Cina: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica popolare cinese

Capo di stato: Xi Jinping

Capo di governo: Li Keqiang

La situazione dei diritti umani è stata ancora caratterizzata da un sistematico giro di vite sul dissenso. Il sistema giudiziario ha continuato a essere segnato da processi iniqui e tortura e altri maltrattamenti in custodia. La Cina ha continuato a classificare come segreti di stato le informazioni riguardanti l’applicazione estensiva della pena di morte.

La repressione condotta con il pretesto dell'”antiseparatismo” o dell'”antiterrorismo”, è rimasta particolarmente dura nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro e nelle aree popolate da tibetani (Tibet). Le autorità hanno sottoposto uiguri, kazaki e altri gruppi etnici a predominanza musulmana a forme intrusive di sorveglianza, detenzione arbitraria e indottrinamento forzato.

Le persone Lgbti hanno dovuto affrontare un’endemica discriminazione e stigma sociale. Data l’inadeguatezza dei servizi medico-sanitari, sono andate incontro a gravi rischi ricorrendo a trattamenti per la riassegnazione del genere al di fuori delle strutture legalmente riconosciute. Le persone Lgbti sono state anche esposte ad abusi nell’ambito della “terapia di conversione”.

Il governo ha continuato a intimidire, vessare e perseguire penalmente difensori dei diritti umani e Ngo indipendenti, anche con irruzioni nelle loro abitazioni private e negli uffici. I familiari dei difensori dei diritti umani sono stati posti sotto sorveglianza della polizia e hanno subito vessazioni, detenzione e restrizioni alla libertà di movimento. In un contesto altamente repressivo per i diritti umani, la Cina ha fatto qualche passo avanti negli sforzi per tutelare l’ambiente, sia chiudendo o riconvertendo gli stabilimenti industriali inquinanti sia approvando nuove normative per contrastare le emissioni.

Secondo i dati forniti dalle organizzazioni Greenpeace Asia sudorientale e IQAir AirVisual, Pechino non era più nell’elenco delle 100 città più inquinate del mondo.

Sistema giudiziario

A febbraio, il presidente Xi Jinping ha ribadito che il sistema giudiziario avrebbe dovuto essere posto sotto il comando assoluto del Partito comunista cinese. L’apparato di polizia e il sistema giudiziario sono rimasti in larga parte controllati dal partito.

La Cina ha legalizzato forme di detenzione arbitraria e segreta come la “sorveglianza residenziale in una località designata” e un sistema di detenzione extragiudiziale noto come liuzhi. Queste procedure hanno consentito la detenzione in incommunicado per periodi prolungati e aumentato il rischio di tortura e altri maltrattamenti e “confessioni” forzate.

Il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie ha raccolto informazioni su 20 nuovi casi di sparizione forzata avvenuti in Cina solo tra febbraio e maggio. Una nuova normativa, entrata in vigore a febbraio, ha accresciuto i poteri della polizia e delle agenzie di sicurezza, esonerando gli agenti da qualsiasi responsabilità penale per eventuali danni causati a beni o interessi di soggetti privati od organizzazioni, durante l’espletamento del servizio.

Libertà d’espressione – internet

Il governo ha ulteriormente rafforzato le restrizioni sui diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica.

Le autorità hanno imposto una rigorosa censura su tutti i mezzi d’informazione, dalla carta stampata ai giochi online. Avvalendosi della collaborazione di aziende tecnologiche private e fornitori di servizi Internet, le autorità hanno perfezionato l’uso del riconoscimento facciale, dei sistemi di registrazione dei nomi reali e dei servizi di archiviazione dati per mantenere un controllo e una sorveglianza di massa indiscriminata sulla popolazione.

A luglio, una nuova norma sul sistema di credito sociale ha proposto l’introduzione di sanzioni contro i cittadini che divulgano informazioni che “violano la moralità sociale” o che causano un “impatto sociale negativo”.

A gennaio, utenti cinesi hanno denunciato di essere stati minacciati, detenuti o ammoniti per aver utilizzato Twitter, piattaforma ufficialmente vietata nel paese. Per controllare lo spazio informatico, la Cina si è spinta ben oltre la barriera virtuale del “Great Firewall”, lanciando anche potenti attacchi malware contro server esteri, siti web e app di messaggistica ritenuti problematici e bloccandone i servizi.

Libertà di religione e di credo

Il governo di Pechino ha rafforzato ulteriormente la sua stretta su cristiani e musulmani nell’ambito della “sinizzazione della religione”, su cui il premier Li Keqiang ha posto nuova enfasi davanti al Congresso nazionale del popolo a marzo. Molti templi e statue buddiste e taoiste, oltre a moschee e chiese, sono stati danneggiati o distrutti su disposizione del governo. Le autorità hanno incarcerato leader religiosi non riconosciuti dal partito con l’accusa di “avere messo a repentaglio la sicurezza dello stato”. Il 30 dicembre 2019, il pastore Wang Yi della Chiesa della Prima pioggia dell’alleanza è stato condannato a nove anni per “operazione commerciale illegale” e “incitamento alla sovversione del potere dello stato”.

Regione autonoma dello Xinjiang Uiguro

Sono stati segnalati nuovi casi di detenzione di uiguri, kazaki e membri di altri gruppi etnici prevalentemente musulmani nella regione dello Xinjiang, nonostante l’annuncio del governo di una possibile graduale eliminazione dei “centri di formazione professionale”, conosciuti anche come centri di “trasformazione attraverso l’istruzione”.

Dagli inizi del 2017, dopo che il governo dello Xinjiang aveva emanato un regolamento che introduceva la cosiddetta “de-estremizzazione”, si è calcolato che almeno un milione di uiguri, kazaki e altri appartenenti a minoranze etniche siano stati internati in questi campi. Nello Xinjiang, molti leader religiosi, intellettuali e accademici sono stati detenuti unicamente per avere esercitato i loro diritti alla libertà di religione e d’espressione. Tra questi, Ilham Tohti, un economista, scrittore e professore uiguro condannato all’ergastolo nel 2014, e Tashpolat Teyip, ex rettore dell’università dello Xinjiang, condannato a morte nel 2017 con una sospensione di due anni; entrambi erano stati accusati di “separatismo”.

A marzo, l’Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che il suo ufficio stava cercando di ottenere l’impegno del governo cinese a garantire “pieno accesso per lo svolgimento di un’inchiesta indipendente sulle continue segnalazioni che indicavano un vasto sistema di sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie, in particolare nello Xinjiang”.

A luglio, 25 paesi hanno presentato una dichiarazione congiunta sullo Xinjiang al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

A settembre, Amnesty International e altre quattro organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato una lettera congiunta indirizzata al Segretario generale delle Nazioni Unite, sollecitando le Nazioni Unite a intensificare le pressioni sulla Cina, affinché ponga fine alle detenzioni di massa nello Xinjiang.

A novembre, il New York Times e il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi hanno diffuso due dossier di documenti fatti trapelare da funzionari cinesi rimasti ignoti, contenenti informazioni particolareggiate sul giro di vite in corso nello Xinjiang e sul sistema delle strutture in cui centinaia di migliaia di appartenenti a gruppi etnici prevalentemente musulmani sarebbero sottoposti al lavaggio del cervello e ad altri maltrattamenti. Le descrizioni contenute in questi documenti coincidono con le testimonianze ricevute da Amnesty International da parte di ex detenuti e parenti residenti all’estero di persone che erano state mandate nei campi o risultavano scomparse nello Xinjiang. I documenti inoltre confutavano le dichiarazioni del governo cinese secondo cui si tratterebbe semplicemente di “strutture di formazione professionale”.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Le persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazioni in famiglia, sul lavoro, a scuola e nella vita pubblica.

Le autorità hanno accettato e sostenuto di avere implementato tutte le raccomandazioni in tema di orientamento sessuale, identità ed espressione di genere, al termine del processo di valutazione sul paese del terzo ciclo dell’Upr delle Nazioni Unite nel 2018. Due raccomandazioni richiedevano l’introduzione del divieto di discriminazione nella normativa interna ma non c’è alcuna legge che tuteli esplicitamente dalla discriminazione le persone Lgbti.

Dopo il presunto tentativo segnalato lo scorso anno di eliminare contenuti relativi a tematiche gay, Weibo, una delle principali piattaforme di social network, ad aprile ha eliminato alcuni contenuti riguardanti tematiche lesbiche. Gli attivisti hanno espresso il timore di un possibile intensificarsi della censura online sui contenuti legati a temi Lgbti.

Dopo il lancio di una campagna online per il riconoscimento legale del matrimonio tra persone dello stesso sesso, Yue Zhongming, portavoce della commissione affari legislativi del Congresso nazionale del popolo, ha ammesso pubblicamente che l’opinione pubblica sosteneva il riconoscimento del matrimonio per persone dello stesso sesso all’interno del codice civile.

In Cina, alle coppie omosessuali continuava a essere negato il diritto di unione sulla base dell’orientamento sessuale.

Poiché le persone transgender erano classificate come affette da “malattia mentale”, il protocollo per la riassegnazione chirurgica del genere richiedeva necessariamente il consenso della famiglia. Altri requisiti per avere diritto a questo tipo di interventi, come non essere sposati o non avere precedenti penali, creavano ulteriori ostacoli all’accesso a questo trattamento.

A causa della diffusa discriminazione, dello stigma sociale, dei requisiti restrittivi e di una sostanziale mancanza d’informazione, le persone transgender spesso ricorrevano a trattamenti per la riassegnazione del genere al di fuori delle strutture legalmente riconosciute, con potenziali rischi per la loro salute.

Persone transgender hanno raccontato ad Amnesty International di non avere ricevuto consigli o indicazioni sui percorsi clinici di riassegnazione del genere da parte del proprio medico, quando avevano iniziato ad assumere ormoni. Avevano invece appreso delle possibili opzioni di trattamento da amici e cercando informazioni su Internet.

Le persone transgender che avevano un urgente bisogno di rendere il proprio corpo conforme alla loro identità di genere hanno riferito ad Amnesty International che a causa della mancanza di informazioni mediche accessibili e attendibili, non avevano avuto altra scelta se non rivolgersi al rischioso mercato nero per procurarsi farmaci ormonali. Alcune di loro avevano perfino tentato di operarsi chirurgicamente da soli, in quanto ritenevano che fosse per loro impossibile accedere ai trattamenti di riassegnazione del genere negli ospedali.

Amnesty International ha inoltre ricevuto segnalazioni secondo cui persone Lgbti erano state costrette dalle loro famiglie a sottoporsi a “terapie di conversione”, con la pretesa di cambiare il loro orientamento sessuale o la loro identità ed espressione di genere, nella convinzione che essere una persona Lgbti sia un disturbo mentale che necessita di cura. Nonostante una sentenza storica avesse stabilito nel 2014 che l’omosessualità non è una malattia e che dunque non richiede alcun trattamento medico, il governo non aveva ancora intrapreso alcuna iniziativa per mettere al bando la “terapia di conversione”.

Difensori dei diritti umani

Lo spazio entro cui i difensori dei diritti umani hanno potuto svolgere liberamente il loro lavoro è stato sempre più limitato. Le autorità hanno sistematicamente sottoposto i difensori dei diritti umani a sorveglianza, vessazione, intimidazione, detenzione e carcerazione. Molti attivisti e difensori dei diritti umani hanno continuato a essere perseguiti sul piano giudiziario per accuse oltremodo ampie e vaghe come “sovversione del potere dello stato”, “incitamento alla sovversione del potere dello stato” e “attaccare briga e provocare disordini”.

Molti sono stati sottoposti a “sorveglianza residenziale in una località designata”, in quanto sospettati di essere coinvolti in reati contro la sicurezza dello stato. Questa forma di detenzione consentiva alla polizia di detenere le persone sospettate di questi reati fino a sei mesi in una località sconosciuta, al di fuori del sistema di detenzione ufficiale, dove gli indiziati non potevano accedere a un avvocato di loro scelta o contattare la famiglia.

Le autorità hanno rafforzato il giro di vite sul dissenso e le voci indipendenti. Il noto avvocato per i diritti umani Gao Zhisheng, autore di un memoriale in cui aveva descritto la sua esperienza di sparizione forzata, tortura e altri maltrattamenti e arresti domiciliari illegali, è stato vittima ancora una volta di sparizione forzata ad agosto 2017 e da allora non si sono più avute sue notizie.

A febbraio, l’avvocato per i diritti umani di Pechino Yu Wensheng è stato incriminato con l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere dello stato” e “interruzione di pubblico servizio”, dopo che aveva fatto circolare una lettera aperta in cui invocava una riforma in cinque punti della costituzione cinese. A giugno, Chen Jianfang, un’attivista locale per i diritti civili e politici, è stata formalmente arrestata per “incitamento alla sovversione del potere dello stato”.

Il 4 aprile, l’attivista Chen Bing è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere dopo essere stato accusato, insieme ad altri tre attivisti, di avere “attaccato briga e provocato disordini”, per avere commemorato nel 2016 il 27° anniversario della repressione di piazza Tienanmen.

Le autorità hanno compiuto ritorsioni contro cittadini impegnati in forme di giornalismo partecipativo e operatori di Ngo che denunciavano violazioni dei diritti umani. Agli inizi dell’anno hanno arrestato Wei Zhili, Ke Changbing e Yang Zhengjun, redattori di un sito web cinese per i diritti dei lavoratori con base a Guangzhou8. Il 22 gennaio, Huang Qi, cofondatore di 64tianwang. com, un sito web d’informazione e documentazione sulle proteste in Cina, è stato condannato a 12 anni di carcere per “aver fatto trapelare segreti di stato” e “aver fornito segreti di stato a entità straniere”. Liu Feiyue, fondatore del sito web per i diritti umani Civil rights and livelihood watch, è stato arrestato a fine 2016 e il 29 gennaio 2019 condannato a cinque anni di carcere per “incitamento alla sovversione del potere dello stato”.

Per la prima volta le autorità hanno criticato pubblicamente una Ngo estera, Asia Catalyst, per aver violato la legge sulla gestione delle Ngo straniere.

Anche familiari di difensori dei diritti umani sono stati sottoposti a sorveglianza da parte della polizia, vessazioni e restrizioni della libertà di movimento. Li Wenzu, moglie di Wang Quanzhang, un avvocato per i diritti umani incarcerato, ha affermato che, per un lungo periodo, aveva avuto difficoltà a trovare un posto dove vivere, perché la polizia minacciava i proprietari di immobili di non sottoscrivere contratti con lei. Suo figlio Quanquan, di sei anni, non poteva andare a scuola perché la polizia minacciava la direzione scolastica.

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