su fatti accaduti a bordo di un’imbarcazione battente bandiera di Palau in acque territoriali libiche e in acque internazionali.

Preoccupazioni sul trattamento dei tre ragazzi a Malta

Dopo che i rifugiati e migranti furono fatti sbarcare dalla El Hiblu 1, i tre ragazzi furono inizialmente detenuti presso l’ala di massima sicurezza del carcere di Corradini, una struttura di detenzione per adulti. Sono stati trasferiti in una struttura correzionale per minori solo dopo che una perizia aveva confermato l’età che avevano dichiarato. Dallo sbarco sono sempre rimasti in detenzione preprocessuale, in quanto le autorità maltesi hanno ripetutamente negato il loro rilascio su cauzione.

A maggio, l’OHCHR ha espresso preoccupazione per l’iniziale detenzione dei ragazzi in un’ala di massima sicurezza di un carcere per adulti e per la mancata nomina di tutori legali per i due minori prima del loro interrogatorio. A giugno, anche il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia (UN Committee on the Rights of the Child – CRC) ha espresso preoccupazione per il fatto che i due minori stavano per essere incriminati da un tribunale per adulti invece che da un tribunale minorile. Amnesty International condivide le preoccupazioni sollevate dall’OHCHR e dal CRC.

Amnesty International è inoltre preoccupata per il fatto che l’applicazione della misura di detenzione adottata nei confronti dei tre ragazzi che erano stati soccorsi dopo avere trascorso mesi in Libia, tra l’altro in stato di detenzione arbitraria e che erano quasi naufragati in un viaggio terrificante, potrebbe essere eccessiva in tali circostanze e non in linea con gli standard internazionali. La privazione della libertà dovrebbe essere una misura adottata solo come ultima istanza, per il più breve periodo possibile, ed essere riesaminata su base regolare nell’ottica di una sua revoca. Gli standard sul ricorso alla detenzione sono ancora più rigorosi per i minori nei procedimenti giudiziari penali.

Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per il fatto che le autorità maltesi abbiano ordinato un’indagine supplementare per accertare l’età effettiva dei due imputati i quali erano già stati dichiarati minorenni in seguito a una perizia sulla loro età disposta dalle autorità maltesi competenti, i cui risultati restano pendenti. Amnesty International non ha ricevuto una risposta chiara sul perché sia stata richiesta questa seconda valutazione dopo che l’organizzazione aveva sollevato la questione. Amnesty International considera anche preoccupante che gli avvocati degli imputati non siano stati autorizzati a visitare i loro clienti accompagnati da interpreti di propria scelta; e che gli imputati siano stati fatti entrare in tribunale dall’ingresso principale dove erano esposti a giornalisti e fotocamere, compromettendo così il loro diritto alla riservatezza e ignorando l’ordine di un tribunale che aveva disposto di proteggerne l’identità in linea con i principi che salvaguardano l’interesse primario del minore durante tutte le fasi del procedimento giudiziario (art.40 della CRC).

Durante la visita ai due ragazzi nella struttura di detenzione minorile, Amnesty International ha appreso con preoccupazione che il più giovane aveva potuto telefonare a sua madre soltanto una volta in sei mesi, a causa delle difficoltà tecniche riscontrate dal servizio di telefonia utilizzato dalla struttura correzionale, come confermato dalla direzione della struttura stessa. Amnesty International considera inoltre preoccupante il fatto che la fornitura di beni essenziali ai minori detenuti, come abbigliamento e articoli per l’igiene personale di base dipenda da donazioni esterne o dalle famiglie stesse, aspetto che la rende non prevedibile e che rappresenta uno svantaggio per i cittadini stranieri che non possono fare affidamento sulle loro famiglie per gli articoli di base.

L’enorme responsabilità di Malta e dell’Europa per la situazione nel Mediterraneo Centrale

Le politiche europee che puntano a esternalizzare alla Libia le attività di controllo delle frontiere e al contenimento dei rifugiati e migranti, incuranti della drammatica situazione da questi affrontata in un paese dilaniato dal conflitto, hanno contribuito in maniera diretta a quanto accaduto a bordo della El Hiblu 1. I rifugiati e migranti a bordo della El Hiblu 1 non avevano altra scelta per evitare di essere riconsegnati a una situazione di detenzione arbitraria, tortura e sfruttamento.

Nonostante il fatto che la Libia non possa essere considerata un porto sicuro per lo sbarco, e che il riportare in Libia rifugiati e migranti costituisca una violazione del principio di non refoulement, gli stati membri dell’Eu collaborano con la guardia costiera libica per permettere a quest’ultima di intercettare le persone in mare e di riportarle in Libia. Parte centrale di questa strategia è stata la creazione di una regione Sar libica nel Mediterraneo centrale a giugno 2018, che ha di fatto delegato alle autorità libiche la responsabilità di coordinare le operazioni di salvataggio all’interno dell’area in cui avviene la maggior parte dei naufragi e di dare istruzioni alle navi di salvataggio su dove sbarcare le persone soccorse. Ciò pone i comandanti di navi private in una situazione di “comma 22”, che proibisce loro di sbarcare le persone in Libia ma che ciononostante li obbliga a farlo secondo le istruzioni ricevute dalle autorità libiche, e per la quale rischiano di incorrere in considerevoli ritardi e perfino in azioni giudiziarie nel caso in cui si rifiutino di adempiere a tali istruzioni. Di conseguenza, i comandanti delle navi sono inevitabilmente scoraggiati dal rispettare l’obbligo di soccorrere le persone che si trovano in una situazione di pericolo in mare e di trasportarle in un porto sicuro.

Nell’evidenziare queste problematiche, e le drammatiche conseguenze affrontate da rifugiati e migranti, Amnesty International osserva con preoccupazione il ruolo svolto dalle autorità europee, comprese le forze operanti nell’ambito dell’operazione EunavforMed Sophia, nel trasmettere istruzioni ai comandanti delle navi di sbarcare in Libia le persone soccorse. Amnesty International ritiene che queste azioni, e la sempre più ampia assistenza alla Libia offerta dagli stati membri dell’Eu avente come obiettivo il contenimento dei rifugiati e migranti in Libia, malgrado le dilaganti violazioni dei diritti umani e il conflitto che divampa nel paese, potrebbero implicare responsabilità di diritto internazionale in quanto di fatto aiutano la Libia a compiere violazioni dei diritti umani.

Al di là dell’attuale situazione attuale dei tre ragazzi che rischiano l’incriminazione in Libia, Amnesty International esprime profonda tristezza per la sorte delle sei persone che fuggivano insieme a loro dalla Libia e che a quanto pare sarebbero disperse in mare. La loro decisione di rimanere a bordo di un gommone che affondava piuttosto che essere riportate in Libia non solo testimonia gli orrori che temevano di dover nuovamente affrontare una volta nel paese, ma anche i drammatici dilemmi con cui sono costrette a confrontarsi le persone alla deriva in mare, conseguenza delle politiche in materia di migrazione adottate dall’Europa che privilegiano la protezione dei confini a scapito delle vite umane.

Conclusioni e raccomandazioni

Amnesty International è fortemente preoccupata per l’azione giudiziaria intrapresa contro i tre giovani attualmente detenuti a Malta in relazione alla vicenda della El Hiblu 1. L’organizzazione ritiene che le accuse formulate a loro carico appaiano sproporzionate rispetto a qualsiasi azione attribuita agli imputati, e raccomanda che l’Ufficio del procuratore generale esamini attentamente il contesto in cui si svolsero i fatti, al fine di stabilire innanzitutto se le persone coinvolte, tra cui minori e genitori con bambini piccoli, fossero esposte al rischio imminente di essere riportate in Libia dove avrebbero affrontato terribili violazioni dei diritti umani, e pertanto siano potenzialmente applicabili fattori o circostanze che escludano o attenuino la responsabilità penale per eventuali atti illeciti, se provati in tribunale.

Amnesty International chiede inoltre alle autorità maltesi competenti di assicurare che il procedimento giudiziario si svolga nel pieno rispetto degli standard di equità processuale, con riferimento anche al ricorso alla misura della detenzione, e che gli imputati abbiano adeguato accesso ai loro diritti.

Amnesty International chiede anche agli stati membri e alle istituzioni dell’Eu di rivedere la loro cooperazione con la Libia in materia di migrazione garantendo il rispetto dei diritti dei rifugiati e dei migranti nel paese.

Infine, Amnesty International esorta i paesi con rappresentanze diplomatiche a Malta di prendere in considerazione il monitoraggio del procedimento giudiziario con l’obiettivo di aiutare Malta a rispettare i relativi obblighi e standard internazionali.