Somalia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica federale della Somalia

Capo di stato: Mohamed Abdullahi Mohamed (Farmajo)

Capo di governo: Hassan Ali Khayre

Il conflitto in corso ha avuto un impatto devastante sulla popolazione civile, causando durante l’anno almeno 1.000 morti.

Le autorità hanno messo in atto la repressione contro le persone che esprimevano critiche, compresi giornalisti ed esponenti d’opposizione, e soffocato i loro diritti alla libertà d’espressione e riunione, ricorrendo in alcuni casi a un uso eccessivo della forza con esiti letali.

Anche il gruppo di opposizione armata al-Shabaab ha gravemente ostacolato il lavoro dei giornalisti.

La violenza contro donne e ragazze è rimasta un fenomeno diffuso.

Conflitto, siccità e alluvioni hanno causato lo sfollamento di almeno 300.000 persone.

Più di 2,6 milioni di sfollati interni rimanevano a rischio di sfruttamento e abusi.

È prevalsa l’impunità per le violazioni dei diritti umani.

Contesto

Durante il 2018 e il 2019 le tensioni politiche si sono intensificate. Le autorità somale federali e regionali, così come i loro partner internazionali, hanno concentrato il loro impegno nella lotta contro al-Shabaab e nell’organizzazione delle elezioni: quelle presidenziali nel Sud-Ovest a fine 2018, quelle parlamentari e presidenziali nel Puntland agli inizi del 2019, e quelle parlamentari e presidenziali nel Jubaland ad agosto 2019.

Le elezioni sono state compromesse da lotte politiche interne e da accuse di brogli, in un contesto in cui le autorità hanno imbavagliato la libertà d’espressione e riunione, in alcuni casi facendo anche ricorso a un uso eccessivo della forza che ha provocato vittime tra la popolazione civile.

Conflitto armato

Tutte le parti in conflitto hanno violato i diritti umani e il diritto internazionale umanitario.

A metà novembre la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Somalia (Un Assistance Mission in Somalia – Unsom) ha registrato un totale di 1.154 vittime civili, di cui il 67 per cento è stato attribuito ad attacchi indiscriminati e deliberati compiuti prevalentemente dal gruppo armato al-Shabaab.

Al-Shabaab ha preso regolarmente di mira la popolazione civile e le infrastrutture civili, lanciando attacchi indiscriminati e rendendosi responsabile di uccisioni sommarie di persone che riteneva legate al governo, oltre che di giornalisti e altri civili. Il gruppo ha rivendicato la responsabilità di una serie di attentati, tra cui l’esplosione di un camion-bomba a dicembre, che ha causato la morte di quasi un centinaio di persone e il ferimento di altre 78, vicino a un ex checkpoint situato alla periferia della capitale Mogadiscio.

Le operazioni militari lanciate contro al-Shabaab dalle forze somale e dai loro alleati, comprese le forze militari americane e quelle della Missione dell’Au in Somalia (African Union Mission in Somalia – Amisom), hanno provocato decine di morti e feriti tra i civili, spesso a causa di attacchi indiscriminati.

Altri civili sono stati vittime del fuoco incrociato nel contesto della violenza tra i clan, che è proseguita durante l’anno in varie parti del paese.

Il comando militare statunitense per l’Africa (Us Africom, responsabile delle operazioni militari, comprese quelle effettuate nel contesto dei conflitti regionali) ha continuato a utilizzare droni e aerei con pilota per lanciare almeno 63 attacchi, alcuni dei quali hanno provocato vittime civili. Almeno tre contadini sono rimasti uccisi a marzo in un raid aereo che ha centrato il loro veicolo vicino al villaggio di Abdow Dibile, nel Basso Shabelle. Dalla fine del 2017, i raid aerei con droni lanciati dall’aviazione statunitense avevano ucciso almeno 17 civili e ferito altri otto. Il 5 aprile, dopo diverse denunce, compreso un rapporto di Amnesty International, sulle vittime civili causate dai raid aerei statunitensi, l’Africom ha ammesso di avere ucciso due civili in Somalia nel 2018 e si è impegnata a fare un accertamento sugli attacchi aerei che aveva compiuto a partire dal 2017. A fine anno, tuttavia, non aveva ancora fornito informazioni sullo stato di tale indagine o su eventuali risultati ottenuti.

L’Amisom non ha fornito informazioni in merito allo stato o all’esito di un’inchiesta interna riguardante un episodio avvenuto a Mogadiscio a novembre 2018, in cui le proprie forze armate si sarebbero rese responsabili dell’uccisione illegale di quattro uomini disarmati.

Libertà d’espressione

Nella Somalia centromeridionale e nel Puntland, i giornalisti sono finiti nel mirino delle autorità, tra cui polizia, esercito e altre istituzioni, e sottoposti a percosse, vessazioni, minacce, arresti arbitrari e intimidazioni.

Anche i membri di al-Shabaab hanno preso di mira i giornalisti, sottoponendoli a violenza, intimidazioni e minacce.

A luglio, due giornalisti sono stati uccisi in un attacco compiuto da al-Shabaab a Kismayo.

Le autorità hanno limitato l’accesso all’informazione e utilizzato nuove tecniche per reprimere la libertà di stampa, corrompendo gli organi d’informazione per ottenerne l’autocensura e vessando i giornalisti e altre voci critiche, sia online che offline.

A giugno, gli account Facebook di 10 giornalisti sono stati permanentemente disattivati, senza alcun preavviso da parte della piattaforma. Sono rimasti in esilio almeno otto giornalisti fuggiti dalla Somalia tra la fine del 2018 e la fine del 2019, dopo avere ricevuto minacce alla loro vita.

Secondo l’Indice d’impunità globale del Comitato per la protezione dei giornalisti, pubblicato a ottobre, la Somalia era, per il quinto anno consecutivo, all’ultimo posto per numero di procedimenti giudiziari contro individui sospettati dell’assassinio di giornalisti.

Dal 2017, almeno otto giornalisti sono stati uccisi nella Somalia centromeridionale e nel Puntland, due dei quali nel 2019. A eccezione di due casi, uno dei quali riguardava un poliziotto che era stato giudicato colpevole in contumacia dell’uccisione di un giornalista a Mogadiscio nel 2018, nessuno è stato chiamato a rispondere davanti alla giustizia per gli altri omicidi. Il poliziotto rimaneva latitante.

A gennaio, le autorità hanno espulso il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Somalia dopo che aveva espresso preoccupazione per l’uccisione di manifestanti da parte delle forze di sicurezza, avvenuta a Baidoa in seguito alle elezioni presidenziali nello stato regionale del Sud-Ovest. Dopo la sua espulsione, le Nazioni Unite hanno sospeso la pubblicazione dei rapporti mensili sulla situazione dei diritti umani nel paese.

Libertà d’espressione nel Somaliland

Sono aumentate nel Somaliland le forme di censura, le vessazioni e le azioni penali nei confronti di coloro che esprimevano critiche verso il governo.

Le autorità hanno effettuato irruzioni in almeno tre testate giornalistiche, costringendole alla chiusura, arrestato arbitrariamente e perseguito persone che erano percepite come critiche verso le politiche del governo, compresi poeti, giornalisti ed esponenti politici d’opposizione.

Il Centro per i diritti umani, un’organizzazione locale, ha affermato che erano state arrestate almeno 88 persone, tra le quali 26 giornalisti, per casi relativi all’esercizio del loro diritto alla libertà d’espressione e opinione.

Dirigenti politici d’opposizione, tra cui alcuni esponenti del partito Wadani, Khadar Hussein Abdi (segretario generale), Barkhad Jama Batun (portavoce) e Mohamed Sidiq Dhame (leader dell’ala giovanile), sono stati arrestati arbitrariamente per aver criticato le politiche del governo. Sono stati poi rilasciati, ma Mohamed Sidiq Dhame doveva comunque affrontare un procedimento giudiziario sulla base di accuse inventate.

Ad aprile, Abdimalik Muse Oldon, un giornalista freelance, è stato arrestato davanti alla sua abitazione a Burao, per avere criticato su Facebook il presidente Muse Bihi Abdi. È stato accusato di “divulgazione di propaganda antinazionale” e “diffusione di notizie false”, e condannato a luglio a tre anni e mezzo di carcere; a fine anno era ancora recluso.

Sebbene la costituzione del Somaliland promulgata nel 2001 sancisca il diritto alla libertà d’espressione, compresa la libertà di stampa, le autorità hanno continuato a perseguire penalmente persone ai sensi del codice penale del 1964, che contempla diverse disposizioni dalla formulazione ampia e vaga, la cui applicazione consente di limitare indebitamente il diritto alla libertà d’espressione.

Violenza legata al genere

La violenza sessuale contro donne e ragazze è stato un fenomeno diffuso nella Somalia centromeridionale e nel Puntland. Le Nazioni Unite hanno documentato almeno 100 casi di violenza sessuale contro ragazze.

Le aggressioni venivano di rado denunciate a causa del clima d’impunità, oltre che dello stigma e della paura associati a questa tipologia di reati, che impedivano a molte sopravvissute di denunciare apertamente la violenza subita.

A febbraio, Aisha Ilyas Adan, una ragazzina di 12 anni, è stata vittima di uno stupro di gruppo e uccisa, a nord della provincia di Galkayo, nel Puntland. Dopo che l’episodio aveva suscitato profonda indignazione nell’opinione pubblica, diversi sospettati sono stati arrestati e processati. A febbraio 2020 sono state eseguite le condanne a morte per fucilazione di due uomini nella città di Bosaso, nel Puntland, per il loro presunto coinvolgimento nello stupro di Aisha e nella sua uccisione.

Sfollati interni

Il conflitto, insieme a ricorrenti periodi di siccità e alluvioni, oltre che agli ostacoli nell’accesso agli aiuti umanitari, ha determinato lo sfollamento interno di oltre 300.000 persone. Più di 2,6 milioni di sfollati interni rimanevano a rischio di sfruttamento e abusi, tra cui violenza sessuale e sgomberi forzati. Donne e bambini sfollati internamente nei campi erano particolarmente vulnerabili a questo tipo di abusi, oltre che a forme di emarginazione ed esclusione sociale. A novembre, il presidente ha ratificato la Convenzione dell’Au per la protezione e l’assistenza delle persone sfollate internamente in Africa, conosciuta anche come Convenzione di Kampala.

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