Filippine: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA DELLE FILIPPINE

Capo di stato e di governo: Rodrigo Roa Duterte

Mentre la violenta “guerra alla droga” del governo è entrata nel suo quarto anno, sono continuate le uccisioni da parte della polizia e di altri sconosciuti armati. Il Tribunale penale internazionale ha proseguito le indagini preliminari su possibili crimini commessi nel paese secondo il diritto internazionale. Il congresso ha ritentato di ripristinare la pena di morte. Sono aumentate minacce e intimidazioni ai difensori dei diritti umani che criticavano il governo. Il prevalente clima di impunità ha portato a un aumento delle uccisioni di attivisti a causa delle loro idee politiche. A luglio il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione chiedendo all’Alto commissario per i diritti umani di preparare una relazione sullo stato dei diritti umani nel paese per il 2020.

Esecuzioni extragiudiziali e impunità

Nell’ambito della campagna governativa antidroga sono continuate le uccisioni da parte delle forze di polizia e da parte di altri sconosciuti armati.

A giugno, l’allora capo della polizia nazionale filippina (Philippine National Police – Pnp) ha ammesso che dall’insediamento del governo Duterte, nel luglio 2016, erano state uccise più di 6500 persone durante operazioni di polizia ma secondo alcuni gruppi per i diritti umani i numeri sono molto più elevati.

Dati governativi dello stesso periodo hanno rivelato inoltre che più di 20.000 altre morti erano state classificate come casi di omicidio irrisolti, molti dei quali si supponeva fossero collegati alle forze di polizia.

Le vittime di omicidio provenivano per la maggior parte da comunità indigenti e marginalizzate e spesso erano presenti nelle liste non verificate dei sospetti per legami con la droga che la polizia ha continuato a utilizzare nelle sue operazioni. La polizia ha continuato a sostenere che le persone uccise avevano opposto resistenza rendendo necessario l’uso della forza letale, nonostante vi fossero testimoni che avessero dichiarato che le uccisioni erano invece avvenute a sangue freddo. Le famiglie delle persone uccise non sono riuscite a ottenere giustizia per i loro cari, a causa delle enormi difficoltà riscontrate nel presentare denuncia contro i colpevoli, fra cui il timore di rappresaglie. A livello nazionale non vi è stato alcun significativo accertamento di responsabilità per queste uccisioni.

A marzo è entrato in vigore il ritiro da parte delle Filippine dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Nonostante ciò, il Tribunale ha continuato il suo esame preliminare sui possibili crimini commessi secondo il diritto internazionale. A luglio il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione chiedendo all’ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani di preparare una relazione completa sulla situazione nelle Filippine.

All’inizio di novembre la vicepresidente Leni Robredo, membro di un partito all’opposizione, ha accettato l’invito del presidente Duterte a presiedere insieme a lui comitato inter-agenzie per la lotta contro la droga. Il suo incarico è durato soltanto 18 giorni perché è stata esonerata dal presidente Duterte per aver richiesto maggior trasparenza e accesso a documenti e a rapporti dei servizi dell’intelligence collegati alla campagna governativa antidroga.

Le uccisioni di attivisti affiliati alla sinistra politica sono aumentate dopo la completa interruzione dei colloqui di pace fra governo e il Nuovo esercito Popolare (New People’s Army); molti sono stati etichettati come “rossi” o accusati di essere comunisti. Fra gli altri, a giugno sono stati uccisi quattro attivisti appartenenti ad organizzazioni vicine alla sinistra.

Difensori dei diritti umani

Il governo ha continuato la repressione verso i difensori dei diritti umani. La senatrice Leila de Lima, maggiore voce critica del presidente e prigioniera di coscienza, è ancora in detenzione da febbraio 2017 per accuse di matrice politica. L’ex senatore Antonio Trillanes IV, altro critico di Duterte, è ancora sotto accusa per ribellione, rapimento e altre accuse. A settembre la polizia nazionale filippina ha denunciato per sedizione la vicepresidente Robredo e 30 altre persone inclusi de Lima, Trillanes, avvocati preti e politici per il loro supposto coinvolgimento nella produzione di video che avrebbero associato la famiglia del presidente al traffico illecito di droga.

In giugno la camera dei deputati ha approvato all’unanimità il disegno di legge per la tutela dei difensori dei diritti umani che ne prevedeva la protezione anche da intimidazioni e accuse. L’approvazione da parte del senato è ancora in sospeso in quanto sono state manifestate perplessità in merito all’efficacia futura del disegno di legge, il tutto mentre il governo ha intensificato ulteriormente gli attacchi ai difensori dei diritti umani e ai critici governativi. Gruppi per i diritti umani hanno continuato a esprimere preoccupazione sulla sicurezza degli attivisti dell’ambiente e della tutela del territorio.

Pena di morte

A luglio, durante il discorso annuale alla nazione, il presidente Duterte si è di nuovo rivolto al parlamento chiedendo il ripristino della pena di morte, anche per crimini legati alla droga. Più di 20 progetti di legge sulla pena di morte erano in sospeso sia in senato che in parlamento. Reintrodurre la pena di morte violerebbe gli obblighi delle Filippine secondo il Secondo protocollo opzionale sulla convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che rappresenta un impegno del paese a non ripristinare mai più la pena di morte.

Diritti dei minori

A gennaio, il parlamento ha approvato in via definitiva un disegno di legge che ha ridotto l’età minima della responsabilità penale passando dai 15 ai 12 anni, anche in caso di reati legati alla droga. L’approvazione del senato è ancora in sospeso. Difensori dei diritti umani e altri gruppi hanno chiesto al governo di frenare i tentativi di modifica alla legge sostenendo che la riduzione del limite di età avrebbe messo in pericolo le vite dei bambini senza ridurre il crimine.

Diritto alla salute

La campagna antidroga governativa ha continuato a mettere a repentaglio il diritto della popolazione di godere dei migliori standard possibili di salute fisica e mentale. Un’ulteriore indagine di Amnesty International ha rivelato come i programmi governativi per la riabilitazione e il trattamento antidroga fossero inadeguati; alcune famiglie hanno anche dichiarato che quando i loro parenti avevano cercato un supporto medico per l’utilizzo di droghe, i trattamenti non erano stati erogati. Altre persone, invece, erano state costrette a seguire programmi di trattamento e riabilitazione obbligatori mentre allo stesso tempo veniva loro impedito l’accesso a servizi sanitari essenziali e a programmi volti alla riduzione del danno.

Libertà d’espressione

Il presidente ha aumentato le minacce ai giornalisti che hanno criticato il governo. Maria Ressa, caporedattrice del suo nuovo sito web d’attualità Rappler, che si è ampiamente occupato di uccisioni e di altre violazioni dei diritti umani durante la “guerra alla droga” e un ex corrispondente del Rappler nonché membro del consiglio di amministrazione, sono stati oggetto di almeno 10 procedimenti legali basati su motivi politici. I siti web di organizzazioni stampa alternative hanno subito attacchi informatici (distributed denial of service – DDos) che hanno generato false visite a questi siti e li hanno resi inaccessibili. Almeno due giornalisti hanno ricevuto minacce dopo essere stati “etichettati come rossi”. Organizzazioni stampa hanno affermato che durante l’amministrazione di Duterte dal 2006 almeno 15 giornalisti sono stati uccisi in attacchi correlati al lavoro.

A dicembre 2019 dopo un processo durato dieci anni, un tribunale di Quezon City ha condannato per omicidio 28 persone in relazione a un massacro del 2009 a Maguindanao, nel sud delle Filippine, in cui sono state uccise 58 persone, fra cui 32 giornalisti. Cinquantacinque imputati sono stati prosciolti dalle accuse. Ottanta altre persone accusate di coinvolgimento nel crimine dovevano ancora essere arrestate.

Conflitto armato interno, controterrorismo e sicurezza

A marzo il presidente Duterte ha dichiarato la “conclusione permanente” dei negoziati di pace fra il governo e il Fronte nazionale democratico delle Filippine, il Partito comunista delle Filippine e il Nuovo esercito popolare, sostenendo che la continuazione del dialogo era “inutile”. A dicembre tuttavia il presidente ha annunciato l’intenzione della sua amministrazione di riprendere i colloqui di pace con la controparte.

A ottobre nella città di Bacolod le forze di sicurezza hanno portato avanti un raid negli uffici di tre organizzazioni affiliate ad attivisti di sinistra e hanno arrestato più di 50 persone che avrebbero partecipato ad addestramenti su esplosivi e armi da fuoco. Gli arrestati hanno dichiarato che le armi ritrovate durante gli attacchi erano state in realtà piazzate dalle stesse forze di polizia. Più di 40 persone sono state rilasciate, a seguito del pagamento di una cauzione o dopo essere state dichiarate innocenti dal tribunale; sette sono state trattenute con accuse non soggette a cauzione.

A Mindanao è proseguita l’applicazione della legge marziale, nonostante le preoccupazioni da parte dei gruppi per la difesa dei diritti umani che potesse portare a ulteriori abusi. Alla fine dell’anno il presidente Duterte non ha chiesto al parlamento di estendere ulteriormente queste misure, mettendo fine, dopo due anni e mezzo, alla legge marziale nella regione.

In parlamento sono stati presentati disegni di legge per modificare lo Human Security Act del 2007 – la legge filippina contro il terrorismo. Fra le modifiche proposte vi sono l’ampliamento della definizione di “terrorismo” e l’allungamento della detenzione senza mandato per i sospetti di terrorismo. Tali proposte, secondo la Commissione per i diritti umani, potrebbero violare alcuni diritti umani fra cui la presunzione di innocenza.

Il ministero dell’educazione ha chiuso 50 scuole che insegnavano a bambini lumad (nativi), sostenendo che in realtà stavano insegnando agli studenti a ribellarsi al governo. Il presidente Duterte, in passato, aveva già minacciato di “bombardare” quelle scuole.

Diritti sessuali e riproduttivi

Il presidente ha approvato un piano per l’implementazione del programma nazionale sulla popolazione e sulla pianificazione familiare, volto a ridurre le gravidanze non pianificate e non desiderate attraverso una “genitorialità responsabile” che prevede anche l’utilizzo di contraccettivi. Il capo economico del governo tuttavia ha successivamente manifestato preoccupazione che nel budget nazionale per il 2020 il programma fosse sotto-finanziato.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Il presidente Duterte non ha reputato opportuno classificare il disegno di legge per l’uguaglianza Sogie (Orientamento sessuale, identità di genere e di espressione) come urgente, nonostante il clamore a seguito di un episodio in cui una donna transgender è stata arrestata per aver registrato sul proprio cellulare che le era stato impedito l‘utilizzo del bagno pubblico femminile. Il governo ha dichiarato di volere invece spingere per una legge più ampia che copra “tutte le forme” di discriminazione.

Diritti dei lavoratori

Lavoratori di diversi settori industriali – dei trasporti, alimentare, delle bevande, e manifatturiero – sono entrati diverse volte in sciopero contro pratiche lavorative inique, inclusi salari bassi, assunzioni brevi a tempo determinato e non applicazione da parte dei datori di lavoro delle agevolazioni approvate dal governo. Alcune di queste proteste sono sfociate in violente dispersioni dei manifestanti, arresti da parte della polizia e in alcuni casi uccisioni da parte di sconosciuti.

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