Stati Uniti d'America: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

Stati Uniti d’America


Rapporto 2019-2020   Americhe

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Capo di stato e di governo: Donald Trump

Nel 2019, l’amministrazione Trump ha attaccato con politiche e prassi discriminatorie i diritti umani delle persone e delle comunità più vulnerabili della società americana.

A livello nazionale e internazionale, il governo ha cercato di ridurre le tutele dei diritti umani in materia di diritti sessuali e riproduttivi e quelle che proteggono dalla discriminazione le persone Lgbti e non solo.

Al confine con il Messico, in violazione delle leggi interne e del diritto internazionale, le autorità statunitensi hanno detenuto, maltrattato e negato l’accesso a decine di migliaia di richiedenti asilo che chiedevano protezione internazionale. Come conseguenza, minori non accompagnati, famiglie, persone Lgbti e altre sono andati incontro ad abusi dopo essere stati abbandonati a loro stessi nel nord del Messico o mentre erano trattenuti nei centri di detenzione per migranti gestiti dal governo americano.

L’amministrazione Trump ha inoltre sempre più spesso abusato del sistema di giustizia penale per minacciare e vessare difensori dei diritti umani, oppositori politici, informatori e altri.

Contesto

A settembre, la camera dei rappresentanti ha aperto un’inchiesta di impeachment, per indagare sui molteplici presunti abusi di potere da parte del presidente Trump.

In vista delle elezioni generali del 2020, il dibattito politico ha assunto toni sempre più polarizzati e caustici, spesso prendendo di mira i diritti umani dei gruppi più vulnerabili.

Meccanismi internazionali sui diritti umani

Il governo americano si è ampiamente distaccato dal sistema internazionale dei diritti umani, tra l’altro decidendo di abbandonare il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e riducendo complessivamente i suoi contributi finanziari alle Nazioni Unite.

A partire da gennaio 2018, gli Usa si sono rifiutati di rispondere alle numerose comunicazioni degli esperti delle Nazioni Unite o di accettare le loro richieste di invito per svolgere visite ufficiali.

In una lettera indirizzata ad Amnesty International, datata luglio 2019, il governo americano ha affermato che la sua linea attuale era di collaborare alle procedure sui diritti umani delle Nazioni Unite soltanto quando queste fossero “vantaggiose per gli obiettivi di politica estera degli Usa”, rifiutandosi pertanto di cooperare con il meccanismo di esame sulla situazione dei diritti umani in territorio statunitense.

Il governo si è anche svincolato dalla Commissione interamericana dei diritti umani. A luglio, il dipartimento di Stato americano ha annunciato la creazione di una Commissione dei diritti inalienabili, che si è riunita per la prima volta a ottobre. L’esecutivo ha creato la commissione con il dichiarato proposito di ridurre il sostegno degli Usa al sistema dei diritti umani internazionalmente riconosciuto.

Con ogni probabilità tenterà di ridefinire unilateralmente il concetto di diritti umani, in contrapposizione con le formulazioni del diritto internazionale, anche eliminando le tutele che proteggono dalla discriminazione le donne, le persone Lgbti e non solo.

Ad aprile, gli Usa hanno anche revocato il visto al procuratore dell’Icc, che stava indagando su possibili crimini di guerra compiuti dalle forze statunitensi e dai loro alleati in Afghanistan. Ciò faceva seguito alle precedenti minacce del segretario di stato americano nel 2019 e del consigliere nazionale alla sicurezza nel 2018, di prendere di mira i funzionari dell’Icc con revoche del visto, confisca di beni o azioni giudiziarie, nel caso in cui avessero indagato su crimini di guerra da parte degli Usa.

Rifugiati, richiedenti asilo e migranti

Smantellamento dei programmi di reinsediamento dei rifugiati Il sistema di reinsediamento dei rifugiati negli Usa è rapidamente collassato sulla scia di una serie di ordini esecutivi adottati dall’amministrazione Trump, che prendevano di mira i rifugiati provenienti da paesi a maggioranza musulmana e dal Centroamerica, come ad esempio il discriminatorio “Muslim ban”, l’implementazione di procedure di selezione rafforzate e i tagli alle quote di ricollocazione.

A settembre, l’amministrazione ha annunciato l’intenzione di abbassare ulteriormente a 18.000 il tetto massimo dei rifugiati che potevano essere ammessi negli Usa per l’anno fiscale 2020, la cifra più bassa in quasi 40 anni del programma. A ottobre 2019, primo mese dell’anno fiscale 2020, gli Usa non avevano ricollocato alcun rifugiato.

Esternalizzazione del processo d’asilo al confine meridionale

Gli Usa hanno continuato a implementare politiche sull’immigrazione sempre più draconiane per limitare drasticamente l’accesso alle procedure di asilo al confine meridionale tra Usa e Messico, provocando danni irreparabili a migliaia di persone e famiglie. Tali politiche prevedevano tra l’altro continui respingimenti di massa illegali di decine di migliaia di richiedenti asilo al confine tra Usa e Messico (equivalenti a refoulement); e il rimpatrio forzato in Messico di decine di migliaia di richiedenti asilo in base ai così detti Protocolli per la protezione dei migranti (noti anche come politica del “rimanete in Messico”).

Nel 2019, le autorità hanno costretto oltre 59.000 richiedenti asilo a ritornare e a rimanere in Messico durante l’intero processo di elaborazione della loro richiesta, che può durare mesi o anche anni. Oltre a violare il loro diritto di chiedere asilo negli Usa, queste politiche hanno di fatto esposto i richiedenti asilo al potenziale e indebito rischio di violenza letale o di finire nella “catena del refoulement” delle autorità statunitensi e messicane.

Detenzione arbitraria e maltrattamento di richiedenti asilo

Le autorità statunitensi hanno separato con la forza migliaia di famiglie di richiedenti asilo, infliggendo loro gravi e deliberate sofferenze, in alcuni casi equiparabili a tortura.

A gennaio 2019, un organo di controllo governativo ha confermato le conclusioni di Amnesty International, secondo le quali l’amministrazione aveva separato con la forza migliaia di famiglie di richiedenti asilo in più rispetto a quelle che avevano ammesso in precedenza.

Le autorità hanno fatto anche ricorso alla detenzione arbitraria e indefinita dei richiedenti asilo come metodo deterrente per dissuaderli dal chiedere protezione e/o per costringerli ad abbandonare la richiesta, infliggendo così una forma di trattamento crudele, disumano e degradante.

Bambini, donne, anziani, persone Lgbti e persone con disabilità o gravi problemi di salute sono stati particolarmente esposti a questo tipo di maltrattamento, per via della sofferenza causata dalla detenzione arbitraria e dal trattenimento in strutture inadeguate.

I richiedenti asilo sono stati detenuti anche per anni senza possibilità di libertà condizionale ed eventuali richieste di questo tipo sono state puntualmente respinte dalle autorità statunitensi dell’immigrazione.

Detenzione prolungata e indefinita di richiedenti asilo minorenni

I minori detenuti presso il centro di “emergenza temporanea” di Homestead, in Florida, sono stati trattenuti in detenzione prolungata e indefinita. In molti casi, i minori sono rimasti nella struttura di Homestead molto più a lungo del periodo di 20 giorni previsto dalle leggi statunitensi.

A gennaio, in seguito alle pressioni di alcuni membri del congresso, di Amnesty International e di altre organizzazioni, l’amministrazione ha chiuso l’unica altra struttura non autorizzata per minori non accompagnati, l’accampamento di Tornillo, in Texas.

Contemporaneamente, le autorità hanno raddoppiato fino a oltre 2.000 il numero di minori trattenuti nel centro di Homestead, che ad agosto sono stati poi trasferiti in altre strutture. A giugno, è stato creato un altro “campo d’emergenza temporanea” a Carrizo Springs, in Texas, che poteva ospitare fino a 1.300 migranti minorenni non accompagnati, in attesa del loro rilascio su richiesta di uno sponsor, come familiari adulti già residenti negli Usa. Una nuova direttiva emanata dall’amministrazione il 23 agosto potrebbe portare alla detenzione indefinita di minori e famiglie con finalità di controllo dell’immigrazione.

Genere, sessualità e identità

Diritti sessuali e riproduttivi

A livello federale e statale, si sono intensificati i tentativi di erodere i diritti sessuali e riproduttivi, cercando di criminalizzare la gravidanza e l’aborto e di limitare l’accesso ai servizi di salute riproduttiva. Questo rischiava di fare aumentare i già elevati tassi di mortalità materna nel paese.

Violenza contro donne e ragazze

L’incidenza dei casi di stupro e altra violenza sessuale è rimasta sproporzionalmente elevata tra le donne native. Uno studio recente, condotto dall’Urban Indian Health Institute, ha documentato i casi di oltre 500 donne e ragazze native scomparse o uccise in 71 città degli Usa. Tuttavia, questa cifra non rispecchierebbe la reale portata del problema, in quanto i dati forniti dalle agenzie di sicurezza e dagli organi d’informazione su questo tema si sono dimostrati spesso lacunosi.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Secondo dati ufficiali, nel 2017 i casi di crimini d’odio legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere sono leggermente aumentati per il quarto anno consecutivo. In particolar modo le donne transgender di colore sono state bersaglio di crimini d’odio violenti. Molti stati non hanno provveduto a inserire l’orientamento sessuale e l’identità di genere nelle norme che prevedono un aggravante per i crimini d’odio. A livello federale non esistevano protezioni dalla discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere nelle assunzioni e sul luogo di lavoro. L’amministrazione ha cercato, attraverso politiche e azioni giudiziarie, di smantellare le protezioni contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale nell’istruzione, nell’esercito, nell’impiego e in altri settori del governo federale.

Difensori dei diritti umani

Il governo ha condotto una campagna illecita e motivata politicamente di intimidazioni, minacce, vessazioni e indagini penali contro decine di persone che difendevano i diritti umani di migranti, rifugiati e richiedenti asilo al confine tra Usa e Messico, violando il loro diritto alla libertà dalla discriminazione basata sulle loro idee politiche o di altro genere.

Il dipartimento della Sicurezza interna e il dipartimento della Giustizia si sono impropriamente serviti del sistema giudiziario per dissuadere e punire coloro che documentavano o contrastavano le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità statunitensi contro migranti e richiedenti asilo.

A luglio, un tribunale federale ha annunciato che il dottor Scott Warren, professore di geografia e volontario dell’Ngo No More Deaths, sarebbe stato nuovamente processato per due accuse di “traffico di esseri umani”, per avere fornito aiuti umanitari come cibo, acqua, abiti puliti e coperte, nella città di Ajo, situata nel deserto dell’Arizona, dove l’uomo risiede. Il nuovo procedimento giudiziario faceva seguito a un precedente processo celebrato a giugno, che si era concluso senza un verdetto unanime della giuria. Se giudicato colpevole, il dottor Warren avrebbe rischiato una condanna fino a 10 anni di carcere. A novembre, una corte ha dichiarato il dottore “non colpevole” per entrambe le imputazioni. In un caso separato, un giudice lo ha dichiarato non colpevole per diversi reati minori per aver lasciato nel deserto acqua e altri aiuti umanitari per i migranti.

Libertà d’espressione

A settembre, il presidente Trump ha cercato di smascherare l’identità di un informatore, funzionario di un’agenzia d’intelligence statunitense, dopo una denuncia anonima di abuso di potere da parte del presidente. Trump ha anche insinuato che gli informatori sarebbero “spie e traditori” meritevoli della pena di morte.

A maggio, le autorità statunitensi hanno aggiunto altri 17 capi d’accusa all’incriminazione contro il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, ai sensi della legge contro lo spionaggio, continuando a fare pressioni sul Regno Unito per ottenere la sua estradizione e farlo processare negli Usa. Le accuse a carico di Julian Assange si riferivano a una tipologia di condotta regolarmente adottata da giornalisti d’inchiesta e rischiavano di avere pesanti ripercussioni sul diritto alla libertà d’espressione.

Controterrorismo e sicurezza

Nella base navale statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba, 40 prigionieri erano ancora detenuti arbitrariamente e a tempo indefinito da parte dell’esercito degli Usa, in violazione del diritto internazionale. Dall’estradizione di 18 detenuti in paesi che avevano accettato di accoglierli, avvenuta a gennaio 2017, soltanto un altro prigioniero era stato trasferito fuori della struttura. A fine 2019 erano ancora detenuti cinque prigionieri il cui trasferimento al di fuori della base di Guantánamo era stato autorizzato per lo meno dal 2016 e l’amministrazione Trump ha smantellato il sistema che era stato creato in precedenza per il loro trasferimento. Nessuno dei 40 detenuti nella struttura aveva accesso a un’assistenza medica idonea né erano disponibili servizi di riabilitazione adeguati per coloro che erano sopravvissuti alle torture perpetrate dagli agenti statunitensi.

Procedimenti giudiziari davanti a una commissione militare

Sette degli uomini ancora trattenuti a Guantánamo erano sotto processo davanti a una commissione militare. Il processo di civili da parte di tribunali militari costituisce una violazione del diritto e degli standard internazionali. Inoltre, applicare un livello di garanzia processuale inferiore in base alla nazionalità dell’imputato (i cittadini statunitensi non possono essere processati davanti a commissioni militari) viola il diritto all’uguaglianza di fronte alla legge. Se giudicati colpevoli, coloro che vengono processati davanti a una commissione militare rischiano la pena di morte.

L’imposizione della pena di morte in questi casi giudiziari, al termine di procedimenti che non rispettano gli standard internazionali di equità processuale, costituirebbe un’arbitraria privazione della vita. L’inizio del processo a carico di coloro che erano accusati di reati legati agli attacchi dell’11 settembre 2001 era fissato per l’11 gennaio 2021.

Vittime civili e possibili uccisioni illegali

In nome della loro fallace teoria della “guerra globale”, gli Usa hanno fatto ripetutamente ricorso alla forza letale in vari paesi del mondo, utilizzando anche droni armati, in violazione dei loro obblighi sanciti dalle norme internazionali sui diritti umani e, dove applicabile, dal diritto internazionale umanitario.

Ngo, esperti delle Nazioni Unite e mezzi d’informazione hanno documentato come questo tipo di raid compiuti all’interno e all’esterno di zone di conflitto armato attivo abbiano privato persone che dovrebbero essere tutelate, come i civili, del loro diritto alla vita e causato possibili uccisioni illegali e ferimenti, in alcuni casi equiparabili a crimini di guerra.

La sempre più scarsa attenzione dimostrata dall’amministrazione verso le precauzioni per proteggere i civili durante operazioni militari letali ha aumentato la probabilità di uccisioni illegali, ostacolato la valutazione della legalità di questi raid e impedito l’accertamento delle responsabilità e l’accesso alla giustizia e a rimedi giudiziari efficaci per le vittime di uccisioni illegali e danni ai civili.

Ad esempio, benché i raid aerei lanciati sulla Somalia fossero triplicati nel 2018, il governo Usa ha sostenuto che nessun civile era rimasto ucciso o ferito negli attacchi. L’esecutivo ha ammesso di avere causato vittime “collaterali” soltanto ad aprile 2019, in seguito alla pubblicazione di un rapporto di Amnesty International, che documentava inconfutabilmente queste uccisioni. Nonostante le richieste di chiarimenti da parte di esperti delle Nazioni Unite e altri, in merito alle regole e ai criteri legali e di condotta applicati dagli Usa quando utilizzano forza letale all’estero, il governo ha continuato a negare trasparenza e disponibilità.

Tortura e altri maltrattamenti

A 10 anni da quando decine di detenuti furono trattenuti nel contesto del programma di detenzione segreta operato dalla Cia, autorizzato dal 2001 al 2009, che implicò sistematiche violazioni dei diritti umani, comprese sparizioni forzate e torture, nessun individuo sospettato di responsabilità penale era stato ancora portato davanti alla giustizia per questi crimini e le poche indagini svolte sono state chiuse senza alcun rinvio a giudizio.

Violenza legata all’uso di armi da fuoco

La continua incapacità del governo di proteggere la popolazione dai ripetuti episodi di violenza legata all’uso di armi da fuoco ha continuato a privare le persone dei loro diritti umani, come il diritto alla vita, alla sicurezza della persona e alla libertà dalla discriminazione.

A livello mondiale, gli Usa erano al primo posto in termini di possesso di armi da fuoco, sia a livello assoluto sia pro capite.

Il libero accesso alle armi da fuoco e l’assenza di una legislazione organica in materia di sicurezza legata al loro uso e di una normativa efficace in materia di acquisizione, possesso e impiego delle armi da fuoco hanno continuato a perpetuare questo tipo di violenza.

Nel 2017, l’anno più recente sul quale ci sono dati disponibili, le persone morte per ferite d’armi da fuoco erano state circa 39.773 e altre 134.000 avevano riportato ferite ma erano sopravvissute.

Negli Usa non c’erano programmi speciali per far fronte ai bisogni medico-riabilitativi specifici delle persone sopravvissute a ferite d’arma da fuoco, le quali hanno avuto molte difficoltà ad accedere in modo costante all’assistenza sanitaria, in particolare al supporto psicologico e alla riabilitazione, a causa dei costi elevati o dell’indisponibilità di questi servizi, oltre che a ottenere forme di compensazione.

Gli omicidi causati dall’uso di armi da fuoco hanno continuato ad avere un impatto sproporzionalmente elevato sulle comunità di colore, e in particolare sui giovani maschi: gli afroamericani erano coinvolti nel 58,5 per cento di tutti gli omicidi per armi da fuoco, pur costituendo soltanto il 13 per cento della popolazione; gli omicidi legati all’uso di armi da fuoco sono rimasti la principale causa di morte per gli uomini e i ragazzi di colore nella fascia d’età compresa tra i 15 e 34 anni.

Uso eccessivo della forza

Circa 1.000 persone sono state uccise durante il 2018 a seguito dell’utilizzo di armi da fuoco da parte degli agenti e statistiche preliminari indicano che il numero di queste uccisioni sia stato altrettanto alto nel 2019.

Secondo i dati limitati disponibili, gli afroamericani erano sproporzionalmente colpiti dall’uso di forza letale da parte della polizia e, sebbene costituissero solo il 13 per cento della popolazione, rappresentavano il 23 per cento delle vittime di queste uccisioni.

L’esecutivo ha continuato a non tenere traccia del numero annuo di queste morti.

La legge sulla denuncia dei decessi in custodia del 2014, che avrebbe previsto l’obbligo di raccogliere e diffondere questi dati a livello nazionale, non era stata ancora pienamente implementata.

Una ricerca condotta da Amnesty International sulle leggi applicate a livello statale, laddove queste esistono, riguardo all’uso della forza letale da parte degli agenti delle forze di sicurezza, ha rilevato che nessuna di queste rispettava il diritto e gli standard internazionali sull’uso della forza letale, secondo cui la forza letale dev’essere considerata solo come estrema risorsa, di fronte a una minaccia imminente di morte o ferimento grave.

Pena di morte

Mentre i singoli stati hanno continuato ad andare verso l’abolizione della pena di morte, nel 2019 il procuratore generale degli Usa ha fissato cinque esecuzioni federali, dopo un periodo d’interruzione durato 16 anni.

Dalla ripresa delle esecuzioni negli Usa con il nuovo statuto nel 1977, sono state messe a morte più di 1.500 persone, oltre 100 delle quali solo dal 2015.

Studi dimostrano che l’origine etnica, in particolare della vittima dell’omicidio, ha un peso nella decisione di chi condannare a morte. Dal 1977 sono stati rilasciati dal braccio della morte almeno 156 prigionieri, dopo che erano emerse nuove prove della loro innocenza; oltre la metà di questi apparteneva a minoranze etniche.

In molti casi, sono stati messi a morte prigionieri nonostante sussistessero seri dubbi circa la correttezza del procedimento giudiziario che ne aveva determinato la colpevolezza, come ad esempio il fatto che non avevano avuto un’adeguata rappresentanza legale.

Sono inoltre continuate le esecuzioni di persone con gravi disabilità mentali o intellettive, in violazione del diritto internazionale.

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