Marocco, processo d’appello per le proteste del movimento Hirak-El Rif

Marocco, processo d’appello per le proteste del movimento Hirak-El Rif: “che sia equo”

18 dicembre 2018

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Le proteste del movimento Hirak El-Rif sono iniziate nell’ottobre 2016 nella città di Al Hoceima e nelle zone circostanti, dopo che il venditore di pesce Mouhcine Fikri era morto all’interno di un camion dell’immondizia nel tentativo di recuperare il pesce che gli era stato sequestrato dalle autorità locali.

Gli obiettivi delle proteste sono la fine dell’emarginazione delle comunità locali e la giustizia sociale.

Nawal Benaissa, una tra le voci principali del movimento popolare Hirak El-Rif, che ha partecipato a proteste pacifiche e condotto campagne per il cambiamento sui social media, vive costantemente sotto minaccia

Firma l’appello per chiedere la scarcerazione

Decine di giornalisti, manifestanti e altre persone arrestate in relazione alle proteste pacifiche del movimento Hirak El-Rif non hanno avuto diritto a un processo equo di fronte al tribunale di Casablanca.

Abbiamo chiesto che il processo d’appello ponga rimedio a tutta una serie di irregolarità riscontrate nel giudizio di primo grado.

A giugno 54 appartenenti al movimento per la giustizia sociale Hirak El-Rif sono stati giudicati colpevoli di reati contro la sicurezza in relazione alle proteste del 2016 e 2017 ad Al Hoceima e hanno ricevuto condanne fino a 20 anni di carcere.

Ad agosto 11 condannati hanno ottenuto la grazia reale. Per gli altri 43 prosegue il processo d’appello.

Con la nostra analisi abbiamo rivelato tutta una serie violazioni del diritto a un processo equo, tra cui “confessioni” estorte con la tortura e poi utilizzate per condannare gli imputati.

“Il processo di primo grado è stato segnato da gravi irregolarità, che il governo del Marocco ha usato per punire e ridurre al silenzio importanti protagonisti delle proteste pacifiche per la giustizia sociale e per impedire con la paura ad altri di prendere la parola”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

L’analisi del processo

Poiché il processo riguarda le proteste – in alcune delle quali si verificarono scontri con le forze di sicurezza – la pubblica accusa ha presentato accuse pesanti e spesso sproporzionate, che comportano alcune delle pene più dure previste dal codice penale, quali “complotto contro la sicurezza dello stato” per la quale è prevista anche la pena di morte.

Dei 43 imputati di fronte al tribunale d’appello, quattro sono stati rilasciati con la condizionale a giugno e luglio del 2017. I restanti 39 si trovano nella prigione Ain Sabaa 1 (Okacha) di Casablanca.

Tra di essi vi sono Nasser Zefzafi, il leader del movimento Hirak El-Rif, altri noti manifestanti pacifici come Najil Hamjike, Mohamed Jelloul e Achraf Yakhloufi, i giornalisti Hamid El Mahdaoui e Rabie Lablak e i cittadini-giornalisti Mohamed El Asrihi, Rabie Lablak, Hussein El Idrissi, Fouad Essaidi e Abd El Mohcine El Attari.

Abbiamo avuto modo di intervistare sei avvocati della difesa e dell’accusa e sei famiglie di detenuti; abbiamo inoltre esaminato i capi d’accusa, gli argomenti presentati dall’accusa, il verdetto del tribunale e documenti relativi al processo redatti da organizzazioni nazionali e internazionali e da organi d’informazione.

Queste informazioni ci hanno portato a concludere che il procedimento giudiziario di primo grado è stato profondamente irregolare e che le accuse si sono basate su prove discutibili.

Nessuno degli arrestati ha potuto avere immediato accesso agli avvocati. Il loro trasferimento a oltre 600 chilometri da Casablanca ha reso difficili la preparazione di una difesa adeguata e le visite familiari. Parecchi imputati hanno dichiarato di aver firmato “confessioni” dopo essere stati torturati o aver subito minacce di tortura.

Nasser Zefzafi ha dichiarato di fronte alla Corte d’appello di Casablanca che gli agenti di polizia lo hanno picchiato successivamente all’arresto e hanno minacciato di stuprare la sua anziana madre di fronte a lui.

Gli interrogatori sono stati condotti in arabo e anche i verbali sono stati redatti in quella lingua, che 22 degli arrestati, originari di una regione dove si parla amazigh, non parlano o parlano in modo assai carente.

Per raggiungere il verdetto, il tribunale si è unicamente basato sulle “confessioni”, ammesse come prove nonostante fossero state tutte ritrattate nel corso del processo.

Il giornalista Rabie Lablak ha denunciato che gli è stato messo in bocca uno straccio imbevuto di un liquido dal sapore disgustoso, che è stato denudato e portato di fronte a uomini dal volto coperto che hanno minacciato di stuprarlo e poi lo hanno effettivamente fatto con una bottiglia, se non avesse firmato la “confessione”.

Gli imputati hanno definito inumane le condizioni delle carceri, dove alcuni di loro hanno trascorso lunghi periodi in isolamento: Nasser Zefzafi per oltre 15 mesi, Hamid El Mahdaoui per più di 470 giorni, periodi di tempo equivalenti a tortura.