Morire di Coronavirus – ancora una prova per i siriani

Morire di Coronavirus – ancora una prova per i siriani

24 marzo 2020

©Amnesty International

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La pandemia da Coronavirus si è diffusa in tutto il mondo e sono necessarie misure urgenti per salvare moltissimi siriani a rischio, a cominciare da quelli ancora chiusi in condizioni miserabili nei centri di detenzione gestiti dallo spietato regime di Bashar-al-Assad. Ufficialmente, Damasco ha dichiarato solo un caso il 22 marzo, ma il regime siriano è noto per le sue menzogne. Se non altro, nove anni di crisi e repressione in Siria ci hanno insegnato che le autorità – insieme alla Russia e ad altre forze alleate – hanno sistematicamente disinformato il mondo, comprese le Nazioni Unite, della situazione umanitaria del paese.

Dobbiamo essere estremamente scettici su qualsiasi affermazione relativa all’assenza di Coronavirus in Siria. La capacità del regime di localizzare i casi in tutto il paese e di gestirli è limitata a causa della grave carenza di personale preparato e di attrezzature.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari afferma che fino al 70 per cento della forza lavoro sanitaria ha lasciato il paese e solo il 64 per cento degli ospedali e il 52 per cento dei centri di assistenza sanitaria primaria in Siria erano funzionanti alla fine dello scorso anno. Una situazione catastrofica in qualsiasi momento, ora più che mai.

Dopo anni di conflitto – durante il quale ospedali e cliniche sono stati incessantemente presi di mira da parte del governo siriano e delle forze russe – il paese è ora estremamente vulnerabile a una diffusione fatale di Coronavirus.

Dobbiamo prevedere il peggio.

Per fare un paragone, se la Siria fosse una persona rientrerebbe nella categoria più predisposta al Coronavirus. Il paese, per così dire, è “invecchiato” a causa dei conflitti e ha una latente e grave condizione di salute. Se il Coronavirus dovesse svilupparsi negli affollati e antigienici campi della Siria nord-occidentale, sarebbe un disastro. Peggio ancora se dovesse diffondersi nel sistema carcerario.

Le carceri di Assad sono già note per la loro disumanità – con sovraffollamento cronico in condizioni oscene e con mancanza di cibo o cure mediche. Ex detenuti della prigione di Saydnaya hanno riferito ai ricercatori di Amnesty di “condizioni subumane“, dove in una cella di soli tre metri quadrati potevano esserci più di 50 persone.

I detenuti sono già indeboliti dalle torture e da altre violazioni, dall’abbandono e dalla paura del futuro. Un focolaio di Coronavirus sarebbe un disastro completo. C’è grande preoccupazione per il fatto che i prigionieri in Siria potrebbero essere di fatto lasciati lì a contrarre la malattia e morire.

Bisogna agire subito. Numerosi difensori dei diritti umani, giornalisti, avvocati, medici e operatori umanitari marciscono nel regime di detenzione siriano. Le Nazioni Unite devono pretendere che chiunque sia a rischio di Coronavirus nelle carceri siriane possa immediatamente uscire, insieme a tutti coloro che sono detenuti solo per aver espresso pacificamente le proprie opinioni.

Il regime deve essere spinto a uscire subito dal sistema di propaganda, che diffonde l’immagine di Assad uomo infallibile, e per una volta a dare la priorità alla salute di tutti i siriani – perché qualsiasi altra cosa è irresponsabile e pericolosa.

Non ci si stanchi di ripeterlo: per il governo siriano non è il momento di fare ricorso alla sua solita mancanza di trasparenza, insensibilità e incompetenza. Ha commesso un tragico errore nove anni fa quando ha ordinato alle forze armate di aprire il fuoco sui manifestanti pacifici: non deve commetterne un altro con la gestione del Coronavirus.

Già milioni di siriani hanno avuto la vita devastata da anni di bombardamenti, attacchi con armi chimiche, prigionia, torture e uccisioni. Non dobbiamo permettere che la morte per Coronavirus sia il destino di coloro che marciscono nei campi squallidi della Siria o nelle carceri fetide di Assad.